La psicologia è una scienza?

Gen 13, 2014 by

La psicologia è una scienza?

Qualche tempo fa, mi è capitato di leggere un divertente articolo di Nicolò Zarotti, che elenca le principali risposte idiote che le persone pronunciano quando incontrano qualcuno che studia psicologia.

Devo purtroppo confermare che son vere, e che mi è capitato più di una volta di incappare in decerebrati convinti ch’io fossi una sorta di sciamano del Centrafrica, intento a creare infusi con le foglie medicinali e a squartare animali – o, nella migliore delle ipotesi, un mago “lettore delle menti” o “interpretatore automatico di sogni”.

L’ignoranza generale nei confronti della nostra disciplina è alquanto scandalosa per un paese dalla solida cultura scientifica, ma non è del tutto colpa della società: ci sono, effettivamente, punti che rendono ambigua la definizione, così come faccende interne alla psicologia che, viste da fuori, sembrano incrinare la pretesa di scientificità. Ma andiamo con ordine.

Rispetto al quadro del mondo scientifico, la psicologia è una disciplina praticamente neonata: non ha nemmeno 140 anni di storia (se partiamo dalla data di nascita ufficiale, il 1879), molti dei quali persi intorno a faccende che poi son state accantonate, o a settarismi di “scuole psicologiche” e impostazioni che, chiuse nella loro torre d’avorio, hanno rallentato il progresso. Di conseguenza, non solo la psicologia procede a gattoni rispetto alle scienze con le Ferrari (biologia, medicina, chimica, fisica…le cosiddette “scienze dure”), ma le si imputa di non riuscire nemmeno a camminare da sola.

Inoltre, storicamente, la scuola psicologica di maggior successo mondiale è stata la psicoanalisi freudiana. Le teorie del buon Sigmund, con il loro carico di innovazione e sconvolgimento, hanno avuto un impatto mostruoso sulla concezione dell’uomo, e tutt’oggi l’eco non ci abbandona. Il problema di Freud sorge quando, alla luce degli anni duemila, lo si vede come caposaldo unico e immodificabile della psicologia, cozzando irrimediabilmente con la modernità della ricerca scientifica.

Questo, naturalmente, è falso; la psicologia dispone di una vasta gamma di “maestri” così come di impostazioni di ricerca sconnesse, se non opposte, alla psicoanalisi (si veda il comportamentismo, che negli Usa l’ha fatta da padrone per decenni). Dire che Freud è la psicologia è come dire che Newton è la fisica: hanno entrambi contribuito fortemente, ma non sono tutto, e soprattutto non sono completamente attuali.

Simbolo della Psicologia

Simbolo della Psicologia

Dove risiede la scientificità della psicologia? Nel metodo sperimentale, internazionalmente riconosciuto come valido ed esaustivo (tralasciamo le dispute epistemologiche, anche se ce ne sarebbero di cose da dire in merito), oltre all’efficacia dei suoi risultati.

Il nocciolo della questione è un fatto che, nella sua semplicità, crea una confusione incredibile: come fa la psicologia, che studia l’essere umano, la sua interiorità, la sua soggettività e le sue faccende personali, arrogarsi il diritto di scienza oggettiva, basata sull’analisi empirica?

Vi sono più livelli di risposta a questa domanda. Guardiamoli uno alla volta:

1) Positivismo anacronistico.

Coloro che son digiuni di scienza moderna (cioè un buon 80% della popolazione italiana) sono fermi all’idea che c’era a fine ‘800: la scienza tutto sa/saprà, tutto può/potrà, tutto fa/farà. Chi ha una preparazione scientifica, anche minima, sa che questo è totalmente sbagliato: la scienza, ben lungi dall’affermare la verità assoluta, semmai tenta di avvicinarsi sempre di più a una comprensione del mondo e delle sue proprietà – in particolar modo, in accordo con i quattro criteri fondamentali del metodo scientifico:

1) Coerenza logica in ciò che si spiega o si teorizza;

2) Verifica empirica, che consolida la teoria;

3) Riproducibilità di risultati/metodi, per consentire a chiunque di confermare o confutare una teoria;

4) Falsificabilità della teoria (introdotto da Popper, importante filosofo della scienza), ovvero: una teoria non è scientifica se non contiene in sé la possibilità di essere falsificata, confutata e/o migliorata. Una teoria che “spiega tutto”, che non ha nessun punto cieco, non è da considerare scientifica.

