I Ribelli della Montagna: gioco di ruolo dal vivo

Lug 21, 2015 by

I Ribelli della Montagna: gioco di ruolo dal vivo

Lo scorso weekend “lungo” (17, 18 e 19 luglio) si è tenuta la seconda ed ultima replica di Ribelli della Montagna, il primo LARP (gioco di ruolo dal vivo) ad ambientazione storica dell’associazione italiana Terre Spezzate, nel Villaggio delle Stelle (provincia di Torino), un piccolo villaggio di baite in montagna circondato dal bosco, che il buon Sabato di Nardo, il proprietario, mette frequentemente a disposizione per questi giochi.

Dal tardo pomeriggio di Venerdì fino al primo pomeriggio di Domenica, ottantadue giocatori si sono calati nel 1944, nell’immaginario villaggio di Montelupo (in provincia di Bologna, nella storia) e nei boschi circostanti, durante l’occupazione nazifascista: c’erano i nazisti, i fascisti, i semplici civili di Montelupo (chi fascista, chi segretamente no, chi per convinzione, chi per paura, etc.), i partigiani e alcuni angloamericani già presenti (il grosso deve ancora arrivare, sfondando la linea gotica).

Questo mio resoconto è naturalmente parziale e incompleto, riguarda ciò che ho vissuto dal mio punto di vista, ma ogni personaggio ha avuto una storia a sé. C’erano dei fotografi di Cinemage che, per evitare di spezzare troppo l’atmosfera, fingevano di essere dell’Istituto Luce. Lungo l’articolo ho disseminato alcuni dei loro preziosi scatti.

Si è trattato di un gioco che faceva dell’immersione totale la sua bandiera. Niente punti ferita, punti danno, e simili. Non c’erano pause, e si “dormiva” anche in gioco. Avendo interpretato un partigiano (nome di battaglia Birra), avevamo un nostro accampamento nascosto nei boschi, e si facevano i turni di guardia per assicurarsi che non arrivassero fascisti o nazisti. Stare completamente al buio, immaginarsi i nazisti tra le fronde degli alberi, con i rumori che facevano saltare per aria e spesso erano solo animaletti, il vedere l’alba quando tutti gli altri stanno dormendo, avvertire tutti forsennatamente che si sono sentiti due spari… tutte queste sono sensazioni che ricorderò per sempre.

Foto dei partigiani prima di iniziare. Io sono il terzo da sinistra, mio padre il secondo da sinistra

A proposito di spari, altro elemento di immersione erano le armi da fuoco: andavano caricate con le – scarse – munizioni, e sparavano a salve, emettendo suoni molto forti (ogni volta che ho sparato ho sentito solo un forte fischio alle orecchie per i successivi cinque secondi). Giravano pistole semiautomatiche, revolver, fucili, ma i nazisti avevano anche una mitragliatrice pesante che talora montavano sulla loro Jeep.

Al campo partigiano avevamo con noi alcuni soldati inglesi che per un motivo o per l’altro erano già con noi: Inglese, Pauline, il Capitano Paul Radcliffe, successivamente il Sergente USA Carter e l’infermiera inglese Meredith Taylor. I giocatori che interpretavano questi personaggi erano realmente stranieri e non conoscevano l’italiano, creando interessanti dinamiche grazie alla barriera linguistica, la necessità di capirsi, di fare da interprete. Alcuni personaggi, tra cui il mio, erano “anglofoni”, e dunque potevano comprendere l’inglese e tradurre. Tutti gli altri non lo comprendevano (e i giocatori dovevano far finta di non capire).

