Parliamo di chi parla di Israele e Palestina

Lug 17, 2014 by

Parliamo di chi parla di Israele e Palestina

Spesso si afferma che, in Italia, si argomenta un’opinione allo stesso modo di come si difende la propria squadra di calcio. Vero. Ma è ancora più evidente quando si parla di una questione complessa, spinosa e di difficile risoluzione come quella del conflitto israelo-palestinese.

Ho già riflettuto, tempo addietro, sull’intrinseca banalità dell’opinione formulata dall’italiano medio, sostenendo come certe argomentazioni, più che venire formulate, vengano scorreggiate con nemmeno tanta grazia. Ma non pensavo seriamente all’effettivo impatto che può generare un imbecille con in mano una tastiera.

Ogni volta che a Gaza e dintorni muore qualcuno – e di recente ne son morti tanti – l’opinione pubblica recupera le asce che aveva messo sotto il cuscino e marcia verso il Web, che solitamente significa “Facebook & Twitter”, con le dita calde e gli animi in fiamme. Così, sotto le breaking news sul conflitto (e anche sotto gli articoli che parlano di tutt’altro) troviamo, immancabili, i soldati di ambedue le fazioni, coi fucili carichi di slogan.

La maggior parte di questi paladini della giustizia concepisce i social network come una vetrina su cui poter proclamare la propria inossidabile convinzione e pretendere di poterla imporre agli altri, assecondando il principio democratico del “posso esprimere liberamente la mia opinione (finché Zuckerberg non mi banna)”. Ma questo, solitamente, ignora il suo diretto gemello “sì, però un’opinione dovrei prima averla”, facendo fioccare riflessioni dal profondo contenuto, quali:

Israele criminale;

Hamas terrorista;

Se sostieni Israele sei un nazista;

Se sostieni Hamas sei un kebabbaro gay di Al Qaeda.

Questo non significa che non bisogna parlarne. Anzi, si può e si deve: la questione è tra le più intricate della storia contemporanea, con aspetti riguardanti l’egemonia politica, la tensione tra superpotenze economiche e militari, ma anche l’antropologia, la sociologia, la religione.

Probabilmente, è proprio la sua profonda complessità che manifesta differenti modi di approcciarsi alla questione, che su Facebook e altrove genera altrettante categorie di utenti o di interlocutori. Di quattro di questi voglio tracciare un quadro:

1) C’è chi prende una posizione netta e chiara, ma dove ogni argomentazione è volta a ribadire circolarmente di essere nel giusto e di stare pensando coerentemente, chiudendo gli occhi di fronte alle contraddizioni fino, nei casi estremi, a giungere a paradossi argomentativi dove si tirano in ballo le cose più assurde. In sintesi, “ti rutto in faccia quel che penso e guai a te se mi critichi” e “tiro in causa cose a cazzo per far infuriare l’avversario e dimostrare che ho ragione”. Un esempio è il ridicolo dibattito tra Vattimo e Parenzo a “La Zanzara”.

Un rutto di Vattimo

Un rutto di Vattimo

2) C’è chi ha un’opinione e tenta di argomentarla, ma viene preso di mira dagli altri utenti che trovano contraddizioni col solo scopo di far crollare quella dell’avversario. Due esempi classici:

“Pensi che gli arabi siano legittimati a reclamare i propri territori? Allora credi anche che l’11 settembre sia stata una grande vittoria!”

“Pensi che Israele faccia bene a difendersi dagli attacchi terroristici? Allora è giusto che ammazzi i bambini!”

A quel punto, o il primo utente si incazza e finisce come quelli della categoria 1), o cerca inutilmente di mantenere la propria integrità finché non viene cacciato a calci in culo o si auto-ostracizza per evitare ulteriori travasi di bile.

3) C’è chi, pur informandosi e interessandosi all’argomento, non riesce a prendere una posizione per timore di quanto accade a quelli della categoria 2), o semplicemente perché ritiene la faccenda talmente complicata che posizionarsi dall’una o dall’altra parte gli risulta impossibile.

4) C’è chi infine, non riuscendo a sbrogliare la matassa, si abbandona a facili semplificazioni, se non addirittura al becero riduzionismo complottista, giungendo a prendere le parti di Israele o della Palestina seguendo la pancia e fondando le proprie argomentazioni su slogan o su stronzate già vomitate dallo stomaco di qualcun altro, non aggiungendo niente alla discussione ma solo peggiorando l’umore proprio e altrui.

(La fregatura è che questi sono la maggioranza!)

Detto questo, se si vuole effettivamente portare un contributo non è necessario essere politologi. Qualche regola, però, non sarebbe male seguirla: ad esempio, conoscere le vicende il meglio che si può, l’individuare i punti sui quali si pensa di poter dire qualcosa che non sia “gnagnagna Palestina libera”, tenersi informati, contribuire e ricevere contributi da posizioni anche contrarie, per poter integrare e migliorare.

Insomma, quello che si fa normalmente nei regimi democratici. Ed è un atteggiamento che si può avere su molte questioni affini, come la Siria, ma anche temi caldi italiani quali la Tav o il Muos.

Abbaiare e grugnire sulla tastiera, purtroppo, non cambia la realtà: i missili li sparano comunque, e la pace duratura sembra un miraggio, nonostante Papa Francesco. E non è nemmeno una questione di diffondere le notizie e risvegliare le coscienze: la pluralità dell’informazione e della disinformazione garantisce, bene o male, una copertura adeguata a soddisfare le esigenze di ogni parte – dai complotti plutogiudaicosionisti ai dati sempre più aggiornati sul numero dei morti.

"Raga, almeno ci ho provato."

“Raga, almeno ci ho provato.”

La presa sociale che riveste questo conflitto, inoltre, rende molto difficile l’approccio costruttivo e collaborativo di chi, in buona fede, cerca semplicemente di venirne a capo senza essere sbranato dalla gran parte dell’utenza, resa indisponente e impulsiva dalla necessità di capirci qualcosa che fa illudere di avere capito tutto.

In questo senso, parte di Internet e i social network sono il terreno più infertile in assoluto per impostare un dialogo. Della matassa dei commenti, appena una briciola rispecchia un tentativo di discussione proficua. La gran parte segue la logica della montagna di merda: più ce n’è, più sommerge la mente di chi se la ritrova addosso, ostacolando la possibilità di costruirsi un’opinione effettiva, o di argomentare la propria.

Chiudo questa riflessione con una citazione da quel mio vecchio articolo: “c’è davvero il pericolo che i pensieri perderanno il loro valore, la loro forza propulsiva, e non avranno presto più alcun significato. E, cosa ancora più inquietante, si nascondono queste previsioni allarmanti sotto strati di presunta libertà”.

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