Articolo 49 e democrazia interna: cosa vuole Renzi?

Mar 16, 2015 by

Articolo 49 e democrazia interna: cosa vuole Renzi?

È decisamente passato sotto silenzio in favore del decreto Buona Scuola, ma il documento in preparazione dal vicesegretario Guerini si preannuncia come uno degli argomenti più spinosi di questo anno politico, e Renzi, con la maggioranza massiccia della Camera e quella miracolata del Senato, sembra intenzionato a battere il ferro finché è caldo.

Il ddl Guerini riguarda l’attuazione dell’Articolo 49 della Costituzione, che è importante come l’ossigeno ma manca ad oggi di una definizione legislativa organica.

Innanzitutto, vediamo cosa recita questo articolo:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

La quaestio sembra essere proprio la dicitura “metodo democratico”, che è scritto ma non strutturato. Certo, dopo l’abolizione graduale del finanziamento pubblico (decreto del governo Letta) e l’obbligo dei partiti di avere uno Statuto per presentarsi alle elezioni (emendamento all’Italicum) qualcosa è stato fatto, ma non basta. Nel 2013 Bersani aveva timidamente proposto una discussione sullo stesso tema, caduta nell’oblio nel giro di poco. E nel 2015, dopo l’annuncio di Renzi, non ci si aspetta una riforma “tanto per”.

Tracciando un breve quadro della situazione, quali partiti maggiori possono vantare un sistema democratico interno? Forse il sultanato di Berlusconi, con le sue scaramucce interne che anche qualora portassero a una scissione determinerebbero la morte politica dei dissidenti (come Fini ben sa)? O forse il grillocentrismo dei 5 Stelle, con le sue epurazioni, e la democrazia dal basso calata dall’alto del Blog, e la mano invisibile di Casaleggio? O la Lega Nord, ringiovanita da un Salvini duro e puro, che non esita a disintegrare le scissioni interne di mano tosiana, anche rischiando di perdere la roccaforte veneta?

In un modo o nell’altro, anche lo stesso PD ruota intorno al lider maximo, benché sia una questione politica e non strutturale. La minoranza della triplice alleanza Bersani-Civati-Cuperlo fatica a malapena ad avere una voce, ma non demorde e minaccia scissioni ad ogni piè sospinto. Un ddl che strutturi per legge la democrazia interna ai partiti sarebbe quindi un autogol per Renzi, visti i problemi che lui stesso si trova in casa? Non credo. Semmai, bisogna vedere dove andrà a cercare la soluzione, che è tutt’altro che immediata.

Le vie che può percorrere il ddl sono, a mio avviso, principalmente tre, e una non esclude l’altra:

1) Istituire le Primarie per legge: di certo la questione più problematica, visto che le Primarie sono storico appannaggio del PD, e renderle obbligatorie suonerebbe come una forzatura politica. Non è detto, però, che alla minoranza (perlopiù fittiana) di Forza Italia non possa piacere.

2) Istituzionalizzare i concetti di “maggioranza e minoranza interna”: definire, nero su bianco, i poteri di una e dell’altra parte in un partito, almeno per quanto riguarda la strutturazione del manifesto politico. Il problema è che porterebbe inevitabilmente a una dicotomia che attenterebbe alle molteplici “correnti” interne a molti partiti (basti pensare ai vari bersaniani, renziani, veltroniani, lettiani, dalemiani, per citare solo il PD).

3) Ricreare un “mini-parlamento” all’interno dei singoli partiti: questa soluzione darebbe voce a più a meno tutte le dissidenze e ai punti di vista, ma è anche la meno chiara. In che modo quel parlamento dovrebbe essere fatto? Ricalcato sul Parlamento Italiano? Con un sistema proporzionale o maggioritario per eleggere i suoi membri? Deciso in che modo? E con quali competenze? Il Segretario e il Presidente che poteri avrebbero? E, di nuovo, agli altri partiti (M5S su tutti) piacerebbe?

Staremo a vedere se Guerini non troverà una quarta o una quinta soluzione. Quale che sia la ricetta, il grande dramma è trovare un sistema che vada bene a tutti, ed essendo le strutture interne ricalcate anche sulle visioni politiche (partito del Leader, democrazia dal basso…) si intravede una difficile soluzione.

L’intenzione nelle parole del Premier, comunque, sembra quella di una “sfida culturale” prima che legislativa, per riformare (nel senso lato del termine) i partiti e il loro organismo interno. Renzi guarda agli USA come modello per la già annunciata riforma del PD, dove “avere in tasca la tessera del Partito significa contare nelle scelte”.  Ma se voglia estendere tale modello su scala nazionale non è chiaro.

Il mio auspicio è che “all’americana” non significhi “americanata”. Nel mentre, può vantare la benedizione di Gad Lerner.

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