«Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa»: scrivere, e altri mondi sconosciuti

Mar 4, 2014 by

«Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa»: scrivere, e altri mondi sconosciuti

Siamo nel mondo dell’informazione, che vi piaccia o meno. Ogni volta che digitate una misera lettera nella magica barra di ricerca Google, state già usufruendo di informazioni: l’intero World Wide Web è una collana inesauribile di parole, frasi, pensieri, idee, opinioni; la blogosfera è il suo primogenito e prediletto, che arricchisce le nostre vite di contenuti fin troppo facilmente fruibili, punti di vista curiosi, meandri inesplorati di conoscenza e collettività.

Anche la creatività ha il suo angolo di successo, seppur non sempre sia la prima connotazione che si ricerca quando si vuole sapere qualcosa velocemente e senza sforzi. In ogni caso, che siate artisti, studenti, impiegati, proprietari di multinazionali, insegnanti, disoccupati, o semplicemente disinteressati, dovrete prima o poi fare i conti con la selva oscura attanagliata alla nascita del mistico “link”: il collegamento ipertestuale. Ma se siete davanti al PC e state leggendo l’ennesimo articolo su lastessamedaglia.it, probabilmente lo sapete già.

Non so se si ha ben presente quel curioso processo mentale che s’innesca quando si è immersi in un’ipotetica situazione convinti di viverla a proprio modo, e all’improvviso ci si sveglia e ci si rende conto che quelle nostre azioni fanno parte di un meccanismo ben più grande di cui non s’immaginava la portata: si è così all’interno di quel sistema che non si riesce a osservarne bene le componenti, allargare la visuale. In questo caso si parla del mondo del web 2.0, il mondo social, e il modo sperimentale di viverlo. Ad ogni sollecitazione, non si può mai sapere come risponderanno le masse. Ma niente paura, gli illuminanti accorgimenti di Henry Jenkins nel suo libro “Cultura Convergente”, accendono la lampadina e aiutano a dare dei contorni definiti alle nuove circostanze: Jenkins parla d’intelligenza collettiva.

Il gioco è: pensate alla fan community a cui siete registrati. Pensate a tutte le altre community a cui avreste potuto registrarvi, aggiungete i forum a cui vi siete iscritti per solvere un dubbio, i blog di cui ricevete la newsletter, tutti gli altri di cui fruite discretamente, i siti da cui avete copiato e incollato le ricerche, i primi della lista di Google alla ricerca di una vostra parola. Una massa enorme di ricordi e informazioni che riguarda solo la vostra esperienza web, e che ha contribuito a far parte della memoria di tutte le persone che ne sono state invischiate, che hanno creato il sito, che hanno letto un vostro commento o intervento, hanno risposto e ne hanno assunto il significato. Con questo delicato meccanismo, scrive Jenkins, «nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa», e se continui a non sapere qualcosa, puoi con estrema facilità cercarla sul web, che riserva fonti di ogni tipo per campi multidisciplinari, dove tutti possono interagire; un po’ disordinato, ma funziona.

Eppure, c’è chi ancora fa errori basilari di grammatica italiana.

Vi siete chiesti per quale ancestrale motivo navigate sul web, leggete libri, articoli di qualsivoglia natura, interventi sui social network e il congiuntivo diventa un condizionale? Ho cercato di rispondere a questa domanda.

come tu mi vuoi

Cristiana Capotondi ci presta la sua espressione da pesce, a tal proposito particolarmente calzante

  1. Innanzitutto, il caso in questione è pigro.
    Al di là dell’ignoranza cieca e caparbia, un essere umano mediamente istruito può avere dei dubbi su quanto ha scritto, e puntualmente… non li sana. La risposta sta a trenta secondi dalla sua domanda, con Google alla mano; ma lui, consapevole del possibile errore, pubblica lo stesso. La cosa curiosa è che non è neanche interessato a informarsi per la prossima volta, e immancabilmente continuerà a scrivere “per cui” tutto attaccato e “melo” non riferendosi all’albero da frutto.
  2. È arrogante almeno quanto un chihuahua. Non gli importa esprimersi in italiano corretto, per lui è «ehb, cioè, vabbé hai capito». Un incrocio fra l’impotenza e la rassegnazione. Questo caso dà la precedenza ai contenuti come l’acida Giada di Come Tu Mi Vuoi si dice bella dentro. E se ne infischia se è proprio il modo di usare le parole, di mettere insieme i concetti, la cosa che dice molto più di un uomo di quanto non lo faccia un contenuto – anche non banale – scritto coi piedi.
  3. Si sopravvaluta. È convinto di non aver bisogno di futili congiuntivi e virgole
    Mr. Fish nel suo vestito di indie videogame designer

    Mr. Fish nel suo vestito d’indie videogame designer/intellectual hipster

    superflue, conosce già tanto della vita e delle sue applicazioni da non poter proprio soffermarsi sulla loro resa stilistica. Diventa quasi una forma d’arte: esalta il suo modo di non-scrivere perché lui è anticonformista, è il progresso della lingua italiana; è così avanti che non si spreca neanche negli spazi per dividere una parola dall’altra: ecco a voi l’evoluzione degli #hashtag non più come indicizzazione contenuti, ma come stile di vita pseudointellettuale.