Il notevole lavoro di ricerca storica compiuto dagli organizzatori permeava tutta l’esperienza di gioco: il Villaggio era tappezzato di cartelloni di propaganda fascista, le camicie nere avevano una riproduzione fedele della divisa di allora, e lo stesso vale per le SS su al campo nazista. I cittadini iscritti al Partito avevano la Tessera Annonaria con cui potevano riscuotere quotidianamente il cibo, e alcuni facevano la staffetta per portarci al campo i viveri. Al campo avevamo alcune scatolette di pollo che odorava di cibo per gatti. Avevamo anche una radio, con cui comunicare con gli Alleati americani. Il problema è che la cornetta del telefono collegato ad essa era rotto, e dunque la comunicazione impossibile. Abbiamo elaborato qualcosa come quattro diversi piani per recuperare una cornetta funzionante al Villaggio, infiltrandoci (essendo noi di fatto ricercati).

Io facevo parte della prima spedizione, insieme ad altri, ma siamo stati fermati da dei nazisti che controllavano le strade. Dopo essermi nascosto tra i cespugli per una mezzoretta buona insieme a Sirio (mio fratello nel gioco) e Orso (mio padre nella realtà), siamo stati acciuffati dalle SS, legati e portati al campo nazista, dove abbiamo visto questa Jeep con una grande bandiera con la svastica issata, e moltissimi uomini in divisa, a schiena dritta, che facevano il saluto nazista. Si udivano parole urlate in tedesco. Per quanto sapevo che era tutto finto, trovarsi per la prima volta di fronte ad uno scenario del genere è stato un pugno nello stomaco, e ho provato vera paura al pensiero di quello che mi avrebbero fatto.

Sono stato interrogato da Angela Schwarz, donna nazista con una follia sadica negli occhi che non ho mai visto in nessun altro, rigidissima, col frustino. Dal momento che non parlavo, ha iniziato a torturarmi, sia fisicamente che psicologicamente. Fisicamente, incidendomi un taglio con precisione chirurgica nella gamba (per finta, ovvio, ma quanto mi sono sgolato dal “dolore”…!) e continuando a premere sulla ferita quando non parlavo. E psicologicamente, dicendomi che le mie sorelle (Angela e Mariolina, che stavano al villaggio) avevano iniziato a collaborare coi nazisti. Alla mia reazione sperduta e incredula, lei ha risposto con un ghigno. E ha fermato momentaneamente la tortura, nonostante le altre SS volessero continuare per avere altre informazioni. Ha aperto la porta dello stanzino, e ha fatto chiamare le mie sorelle, affinché assistessero alla mia tortura e io vedessi coi miei occhi che erano con loro. La fatica nel guardarle, nel non poter parlare loro, tutto l’insieme mi ha portato al pianto con facilità. Non pensavo che un gioco di ruolo potesse essere emotivamente straziante. Ma non avevo ancora visto nulla…

Ad ogni modo, ho ottenuto di essere rilasciato, poiché ero “una formica” e poiché dovevo portare agli altri partigiani un messaggio da parte dei nazisti. Prima di andarmene, un soldato mi ha preso in disparte, e mi ha rivelato l’amore per mia sorella Mariolina, e che in realtà stava dalla nostra parte e voleva aiutarci. Ero spaccato in due, da un lato non gli credevo e pensavo fosse una trappola, dall’altro gli credevo e mi faceva schifo per la sua codardia, per le atrocità con cui era connivente e che commetteva egli stesso per paura. Eppure, quando mi ha detto che Mariolina e Angela collaborano solo per avere salva la pelle e perché non hanno altra scelta, ho iniziato a capire. Certo, da loro potevo capirlo, per loro era pericoloso. Ma lui… lui avrebbe potuto fare come noi fin dal principio, rifiutare questo sistema e fuggire, per combattere insieme ad altri come lui, come noi. Ma non l’aveva fatto… In ogni caso, voleva aiutarci, e così riportai il suo nome al campo dei partigiani, e più avanti il suo aiuto ci sarebbe stato indispensabile.

