Le bufale e i creduloni, la coppia 2.0

Mag 15, 2014 by

Le bufale e i creduloni, la coppia 2.0

L’INFORMAZIONE È CORROTTA!

 

No, non lo è. Almeno, non come di norma s’intende. Non ho potuto fare a meno di notare, girovagando in quella landa ignorante di Facebook con l’animo spento e la pigrizia in corpo, l’imbarazzante quantità di false informazioni pluricondivise che dilagano senza ritegno negli aggiornamenti di stato di turno. Di conseguenza, mi sono chiesta chi fosse alla radice di questi insulti all’intelligenza pubblica, perché mettessero in giro certi virus informativi e cosa ci guadagnassero; sì, all’inizio ero convinta che non fosse stupidità o tempo da perdere, quanto particolari interessi, magari economici.

Ebbene, cari e preziosi lettori, ho scoperto che la prima risposta che ci si prova a dare è quella corretta: la falsa divulgazione è non solo un insensato vizio di gran parte dei fruitori del mondo virtuale, ma la maggior parte delle volte è per incauta mano dei più ingenui che certe false notizie acquistano credibilità.

Chi non è mai stato attratto dalla cortissima distanza che separa la freccetta sullo schermo dal tasto “condividi”? È un po’ il grosso pulsante rosso del web 2.0, che però non comporta esplosioni da cliché di alcun tipo – e aggiungerei purtroppo in certi, disgraziati casi.

20140516-150257.jpg Come direbbe Brian Boyd, in merito alla sua indagine sulle basi evolutive della narrazione: “ci affidiamo compulsivamente l’uno all’altro grazie a un radar emozionale e fulmineo”, ma andrò più a fondo nelle prossime righe.
Per farla breve, la mia attenzione si rivolge a teorie focosamente dibattute, fra le più popolari le – maledette – Scie Chimiche o il complottismo; ma anche a quelle sporadiche immagini che conquistano i social network dal rassicurante titolo “I GIORNALI NON N’È PARLANO! Condividete!!!!1!”. In cuor vostro sapete che sono bufale; vi prego, ho bisogno di sentirmelo dire.
Ad ogni modo, una bufala è, nel più scurrile e grossolano senso del termine, una cazz…uola che spalma fra i mattoni dell’informazione un collante maligno. Senza mezzi termini.

E come tutte le cazzuole, le bufale hanno una fabbricazione simile fra di loro; pertanto, riconoscerle ed evitarle è più semplice di quanto s’immagini.

Le notizie hanno cambiato forma con l’avvento dell’Internet a banda larga: inizialmente l’idea di un mondo virtuale trovava posto solo fra i più letti libri di fantascienza; ma agli albori del 2000, il ricercatore al CERN di Ginevra Tim Berners-Lee, ha osservato come il gruppo di ricercatori italiani si scambiava le informazioni da un piano all’altro della struttura, con stratagemmi telefonici e informatici. In più, dettagli tecnici dei progetti passati si perdevano quasi sempre in un sistema così vasto, e ci si basava su voci di corridoio danneggiate dai cambio turni e da lunghe indagini per ritrovare vecchi archivi.

Ne nacque un’idea che rivoluzionò (e continua a rivoluzionare) il mondo della comunicazione: la sua proposta era il “web“, un contenitore di file che dal computer tirava fuori i contenuti d’interesse, azione possibile in più luoghi dell’edificio. Interessante notare come da solo non avrebbe potuto immaginare tutto ciò che il web è diventato.

Il passo scientifico l’ha fatto Vannevar Bush negli anni ’40, esperto di tecnologia della seconda guerra mondiale. Mentre pensava all’incredibile vastità del bagaglio di conoscenze umano, ha scritto una frase di questo calibro: “la mente umana funziona attraverso associazioni. Quando immagazziniamo un’informazione, passa istantaneamente a quella successiva attraverso un’associazione di pensieri, secondo un’intricata ragnatela di passaggi sostenuta dalle cellule cerebrali”. In sostanza, Bush ha spiegato cos’è un link vent’anni prima della loro concreta realizzazione.