Sono solo tre punti che sfortunatamente, incrociandosi fra loro, diventano almeno nove intercambiabili. Viene in mente il regista Jean-Luc Godard al Cannes della metà degli anni Settanta, che risponde alla curiosa quanto legittima domanda di Franju in merito all’inguaribile non linearità dei suoi film. Dice: «Ma almeno, Monsieur Godard, riconoscerà la necessità di avere un inizio, una parte centrale e una fine nei suoi film»; Godard risponde «Certo. Ma non necessariamente in quest’ordine». I tipi di noncuranza grammaticale sono difficilmente comprensibili e non ben classificabili, come i film di Godard che fanno impazzire il più realista Franju; ma, se di una cosa si può esser certi, è che i casi violentemente sgrammaticati non fanno ancora parte del mondo del cinema, e ce ne rallegriamo tutti.

Per ovviare al virus in modo irrimediabilmente banale, copio qui alcune regole di scrittura stilate da Umberto Eco, che in confronto alle più pregnanti Lezioni Americane di Calvino, sono più facilmente fruibili, divertenti e veloci come il nostro amato e controverso web. Non solo contengono il dilettevole giochino di svelare l’errore citato in ogni frase metalinguistica, ma spronano a fare interessanti ricerche per conoscere il significato di qualche figura retorica sempre utile.
Non ho potuto fare a meno di aggiungere qualcosina.

2.Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

Nell’italiano moderno e informale – l’italiano dell’uso medio di Sabatini – può capitare di sostituire il congiuntivo con l’indicativo e altre costruzioni che prima erano inequivocabilmente scorrette, del tipo “se lo sapevo, non ci venivo” oppure “penso che non viene più”. Se è concesso dirle, non lo è scriverle. È confortante anche non sentirle.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

Un intellettuale può far finta di essere poco intelligente, ma un cretino che fa finta d’essere intelligente rimane sempre un cretino che finge.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

Ho notato che le parentesi sono preferite nel linguaggio scientifico, mentre se si sta scrivendo un testo di qualsiasi altra natura è elegante vedere i trattini; anche i numeri fanno questa differenza: in un testo scientifico si preferisce che siano scritti coi simboli adeguati per mantenere la chiarezza; in un altro scritto, invece, è elegante scriverli usando le lettere. Chiaramente è richiesta la coerenza: se si comincia con una lingua… è bene che si finisca con quella.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

Ci sono molti casi umani quotation marksche, alla ricerca superficiale di qualche termine di uso comune, sgranano gli occhi, sollevano le mani e piegano l’indice e il medio per due volte, pronunciando qualche sinonimo poco calzante o addirittura un termine dialettale. Quella particolare movenza scomposta – e anche un po’ teen – vuol dire: «sono abituato a parlare in gergo e non ricordo come ci si esprime fuori dal cortile del mio liceo». Si consiglia di non farlo mai, di persona come su un foglio. Se l’uso delle virgolette è richiesto per marcare un termine che funge da esempio, straniero o che si è in procinto di spiegare, che si mettano pure, giù i due punti a seguire e via libera alla cultura.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

Umberto Eco parla di scrittura creativa, ma nell’ambiente dei new media, se malauguratamente si parla di marketing o comunicazione nei social network, capiterà di leggere “che palle, c’è troppa pubblicità su Youtube” come “si vede che i TrueView hanno un diverso approccio al consumer rispetto al classico interruption marketing, ormai il native advertising sta scavalcando anche i promoted content“. Quindi direi che la verità sta nel mezzo, come sempre: se esiste l’esatta alternativa italiana di “bon ton”, ad esempio, si può usare quella; invece, se “bon ton” fosse una locuzione che specifica notoriamente solo una parte del buon costume, e l’intento è parlare di quella in particolare, è meglio che la si usi invece di spiegare tutto l’ambaradan, seppur in italiano.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

Molto più difficile di quanto sembra: l’unica salvezza pare eliminare tutto ciò che ha una parvenza similare o superflua, ma affronterò la cosa alla regola numero ventiquattro.