Una volta recuperata la cornetta da un altro gruppo, ormai verso sera, e non alle nove di mattina come avevamo programmato, abbiamo finalmente contattato gli americani. Da lì in poi sembrava di essere davvero in un film di guerra. Il Sergente Carter è stato interpretato magistralmente. Per la prima volta ho vissuto sul campo le difficoltà della comunicazione pre-internet e del periodo della guerra. I messaggi si sentivano malissimo, spesso Carter doveva dire “Can you repeat, we have bad reception, over”. Tramite lo scambio di messaggi, mentre io e un altro anglofono facevamo da interpreti per il resto dei partigiani, ci siamo accordati per ricevere un carico di armi e munizioni che sarebbero state paracadutate alle undici di sera vicino al campo.

Queste sono state le ore della speranza: l’arrivo imminente delle armi  e delle munizioni (ne avevamo poche), il nazista traditore che stava dalla nostra parte e ci avrebbe aiutato stando alla mitragliatrice pesante e NON sparandoci durante l’attacco che programmavamo per la notte, nonché l’informazione che i nazisti erano a loro volta a corto di armi, per non parlare del fatto che il potestà fascista mal sopportava i nazisti e dunque chiudeva un occhio verso di noi, e che alcuni abitanti di Montelupo stavano prendendo coraggio e si stavano finalmente unendo alla nostra causa… tutto questo mi ha infuso speranza vera, sentivo che avremmo potuto liberare il paese, che avevamo capovolto le sorti rispetto alla mattina dove eravamo in netta inferiorità numerica, tattica, di armi, etc.

E poi, la notizia che nostro padre Patroclo Gamberini era stato ucciso al villaggio dai nazisti. Lui era inviso al regime fascista da anni, non poteva più stare al villaggio, ma da anni faceva avanti e indietro portando cibo e acqua, e i fascisti chiudevano un occhio poiché i viveri facevano comodo a tutti. Ma ai nazisti cosa poteva importare…? Sono venuto a sapere che l’hanno freddato. La rabbia, il pianto, il terribile desiderio di vendetta: io e mio fratello Sirio volevamo andare su in paese ad ammazzarli tutti. Gli altri partigiani, le nostre sorelle hanno dovuto fermarci fisicamente per farci ragionare e farci aspettare per rispettare i piani.

E qui, ho iniziato ad esplorare maggiormente la relazione con l’infermiera inglese (di cui ero invaghito, e che arrossiva timida quando facevo qualche apprezzamento). Abbiamo parlato a lungo (in lingua) della guerra, di cosa fosse giusto fare, del fatto che volevo vendicarmi e ucciderli tutti. Fermai le lancette del mio orologio da taschino, regalo di mio padre fatto con le sue stesse mani, poiché ormai non aveva più senso. Dissi che lo avrei fatto ripartire una volta ottenuta vendetta. Lei mi rispose che avrei dovuto farlo ripartire dopo che fosse successo qualcosa di positivo, e non dopo aver provocato altra morte, perché dietro ogni morte si cela una storia come la mia e tanti orologi che si fermano e non ripartiranno mai più. Mi ricordava i discorsi del prete. Discorsi che mi sembravano saggi e inarrivabili, che non comprendevo fino in fondo.

Dopo un tremendo temporale e la notizia che gli Alleati avrebbero bombardato le valli circostanti per ripulire la zona dai nazisti (avvertendo i partigiani di rifugiarsi nel villaggio), ci siamo diretti a Montelupo imbracciando le armi, con l’idea di prendere il villaggio, essere al sicuro e avere un posto per dormire la notte che non fosse pieno di fango. C’erano solo i fascisti, ma non i nazisti, rintanati nel loro campo qualche chilometro più in alto del villaggio.