Un’altro simpatico individuo di nome Ted Nelson, si trovava nell’estivo 1965 alla conferenza della Associating for Computing Machinery, dove si chiacchierava d’informatica. Nelson era un tipo strano (da come la rivista Wired l’ha descritto allora), affetto da deficit d’attenzione e quindi incapace di memorizzare la maggior parte dei suoi pensieri, e non solo. Viveva in un caos frenetico di continue associazioni di informazioni. Allora pensò: “sarebbe fighissimo avere un software che tenga traccia di tutte le diramazioni del mio pensiero”, e spiegò l’idea di meccanismi che permettessero di saltare da un testo a un’altro proprio alla conferenza ACM.

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Ed ecco che negli anni ’80, quando si dispose di un’adeguata conoscenza tecnologica, cominciarono a diramarsi i fantomatici collegamenti ipertestuali, o link. Proprio quello di cui aveva bisogno Tim Berners-Lee per riassettare i file al CERN. Tutto ciò accadeva prima del 2000, quando ancora Internet non era alla portata di tutti e c’erano i bulletin board system. Nel ’97 è toccato a Google, nel ’99 a Blogger e poi a Twitter, che nel 2008 è stato il primo posto dove la notizia del forte terremoto a Sichuan è andata a finire. Prima su un social network, poi ovunque nel mondo. Fa venire i brividi.

I media tradizionali, nel frattempo, scoperchiavano un pentolone nella magica cucina delle agenzie di stampa e tiravano fuori dalla sbobba i contenuti con potenziale. Con il World Wide Web alla portata di tutti, il fuoco sotto il pentolone s’è rinvigorito, una buona dose di protagonismo e individualismo hanno contribuito a scaldare l’ambiente, e hanno cominciato a schizzar fuori blogger, fashion blogger (non è un caso che sia una categoria a parte, attenzione), giornali online, rubriche interattive, web series documentarie, youtubers e ogni possibile mina all’inconsapevole, placida ignoranza. Per citare Frank Rose in merito ai servizi del web, specialmente i forum e i blog: “le persone che attraggono sono quelle che vogliono ostentare la propria conoscenza della materia in tutta la sua gloria esoterica“; e non ha tutti i torti. Al ché, si può dire che l’informazione è alla portata di tutti; chiunque dotato di un computer e una linea Internet può condividere i suoi pensieri e le sue opinioni ovunque e in ogni modo; e chiunque può fruirne.

Questo comporta una presa morale più ferrea: col web si potrebbe avere il potere di cambiare il senso comune; un solo tweet e la reputazione di una persona può essere bruciata, un solo post e la sua carriera può essere distrutta. Con tutte queste parole facili, largamente fruibili, facilmente comprensibili, lo stesso scrivere è diventato mainstream: si dà meno peso alle parole quando dovrebbero invece acquistarne. Scrivere è una responsabilità.

Ed è da questa consapevolezza che nascono i “fattoidi“: derivato di un neologismo americano, s’intende “cronaca romanzata”; il suffisso -oide conferisce a certe parole l’accezione di “essere verosimili” al significato del termine originale (uman-oide, intellettual-oide), per cui blogger o giornalisti online prendono un fatto e ne creano uno verosimile. Sembra un fatto, ma non lo è.

Ora, è da sottolineare che sto guardando tutto ciò da una prospettiva moderna, ma effettivamente i fattoidi hanno sempre occupato un comodo posto fra le testate, nei modi più disparati: c’è anche una tecnica. Innanzitutto, se un fatto perde interesse col tempo, alcuni prendono la deliberata scelta di inventarsi dei nuovi particolari di sana pianta. Come se io adesso decidessi di scrivere un articolo dal titolo “Ruby incinta, a breve i risultati del test”.

Era solo un esempio, davvero, non vi agitate. Ad altri, fra cui i fashion blogger sopracitati, piace di più imporre e diffondere must alla platea di followers, scrivendo di personaggi famosi che improvvisamente bruciano il loro armadio e decidono d’indossare indumenti di un solo specifico marchio. Inverosimile, ma funziona. Per ultimi, ho lasciato i fattoidi più succulenti: di totale invenzione. Questi sono creati a tavolino con la precisa intenzione di disinformare, e hanno una bella giustificazione alle spalle: le nostre paure.TMI-grandma

Se pensiamo alle leggende metropolitane, le storie che raccontano gli adulti ai bambini per tenerli lontani da scomode situazioni, le favole della nonna che valgono per tutte le epoche senza bisogno di rivisitazioni, si stagliano una serie di simboli significativi cari da sempre. Sono i fatti che non si vorrebbe mai si verificassero, e la possibilità che accada scatena una sensazione di paura in chi legge e di trasgressione in chi scrive.

