Ai macachi serve un Amico

Giu 25, 2014 by

Ai macachi serve un Amico

Si sa che essere parlamentare ti rende d’un tratto esperto di sperimentazione animale. Hai già ricevuto più volte l’illuminazione: il governo statunitense impianta microchip nei suoi cittadini per tenerli sotto controllo, l’11 settembre è tutto un complotto, Bin Laden non è morto. Ora è il momento di dedicarti a quei poveri macachi tenuti prigionieri a Modena – mica ci si può scagliare solo contro gli americani, no? E mica si dovrebbe avere un minimo di cultura scientifica ed esperienza, per ispezionare un laboratorio e capirci qualcosa.

Mandiamo un laureato in lettere che crede nei rettiliani a ispezionare i laboratori del CERN, la prossima volta.

I macachi di Modena

Così appare su Repubblica un articolo di Margherita d’Amico su quest’ispezione, con i soliti toni indignati e struggenti. Prima di proseguire qui vi consiglio di leggerlo e dare un’occhiata al video allegato, per farvi un’idea.

Paolo Bernini, parlamentare M5S nonché notissimo ricercatore e conoscitore dei macachi, ha deciso di saltellare allegramente nello stabulario dell’Unimore. Forse per fare chiarezza, visto che «si sospetta una dismissione (soppressione immediata o cessione ad altri centri di vivisezione)» perché la nuova normativa vieta l’allevamento di primati. Mi sfugge il passaggio tra “non li puoi più allevare” e “ammazzateli tutti nei prossimi cinque secondi”.

Alla d’Amico, invece, dev’essere sfuggito che il cervello non ha nocicettori. Ci racconta sconvolta che i macachi possono passare un anno intero con elettrodi nel cervello, e senza anestesia. Chissà che orrore anche la DBS (deep brain stimulation), allora, in cui vengono impiantati elettrodi a pazienti umani svegli. No, questo non è un trattamento per il Parkinson o la distonia, questa è una crudeltà! Chissà quanto dolore devono provare queste persone, in una zona senza recettori del dolore.

Chissà perché non mi sorprende, che alla d’Amico questo piccolo particolare sia sfuggito – l’importante è raffazzonare immagini sconvolgenti, non descrivere la realtà. E tanti saluti alla coerenza. Così prima ci indigniamo per quelle «gabbie piccole e simili a pollai», «l’unica realtà conosciuta»; poi, però, al minuto 1:08 del video allegato si vede chiaramente che le gabbie hanno un’uscita sul retro. Così prima viene l’orrore perché per la sperimentazione viene scelto un macaco fiducioso e docile, «per potergli insegnare movimenti che ripeterà una volta intrappolato nella lunga tortura da cui non uscirà più vivo»; poi, peró, viene la descrizione strappalacrime dei macachi legati per un anno intero a una sedia. Ma questi macachi, quindi, sono segregati in una gabbia buia e angusta o no? Per gli esperimenti si devono muovere o no?

Ssssh, mica devi pensare, quando leggi l’articolo. Mica devi pensare quando guardi quel video strappalacrime. Cosa? Le foto degli ultimi trenta secondi non possono certo riferirsi al laboratorio di Modena, dato che durante l’ispezione Bernini non ha assistito a esperimenti? Vabbe’, dettagli, in qualche modo bisognava pur dipingere i ricercatori come dei mostri. Che poi sti ricercatori sono dei sadici assassini, diciamocelo, senti come ridono quando parlano dei poveri macachi vivisezionati! Come ti permetti di ironizzare sulla loro docilità, stronza? E come osate fare questi esperimenti orribili come ricerca di base, neanche per curare qualcosa, solo per la conoscenza?

La “vivisezione”

Il Tod, temibile vivisettore.

Il Todd, temibile vivisettore.

La vivisezione è la sezione in vivo. No, niente urla di dolore, niente crudeltà gratuite, niente scienziati folli. Un’appendicectomia è vivisezione. Studi su animali transgenici, ad esempio, non lo sono. La vivisezione non comprende tutta la sperimentazione – o voi chiamereste vivisezione uno studio comportamentale?

