#JeNeSuisPasCharlie

Gen 8, 2015 by

#JeNeSuisPasCharlie

Lo so, su Facebook avevo scritto che non ne avrei parlato, ma vi assicuro che non farò presunte riflessioni antropologiche sulla faccenda.

Anzi, mi scuso in anticipo per la schiettezza e la brutalità con cui potrei farcire queste righe, ma sento di non dover avere alcun freno.

Ma attenzione: questo non perché di colpo ho scoperto di avere le palle, o che è giusto scrivere (e disegnare) sempre senza autocensura, anche solo per farsi due risate.

No.

Io sono un codardo.

Ad esempio non partecipo quasi mai alle manifestazioni in piazza, anche se le reputo giuste, perché il rumore mi fa male alle orecchie e al petto, e perché l’urlare slogan mi fa sentire male fisicamente. E poi perché, come un cane di Pavlov, all’epoca della Riforma Gelmini ho associato alle proteste una qualche sorta di fancazzismo, di incapacità di analisi critica e di appiglio ai primi tre argomenti di una discussione per poi ignorare giuste – o non giuste – opposizioni all’argomento stesso. Non è che tutti siano così, anzi: le proteste più profonde sono quelle che, di solito, passano sotto silenzio.

Ma non voglio aprire questi argomenti. È per farti capire (ti do del Tu, dopo capirai perché) che sono quel tipo di persona che, di solito, sta imbacuccata sotto le lenzuola, a leggere pareri opposti e a formarsi una sua opinione, per poi eventualmente scriverla qui o lì. Non sono un guerriero, ecco. Ho una connessione ad Internet, una penna, e un cervello.

Ed è stato il computer a inondarmi di notizie sull’attentato alla sede del Charlie Hebdo. E vedere che qualcuno, manco tanto lontano da me, aveva quel tipo di coraggio (o di testardaggine) mi ha riempito di tristezza. Io non so se sarei disposto a morire in piedi per quel tipo di radicalità. Non so se, di fronte a un fucile puntatomi in faccia, non scoppierei in lacrime e non rinnegherei anche il mio nome.

Je suis charlie

I vignettisti uccisi hanno ricevuto lo stesso tipo di pareri opposti che leggo di solito su altri argomenti, e questo è fisiologico. C’è chi dice che è un oltraggio alla libertà di espressione e di stampa, prima che di un vile e trucido attentato terroristico. C’è chi dice che, in fondo e grattando bene la superficie, se la sono anche cercata: pubblicare disegni di quel tipo di humor attira sempre brutalità e rabbia.

È indubbio che gli artisti del Charlie Hebdo avessero matite affilate come spade, nessuna pietà per niente, e un gustoso interesse per lo humor nero. E sì, questo non implica che se la siano cercata, o che la libertà di stampa sia la libertà di insultare – la possibilità di querelare esiste, non a caso. E non implica anche che l’attentato, prima che da una non meglio specificata “intolleranza degli islamici” nei confronti della satira, non sia stato originato dall’atto simbolico di per sé di “uccidere chi offende la nostra religione”.

tweet hebdo

Il punto è che questo tipo di affermazioni non si possono fare a caldo, o meglio, si possono fare premettendo la parzialità di punto di vista, e l’uragano emotivo generato dagli eventi. Solo i prossimi giorni ci diranno, innanzitutto, chi erano gli attentatori (per ora sui giornali gira un mezzo identikit, ma non è chiaro chi ci sia dietro), così da valutare per bene sia la matrice dell’attentato, sia eventuali colpe-responsabilità, e quindi maggiore chiarezza sugli scopi, la simbologia, le influenze che vedremo in futuro. Poi politologi, teologi, filosofi e chi altri si scanneranno su chi deve avere ragione, ma questa è un’altra storia.

Quello che penso invece è che “Je Suis Charlie”, come ben sottolineato da Wired, è un bello slogan, ma non sempre vero, per almeno queste ragioni:

1) Perché è facile riempirsi la bocca in difesa della libertà, quando siamo i primi ad autocensurare le nostre posizioni in nome del politically correct, dove quest’ultima espressione è intesa come una scusa per non esprimere il proprio pensiero, e non come forma di rispetto per l’interlocutore.

Inoltre, è molto facile gridare che l’Islam è tutto rabbia e ossessioni, o che tutti gli sporchi immigrati vanno “aiutati a casa loro” quando ti trovi bello al calduccio nella tua casetta del Primo Mondo, e non ti curi minimamente del motivo per cui i musulmani sono nel tuo Paese (ad esempio la guerra, in alcuni casi prodotta e/o condotta anche dall’Occidente stesso), del perché si nutrono col tuo stesso tuo cibo, respirano la tua stessa aria, ambiscono ai tuoi stessi sogni. E non fare il coglione: se hai mangiato almeno un kebab in vita tua, non hai diritto di essere intollerante.