Se guardiamo il tutto da una prospettiva social, con tutto ciò di cui l’uomo si è circondato, è facile uscire dai binari e perdersi. Il confronto con gli altri ci aiuta a non perdere l’orientamento in questo caos. Almeno, così ci suggerisce il Brian Boyd sopra citato. Pensiamo a Facebook: nel momento in cui ho una storia particolare, un pensiero interessante, una notizia qualunque, posso condividerla con le persone che ho fra gli amici; loro possono commentare, io posso leggere cosa pensano della mia storia, e posso ricambiare leggendo e scrivendo sulle storie altrui. Questo processo rafforza legami, che siano virtuali e non.

Ma soprattutto innesta una soddisfacente quantità di nutrimento per l’ego. Lo so che vi esaltate quando qualcuno mette il mi piace a un vostro post, che sia una storia vera, falsa, melensa, gossip, confessioni pubbliche o semplici disappunti; è naturale. Si condivide per affermarsi socialmente, per attirare l’attenzione, per farci strateghi di marketing personale: per venderci meglio. Sempre Boyd: “A lungo termine soddisfiamo al meglio i nostri interessi, se ci costruiamo una reputazione di garbati narratori di storie affidabili, utili e, si spera, affascinanti”; e per tornare alle bufale, le notizie shock sono affascinanti, altroché.

fragola pesce

A fare d’esempio è la storia della fragola-pesce. Avete visto Grillo che ne parla? Guardate lo sketch. Si tratta di un OGM creato impiantando pezzi di DNA del merluzzo artico, particolarmente resistente al freddo, in quello di una fragola, col fine di poterla conservare più a lungo. In primo luogo, gli organismi geneticamente modificati hanno un passato (e un presente) ricco di dibattiti sanguinosi sul loro effettivo modusconficiendi: sono creati in laboratorio, e già questo contribuisce a innescare una sinistra inquietudine.

Si sente il sapore della morte, del finto, del nocivo. Chi altri ha fatto una cosa del genere? Il Dr Frankenstein naturalmente, la Creatura, il morto che prende vita. Non per altro, gli OGM sono chiamati anche “cibo di Frankenstein”. E la fragola-pesce è chiaramente una cazzuola. Per un periodo girava una curiosa mail che aveva per soggetto una povera ragazzina malata, perché è allergica al pesce ma aveva mangiato solo fragole. La tragica voce del popolo: “non è possibile! Gli OGM sono cattivi! Moriranno milioni di persone!”.

Sbagliato: la voce dev’essere come minimo “chi è questa ragazza?”. Non si sa nulla, né della fragola-pesce, né della ragazzina malata. Se è stato creato e messo in commercio un organismo geneticamente modificato, la prima cosa che si trova in rete è il brevetto, o la fonte diretta dello studio. Esiste davvero la possibilità di commercializzare cose a caso? Può capitare, ma ci tocca sapere chi, cosa, dove e quando, nel più banale dei casi. Quando questi sono dubbi, o addirittura assenti, o vaghi, si può star certi della presenza di fattoidi. È una bufala, o una leggenda popolare, quelle FOAF (friend of a friend, acronimo inglese che lascia intendere il tipo di divulgazione): è un telefono senza fili. Magari qualcuno ha letto un articolo, l’ha reinterpretato a suo modo, e corre sul web, sui social, a scrivere ignominiosamente la sua madornale, falsa scoperta.

O internauti: ormai siamo tanti, che frughiamo in questa bolgia; riconoscere una bufala è una pratica quotidiana, di questi tempi, nonché terribilmente semplice: basta controllare le fonti prima d’infuocarsi con un titolo accattivante o una scritta in grassetto. Catalogare quello che si legge e attribuire il giusto peso di credibilità è sempre utile e a volte indispensabile. Per finire, la condivisione sui social è un’optional: abbiate cura degli allocchi, teniamoci lontani dalle cazzuole.

Informatevi responsabilmente.

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