La Santanchè ci palesa le classiche movenze di un cafone casuale

La Santanchè ci palesa le classiche movenze di un cafone casuale

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

Qualcun altro direbbe: quando ce vo’, ce vo’. A seconda dei registri. Da ricordare che un lettore suole immaginare l’aspetto dell’autore, e ne costruisce l’immagine anche grazie a questi accorgimenti.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

In effetti sono del tutto inutili in un articolo informativo, ma non riesco a farne a meno quando mi cimento a scrivere di tematiche più personali, con toni severi o semplicemente emozionali: a mio parere, “mi sei mancata molto. Abbracciami” ha un ritmo più emotivo rispetto a “mi sei mancata molto, abbracciami”, e la via di mezzo del punto e virgola mi sembra poco adatta. Il risvolto sentimentale è più sentito e quindi più coinvolgente. Credo non valga la pena di riformulare una frase per non isolare una parola fra due punti fermi, se così ci si sente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

Le virgole sono semplicemente piccole pause: è semplice collocarle se ci si ripete in mente la frase da scrivere, ascoltandone gli intervalli. Il problema è quando si mette in mezzo la sintassi: se un periodo è costituito da più subordinate ci si può confondere e scrivere erroneamente più virgole del dovuto, o troppo poche; dunque la prima cosa da fare è riconoscere le varie proposizioni fra coordinate, subordinate, frasi semplici o complesse, e distinguerle con le virgole dove è più opportuno. Secondariamente ci si può giocare per dare al periodo il ritmo che si desidera, fra incalzante o spezzato.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

Shining, confusione, panico

Espressione esemplare da panico da incisi

In realtà potrebbe essere più facile di quanto sembra: è noto che i due punti servano a specificare un concetto scritto nella frase precedente, e che il punto e virgola sia una pausa prolungata. Il punto e virgola non viene quasi mai usato da molti, ma è utilissimo per creare una pausa non troppo forte come per il punto fermo e non troppo lieve come per una virgola: è una via di mezzo versatile che aiuta anche a non slegare due frasi diverse che condividono lo stesso filo concettuale. Interessanti quanto fuorvianti, prima di usare più spesso questi due segni di punteggiatura, bisogna comprenderne il giusto equilibrio; la difficoltà sta nell’evitare di cadere in vortici di frasi complesse senza fine, una che spiega l’altra, incisi, dialisi, crisi, confusione, panico e altre brutte cose.

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

Ho pensato che il linguaggio sia pura logica da quando ho compreso il meccanismo del latino al liceo: quando si scrive una frase, che sia chiaro o inconscio, devono necessariamente essere presenti soggetto e predicato, come l’incognita in un’equazione. La mamma stira. L’immagine è troppo scarna, allora aggiungiamo il complemento oggetto: la mamma stira la camicia. Ma perché? Dove? La mamma è grassoccia o bella come nei manifesti vintage della CocaCola? E cosa c’è attorno? Di che colore sono le pareti? Dato che è una mamma, quanti figli ha? Sono grandi o piccoli? Insomma, se l’obiettivo è parlare della camicia che sta stirando, si focalizzeranno i dettagli su quella camicia, in modo che la si riconosca e ci si possa costruire una storia; se si vuole parlare delle condizioni delle casalinghe, si enfatizzerà il fatto che lei è a casa a stirare invece di far altro, ma non si puntualizza tutto, specialmente se in modo frammentario e non lineare. Se è indispensabile aggiungere molti dettagli, è meglio ricalibrare la frase, prendere incisi e spostarli ai poli, concludere una frase abbastanza carica e iniziarne un’altra con le altre informazioni. Se quello che volete esprimere richiede molte parole, non pensate a condensarle; piuttosto, usate le parole giuste.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perché chi lo fà sbaglia.

AsinoCi sono tante, troppe regole da ricordare per usare in modo meticolosamente corretto la lingua italiana. Fra le meno considerate, ci sono quelle degli accenti. Tempo fa ho pensato «che ci vuole, basta ricordarsi se la parola che sto usando ha un suo doppio con un altro significato»… eh-eh, non è così semplice. Alcuni sollevano la problematica perché pensano «ehi, fa può anche essere una nota musicale!», ma effettivamente neanche il più testardo dei muli può confondere il fa musicale con l’altro – quello di “tanto tempo fa” o “fa caldo” – perché i contesti sono troppo differenti; al massimo si può parlare di fa’ con l’apostrofo quando nell’imperativo ci mangiamo l’ultima lettera di “fai”, così per “dai”. Per il da preposizione e il dà verbo, per esempio, l’accento c’è perché è molto più facile incontrarli in contesti vicini o addirittura nella stessa frase. Per farla breve, a questo link c’è la Crusca ben lieta di delucidare. Treccani non rimane indietro, anzi, dall’altro capo di quest’altro link c’è l’universo inesplorato dei famigerati accentatori.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.neologism-meme