Gli americani si sono messi nuovamente in comunicazione con noi, indicando che c’era giusto il tempo di andare a prendere le armi paracadutate e poco dopo sarebbero iniziati i bombardamenti. Da qui in poi, la speranza si è trasformata in disperazione. La cassa conteneva molte munizioni, sì, ma un solo fucile. Ma la cosa peggiore è stata quando abbiamo sentito gli aerei militari sorvolarci. Un rumore assordante, continuo, per interminabili minuti (c’erano delle casse molto potenti nascoste e piazzate in modo che si sentisse il suono). Una prima volta, a indicare che gli aerei si stavano dirigendo verso Bologna per bombardarla. Poi il silenzio, e l’interminabile attesa, per andare ad attaccare i nazisti al loro campo. E invece, minuti dopo, di nuovo il rumore di aerei militari fortissimo, sopra la nostra testa. Angoscia. La partigiana Stella, col terrore in volto, scuotendo la testa, le lacrime, “no no no no… cosa succede, scappiamo, rifugiamoci tutti alla Mescita, correte correte…!” (La Mescita era la Taverna del paese). E così, siamo corsi verso la Mescita… alcuni, tra cui me, sono riusciti a entrare. Altri non ce l’hanno fatta.

Sono iniziati i bombardamenti. Botti fortissimi, ovunque, tutti attorno a noi, luci accecanti, continue e intermittenti, caos… ci siamo rintanati sotto i tavoli, fuori c’era chi urlava, si rifugiava dove poteva, e intanto i bombardamenti continuavano. Venni a sapere poco dopo che mio fratello Sirio (capo della divisione Stella Rossa dei partigiani, la nostra, la più nutrita) era stato colpito mortalmente. E dalla radio arrivava un messaggio, e Carter subito si mise ad ascoltare. Erano stati gli Alleati, l’attacco a Bologna era fallito e per poter virare e tornare indietro dovevano liberarsi della zavorra, e dunque avevano lasciato cadere le bombe, e si scusavano (storia avvenuta realmente a Montesole, cui Montelupo è ispirato).

Da lì in poi, non stavo più recitando. Mentre quando era morto mio padre stavo recitando la rabbia, il desiderio di vendetta, il pianto… ora era tutto vero. Ma non era più desiderio di vendetta. Era un vuoto terribile. Era la consapevolezza che tutta la speranza di riprendere in mano la nostra sorte, di poter liberare il villaggio e scacciare i nazisti, si era appena infranta sotto un nugolo di bombe. Sirio era morto. Molti erano morti. I nostri “Alleati” ci avevano bombardato senza troppi complimenti. Non avevamo armi. L’attacco americano ai nazisti era fallito. Non avevo più niente. Nessuna forza, nessuna volontà. Niente aveva più senso. Ripeto, non stavo più interpretando nulla, e questa consapevolezza mi portava ad ulteriore angoscia.

Respiravo affannosamente senza calmarmi da minuti (questo lo stavo facendo apposta), cominciavo ad avere le traveggole e a non riuscire più a stare in piedi (questo per davvero, stavo andando in iperventilazione a furia di fare quei respiri veloci). Il sergente Carter mi ha offerto una barretta di prezioso e rarissimo cioccolato. Avevo fame, avevo tantissima fame, ma gliel’ho scagliato a terra, gli ho urlato in inglese che era un mostro, che erano stati loro, che non potevamo fidarci di nessuno, che avevano rovinato tutto… mi hanno bloccato per impedirmi di aggredirlo, e urlavo, urlavo, urlavo per dare voce al senso di disperazione che cresceva sempre più forte.

Questa seconda notte sono riuscito a dormire solo un’ora e mezza (e la notte prima, tre ore). La mattina, ci siamo riuniti tutti, nonostante non avessi la forza di lottare. Stella Rossa, Fiamme Verdi e CLN (le tre formazioni partigiane), un paio di ex fascisti, un paio di civili… senza più il nostro capo, Sirio, mio fratello. Abbiamo elaborato un piano molto dettagliato tutti insieme, che comprendeva tre diversi gruppi, uno di distrazione formato dagli angloamericani, che dovevano arrivare davanti al campo e far credere che fossero arrivati gli Alleati, per attirare l’attenzione lì. E altri due avrebbero fatto un lungo giro sui boschi per poter arrivare dall’alto in due punti diversi e attaccare.

Prima di partire, ho deciso di dichiarare il mio amore a Meredith Taylor, l’infermiera, temendo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei rivista. Lei ha ricambiato, e in un abbraccio mi ha fatto promettere che sarei tornato vivo.

