Neri per caso

Mag 2, 2015 by

Neri per caso

Dei black bloc infiltrati a Milano nel corteo “NoExpo” se n’è parlato abbastanza, se non altro con osservazioni sulle immagini degli scontri, i commenti, gli insulti, il tizio che si prende i suoi 5 minuti di notorietà (poi pentito) e la nonnina che bacchetta dal balcone.

Condanne unanimi di politici, opinione pubblica, magistratura e passanti di professione sono giunte con differenti velocità, e nemmeno troppo stupore. Le scene di guerriglia urbana non sono nuove alle prefetture italiane, e le orecchie sono sempre tese nell’attesa di una nuova Diaz.

Quale risultato hanno ottenuto le frange violente dei NoExpo? Sembrerebbe nessuno, ma il problema è più complesso.

Con la violenza raramente si è ottenuto qualcosa (e spesso qualcosa di non proficuo), ma di certo si è sempre riusciti a dirigere gli sguardi. Non troppi anni fa, con le molotov si è indirizzato l’occhio verso gli antagonisti del G8 e, dall’altro lato della barricata, verso il vuoto legislativo sul reato di tortura. La brutalità dei gesti non faceva parlare tanto di chi li faceva, ma delle questioni che andava a denunciare: i problemi esistenti in un tessuto sociale o in un altro, le ingiustizie sociali, le diseguaglianze lavorative, le guerre, le ipocrisie della società civile.

Ieri, i black bloc milanesi son riusciti senza dubbio a puntare le telecamere sulle vetrine in frantumi, sulle auto in fiamme, sulle strategie di contenimento della polizia, ma anche sul facinoroso disabile e su un presunto Rolex. Perché?

Non perché i black bloc si ritrovino con “poche idee e ben confuse”, o quantomeno non tutti. È difficile stimare percentuali, ma con un po’ di pazienza si può riuscire anche nell’impresa di non confermare i nostri pregiudizi.

Non perché avessero un narcisistico desiderio di mostrarsi come preda per il gossip, né in tutte le loro ipocrisie (un po’ come quando si parla dei “No-Global con la Coca Cola”): dopotutto le ragioni delle denunce dei NoExpo sono più che chiare, e il blocco nero ad esse ha fatto riferimento benché, secondo molti, inficiandone il valore.

Il fatto è che i “black bloc”, come sistema di protesta, non sono più credibili.

I sovversivi di oggi non giungono negli obiettivi che si prefissano, nonostante questa sia la loro questione morale principale, perché scelgono un mezzo antiquato. Se non è vero che tutti i black bloc hanno il nulla dentro o sono degli stronzi, andrebbe capito perché non hanno anche la creatività per attuare una strategia diversa.

Vi sono molti modi di contestare, che si possono collocare in un termometro con due estremi. Da un lato abbiamo la sommossa pacifica, che di solito è la prediletta ma è anche vista come la più debole perché non raggiunge risultati tangibili. Dall’altro quella violenta, che dà l’illusione di una conquista quando di fatto finisce per rendere la persona come un “non-interlocutore”, castrando ogni pretesa di successo.

Si può ululare contro i media corrotti quanto si vuole, ma non sono (solo) la televisione o i giornali a perpetrare né l’inutilità della manifestazione pacifica, né la cattiveria di un manifestante violento: sono i pacifici e i violenti stessi che se ne fanno portatori, poiché incapaci di immaginare una maniera diversa di protestare.

La ribellione è efficace quando è innovativa, quando sa parlare le corde giuste e riesce a moltiplicarsi, espandersi e a fare realmente presa sulle persone, a dare davvero il senso di un fine e non solo di un mezzo. Indubbiamente rovesciare cassonetti non funziona, né fare coroncine di fiori.

Nel 2015, forse, il solo scendere in piazza non basta più. Si deve continuare a fare, ma non in modi che riflettono schemi già visti. Se non altro perché lo sciacallaggio politico si nutre facilmente di questo. Ricalcare in eterno i metodi che “il potere” conosce a menadito è il modo migliore per perdere in partenza, oltre che l’ideale per fomentare i complottismi.

Certo è impossibile evitarlo (i politici hanno una grande capacità di volgere le situazioni sempre a proprio vantaggio), ma li si può sorprendere: l’Umbrella Revolution di Hong Kong, ad esempio, è stata chirurgica, disarmante e ha utilizzato massicciamente i social, le comunicazioni alternative (quando i social erano inattivi), e ha avuto grande risonanza.

Non ho la risposta su quale sia il modo di contestare migliore. A quanto pare, nessuno dei due estremi è sicuro.

Ma distruggere a caso è solo da polli non organizzati.

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