Il mio errore preferito, la mia croce. Se volete ferirmi brutalmente, ricordatemi quanti errori ho fatto con gli apostrofi. Passando da qui, aggiungo che non si scrive “gli” per il gentil sesso, né al posto di “li”, che poverino è solo un pronome che ambisce al complemento oggetto. Sono d’accordo che l’italiano si stia plasmando e semplificando, ma anche a livello di suoni “li ho restituito il libro” è denigrante. Lancio saette.

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

Eppure c’è a chi piace un pizzico di exotic mix nel suo cocktail.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

Se si scrive cercando scappatoie varie alla trascrizione del dannato lago Chargoggagoggmanchauggagoggchaubunagungamaugg in Massachussets, il lettore lo capisce subito. E se lo si scrive male lo capisce ancora prima, e non vedrà l’ora di sbandierare il tutto pubblicamente: affidatevi al copia e incolla. A proposito, a questo link si possono trovare alcune foto interessanti di questo magnifico lago.

32. Cura puntiliosamente l’ortografia.

È utilissimo rileggere a mente fredda: un esercizio da fare quando possibile che semplifica il lavoro di revisione. Solitamente, la prima rilettura è da fare veloce, per controllare che il ritmo e gli equilibri di cui parlavo a proposito della punteggiatura siano livellati e facciano il giusto effetto; la seconda volta è meglio rileggere con più attenzione, cercando di sviscerare ogni possibile errore ortografico e concettuale, facendo qualche piccola sostituzione, togliendo o aggiungendo frasi e virgole. La correttezza del testo è direttamente proporzionale al numero di riletture. Da fare anche con i post, i tweet e tutto ciò che può sembrare più informale, anche il primo pezzo di carta sporco “fuori per pranzo” che appendi sulla porta del tuo locale. L’ortografia, a differenza del lessico, non si deve calibrare a seconda delle situazioni: dev’essere corretta e non c’è alcuna via di fuga.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

Se si decide di dire qualcosa, che la si dica senza troppi mezzi termini. Alcuni ragazzi dicono «non hai capito cosa è successo!» all’inizio del racconto, come se il destinatario avesse poteri telepatici e avesse già comunicato che non ha inteso bene; mi devi raccontare una cosa? Raccontamela. Sono qui davanti a te. Oppure capita di scrivere, io per prima, frasi come “superfluo dire quanto le fosse mancata”, ma se quello che ho scritto è superfluo come ho precisato io stessa, allora io sono eccessiva. Arriverò all’analista.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.

Salvador Dalì posa per La Stessa Medaglia in veste di pseudo-intellettuale

Salvador Dalì posa per La Stessa Medaglia in veste di pseudo-intellettuale

Lo so, quei termini trasudano cultura a ogni tratteggio, riuscire a usarli è già un traguardo, figuriamoci scriverli con cognizione. L’ego crescerebbe smisuratamente, l’ebrezza di pronunciare cose che non tutti possono capire è incredibilmente appagante. Se qualcuno desse segni di particolare interessamento o qualsiasi altro spiraglio di attenzione, forse avrebbero senso per quella nicchia di intellettuali maniacali. Ma siamo nell’era tecnologica, e adesso le informazioni, le idee, le opinioni devono essere facilmente fruibili se si vuol essere letti. Collezionare artistici e altisonanti scritti propri non è mica reato; non ci si aspetti però che qualcuno si cimenti col vocabolario alla mano a tradurre sequele ignominiose di esoterismi e vecchiume. La bravura di un uomo sta nel farsi intendere, l’occulto è fra le capacità più antiche e praticate.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

Termini come prolisso e lapalissiano hanno un nonsoché di mistico. Non si sa mai quando è opportuno fermarsi, e normalmente s’intende all’ultima rilettura.

40. Una frase compiuta deve avere.

Consiglierei, a questo punto, di vendere pesce.

Per i più curiosi, l’elenco completo delle quaranta regole per scrivere bene di Umberto Eco si può trovare a questo link, oltre che pressoché ovunque sul web e oltre.

Per quanto mi riguarda, credo di aver violato fedelmente tutte le regole che ho trascritto in questo stesso articolo.

E voi, a quanti disastri grammaticali avete assistito?

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