La famiglia Gamberini. Io sono il primo da sinistra, a seguire Ettore detto Sirio, Mariolina e Angela

Andando con circospezione, facendo attenzione a eventuali ronde, stando abbassati, passando per boschi, ortiche, rovi, col caldo… ad un certo punto abbiamo incontrato il nazista nostro alleato con cui avevo parlato, che ci aspettava. È tornato al campo prendendo lui la mitragliatrice e dicendo che non stava arrivando nessuno da questa parte. E poi, abbiamo sentito il Sergente Carter urlare lontano: “We are US Army, we have destroyed the gothic line, you are surrounded”, e a seguire un lungo discorso. Di nuovo, sembrava di essere in un film di guerra. Era il via per far partire l’operazione, e così abbiamo fatto.

Abbiamo attaccato il loro forte in quella che è l’esperienza più simile alla guerra vera che abbia mai provato (ne è ovviamente lontanissima, per carità, ma la tensione, la paura, il cercare riparo, il correre, il cercare di mirare al nemico, il prendersi cura dei propri compagni, ricaricare le armi, ecc. davano una botta di adrenalina unica). Mio padre quello vero era gasatissimo a questo punto, ne ha ammazzati quattro e ne è uscito illeso, avreste dovuto vederlo a 50 anni come correva qua e là, prendendo anche le mie armi quando le sue erano scariche e inveendo contro i cani nazisti.

Io sono riuscito a colpirne uno prima di venire ferito mortalmente, con un colpo alla schiena. Meredith stava assistendo i molti feriti correndo di qua e di là… quando mi ha visto, era ormai troppo tardi per fare qualcosa. Le sono morto tra le braccia, mentre piangendo entrambi ci raccontavamo come sarebbe dovuta essere la nostra vita insieme. Le ho detto che avevo capito che la morte non aveva alcun senso, che mi ero pentito di avere ucciso a sangue freddo un civile perché ci aveva tradito e aveva passato informazioni ai fascisti, che non volevo più vendetta. Che avrei voluto diventare medico per andare insieme a lei a curare i feriti, che nessuno avrebbe più dovuto morire così in questo mondo, per mano di un altro uomo. Ma che ormai era andata così, e stavo venendo ripagato con la stessa moneta…

Non ho potuto assistere alla scena finale, ma ho saputo che i partigiani hanno complessivamente vinto, e hanno condotto i pochi nazisti superstiti al villaggio insieme alla mitragliatrice pesante sulla jeep per “giudicarli”. Ho sentito la scarica di colpi. Nel frattempo, due pezzi grossi dei fascisti del villaggio erano ancora al campo nazista, si erano nascosti mentre partigiani e nazisti erano pronti a morire… e sono fuggiti indossando vestiti presi a due partigiani morti.

È stata un’esperienza provante, a livello fisico, emotivo, ideologico. Ho avuto un piccolo assaggio di cosa significa vivere nei boschi, di stenti, non avere quasi mai da mangiare e dover far rischiare i propri cari al villaggio per avere qualcosa. Un piccolo assaggio della paura, del coraggio, della speranza e la disperazione, la fiducia e il sospetto, l’oppressione e la morte. Un piccolo assaggio del fatto che dietro ogni uniforme nazista e fascista si nascondono persone con i loro drammi, le loro paure, le debolezze, che sono nonostante tutto esseri umani, al netto delle atrocità compiute. E che anche ogni partigiano è un uomo, o una donna, che a volte combatte per ideale, a volte per vendetta personale, a volte commettendo a sua volta atti orribili e facendo giustizia sommaria. E un piccolo assaggio del fatto che anche l’esercito Angloamericano, che ha dato il più importante contributo alla liberazione dell’Italia dai nazisti e i fascisti (che sono italiani, non vengono da Marte), ha compiuto le sue nefandezze, e pur nella finzione le ho vissute sulla mia pelle con tutto il carico emotivo che leggere semplicemente una cronaca non può trasmettere.

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