Per questo si preferisce la definizione di sperimentazione animale (SA) che comprende tutti gli ambiti e le pratiche in uso nella ricerca. Non perché ci sia qualcosa da nascondere, ma perché è semplicemente più corretto. Chi usa la parola vivisezione, invece, lo fa per evocare orrore.

Ma vediamo cosa succede nei “centri di vivisezione” – o laboratori, per chi non deve dipingere la SA come una crudeltà inutile. C’è una marea di Drosophila melanogaster (moscerino della frutta), usata principalmente per la genetica e sostanzialmente ignorata sia dalle normative sia dalle manifestazioni animaliste. Tra gli altri animali, in Europa abbiamo principalmente topi (61%), ratti (14%), animali a sangue freddo (12,5%) e uccelli (5,9%). I primati rappresentano lo 0,05%1.

Il regolamento Ue 1223/2009 vieta di testare i cosmetici in vivo. La direttiva 2010/63/UE tutela gli animali utilizzati per tutti gli altri fini (ricerca di base, medicina umana e veterinaria, studi tossicologici, diagnosi etc.) ed è stata recepita dall’Italia qualche mese fa2.

Tra gli orrori dei laboratori, quindi, troviamo: un veterinario per ogni struttura (articolo 24), l’uso di animali solo in assenza di metodi sostitutivi (art. 13), anestesia per ogni procedura più traumatica dell’anestesia stessa e analgesia terminato l’effetto dell’anestetico (art. 14).

Questi animali stanno in gabbia? Spesso sì. Nessuno ne fa mistero. D’altronde sono in cattività, per vederli liberi bisogna cercarli nel loro ambiente.

Questi animali soffrono? Quando è inevitabile. Anche qui, nessun mistero. Se i ricercatori fossero sadici e si divertissero per questo, sarebbero degli idioti – studiare anni e venire pagati una miseria solo per far soffrire dei ratti? Fai prima a vederli agonizzare per le derattizzazioni.

La ricerca di base

La ricerca sui macachi a Modena «ha il puro scopo della conoscenza», ma ciò non significa che sia inutile: per curare un disturbo neurologico si dovrà pur sapere qualcosa su questi neuroni. Per avere una minima possibilità contro il morbo di Parkinson si deve sapere perlomeno cosa sono e come funzionano i neuroni, i gangli basali, la dopamina – tutta ricerca di base.

Monumento al topo da laboratorio.

Monumento al topo da laboratorio.

Demonizzare la sete di conoscenza non ci porterà a nulla. Se l’avessimo fatto trent’anni fa, ora non sapremmo che l’HIV causa l’AIDS. E se quarant’anni fa qualcuno avesse deciso che la curiosità non poteva giustificare esperimenti sulle rane, ora non conosceremmo i canali ionici, con cui le cellule comunicano con l’esterno; questo significherebbe solo cancellare dai libri di testo i meccanismi di sistema nervoso, insulina, fibrosi cistica, epilessia, malattie cardiovascolari e neuromuscolari. Non so voi, ma io preferisco un ricercatore curioso a un medico che non conosce tutto questo.

La ricerca di base non è un lusso o un vezzo, né la scusa di qualche aguzzino per torturare delle cavie. Non è finalizzata all’immediata applicazione, no, ma è il fondamento della ricerca applicata: la prima estende la conoscenza, la seconda mette a frutto questa conoscenza nella pratica. No conoscenza, no pratica. No ricerca di base, no ricerca applicata. Sarebbe come voler progettare ponti senza mezza conoscenza di fisica – ma d’altronde, se vogliamo mandare un laureato in lettere a ispezionare il CERN, forse siamo a quei livelli.

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Settima relazione sulle statistiche riguardanti il numero di animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici negli Stati membri dell’Unione europea. Relazione del 2013, dati del 2011. Qui il testo.

Qui il testo.

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