O peggio ancora, di permettere a Salvini, a Gasparri, a Marine Le Pen e ai loro simili di dire altrettante stronzate. Perché sì, sono stronzate. Un esempio? Uno dei due poliziotti che è stato ucciso nell’attentato si chiamava Ahmed Merabet, 42 anni. Francese.

E qualche anno fa Anders Breivik, autore della Strage di Utøya in Norvegia, si è autodefinito “salvatore del Cristianesimo”. Non solo i musulmani hanno la segatura in testa.

2) Perché è facilissimo citare Voltaire, dire “Sono contro la tua opinione, ma darei la mia vita per proteggere il tuo diritto di esprimerla, quando alla prima occasione ti metti a pisciare sul valore dell’opinione dell’altro quando ti fa comodo.

(nota bene: questo vale se l’opinione è davvero un’opinione, e non un insulto o una scorreggia cerebrale. In questo caso, valgono le stesse regole che gestiscono l’accoppiamento della mantide religiosa).

3) Perché ci beiamo dei grandi valori della libertà quando l’azzoppamento della libertà di stampa italiana è cosa nota e risaputa, ma se ne interessano giusto in un paio. Tanto per ricordarlo, stiamo al 49° posto, dietro al Botswana, alla Nigeria e al Ghana, paesi che spesso guardiamo con ostentata superiorità, o per far mangiare i nostri figli usando come spauracchio i “bambini del terzo mondo che non hanno cibo, acqua e il Corriere della Sera”.

E, tra parentesi, ci ricordiamo della libertà di stampa solo quando c’è una strage pesante vicino casa nostra, non quando un Roberto Saviano è costretto a vivere sotto scorta per aver gridato un po’ più forte degli altri, o una Anna Politkovskaja viene assassinata per aver detto troppo.

4) Perché è facilissimo far diventare un virale un hashtag e spingere tutti a farlo rimbalzare nel Web (per lavarsi le mani e stare in pace con la coscienza), e quando qualcuno non vuole farlo lo si etichetta come ignavo.

Libertà è anche la libertà di non esprimersi, se si pensa di non avere niente da dire, o di avere poche fonti o basi su cui argomentare, o semplicemente perché si crede che un hashtag significhi solo cavalcare l’onda del dissenso, per poi sdraiarsi sul materassino due minuti dopo.

E mi riferisco anche a chi mi ha rotto il cazzo col partecipare agli hashtag o alle condivisioni di foto e immagini solo per farli diventare virali, o per una qualche sorta di narcisismo nel vedere le proprie creazioni circolare nel web. Se volete masturbarvi con l’orgoglio di essere al top per qualcosa che avete fatto partire voi, fatelo, prendetevi i 15 vostri minuti di celebrità e lanciate la vostra moda, ma almeno non fatelo nel nome di valori e princìpi alla base della democrazia e del mondo libero.

5) Perché sono curioso di sapere quanti, domani, avranno lo stesso ardore, la stessa indignazione e la stessa energia nel combattere le ingiustizie per ogni forma di libertà, non solo di stampa, e non sarà la solita panzana come quando un VIP muore e tutti diventano suoi fan su Facebook. Credo che questo attentato cambierà radicalmente il modo in cui vivremo l’estremismo, che ci piaccia o meno. In ogni caso, pochi cazzi, accendi il cervello e non limitarti ai “Mi Piace”: informati (per davvero, non come i complottisti), discuti, critica, fatti criticare, giungi a nuove forme di opinione. Sempre.

Sì, come hai notato, il problema è la libertà in generale. Libertà che verrà radicalmente ridimensionata. E la limitazione ce la imporremo da soli, per paura di una nuova rappresaglia islamica, così come da sempre siamo abituati a parlare poco di mafia. La storia è diversa, il meccanismo no.

Ripeto: io sono un codardo. Sono figlio del mio tempo, del mio Paese e della mia epoca, e ho i difetti che abbiamo tutti, e sono sicuro di aver fatto più di una cosa di quelle che ho elencato. Ad esempio ho detto che non bisogna commentare a caldo, e forse ho messo troppa carne al fuoco: sono umano, sono incazzato e non ho resistito. E so che anche per me sarà difficile scrivere di Islam, da oggi in poi.

Ma la libertà di stampa è anche questo: criticarsi da soli, se nessun altro lo fa per te.

amore odio

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