Inutile dirlo, la psicologia scientifica rientra in tutti e quattro i criteri. Inoltre, come ogni scienza moderna, fa ampio uso di metodi statistici, di campionamenti, di modelli matematici, computazionali e via dicendo.

2) Non rispetta i confini del metodo scientifico

Riprendendo le affermazioni del punto 1), c’è chi sostiene che il metodo scientifico della psicologia sia piuttosto anomalo, considerata la materia di studio.

C’è da precisare che, quando parlo di psicologia scientifica, non mi riferisco direttamente al lavoro di psicologo clinico, di cui parlerò in seguito, ma rimando agli studi su fatti più oggettivabili: capacità cognitive, percezione, rapporti con il cervello (le neuroscienze), rapporti con il linguaggio (psicolinguistica), crescita dei bambini, e così via. In questi ambiti della psicologia, i confini dell’approccio scientifico sono standardizzati così come precedentemente descritto.

Le leggi della psicologia, per forza di cose, risultano essere diverse da come intendiamo le “leggi scientifiche” per le hard sciences, perché naturalmente è differente la materia di studio: queste ultime si interessano del mondo materiale, esterno all’uomo, la psicologia del suo mondo interno. Un mondo interno che, essendo perlopiù inesplorato e confuso, suscita parecchie perplessità e difficoltà d’indagine col criterio scientifico, oltre che nella percezione sociale di quest’indagine, che vede negli psicologi degli speculatori sul niente.

Questo non implica che le ricerche condotte siano inefficaci, al contrario: la psicologia, come già detto, ha chiarito molte cose e continua ogni giorno a chiarirle, soprattutto tramite le attualissime ricerche con le neuroscienze, un terreno in continua evoluzione e miglioramento.

3) Guerriglia di settori

Sostanzialmente, chi fa parte di una categoria scientifica delle “scienze dure” tende a considerare la psicologia una scienza di Serie B, una non-scienza, una velina tra le grandi, e via dicendo.

Una tale discriminazione è dovuta a tanti motivi, alcuni dei quali rimandano alla figura del clinico, così come a pregiudizi profondi. Nell’ambiente scientifico, le ricerche e i risultati condotti nell’ambito della psicologia appaiono meno “solide” di quelle dei colleghi delle hard sciences, e le scoperte in psicologia sembrano meno implementabili o evolvibili rispetto alle altre.

Si tratta di una convinzione sociale molto radicata, più che di un fatto reale: le scoperte in psicologia hanno innumerevoli applicazioni, che siano sociali, economiche (vi sono pure due psicologi premi Nobel per l’Economia: Simon e Kahneman), nel lavoro e nell’ambiente lavorativo, nella sanità, e tanto altro che sfata il mito dell’inutilità della psicologia.

Alla fine della fiera, ciò su cui la maggior parte dei critici sulla scientificità della psicologia si scagliano è il ramo clinico, siccome è questo il settore della psicologia che più si interessa dei fattori soggettivi dell’uomo e si pone l’obiettivo di comprenderli, studiarli e curarne le disfunzioni (oltre ad essere, spesso, l’unica disciplina psicologica di cui la popolazione sa qualcosa, anche vagamente).

Ora, i pareri in merito sono alquanto discordanti, e si dividono sostanzialmente in tre filoni:

1) Chi sostiene che l’approccio clinico della psicologia sia completamente inutile,

2) Chi sostiene che funzioni e che abbia un suo perché,

3) Chi sostiene che funzioni, ma non vada considerata come una scienza.

I sostenitori del punto 1) sono tendenzialmente appartenenti ad altre discipline oppure gente al di fuori del mondo scientifico, che rifacendosi ad esperienze proprie o altrui applica quello che io chiamo “riduzionismo a sineddoche”: siccome non ha funzionato per una persona, sicuramente non funziona per tutti, facendo di tutta l’erba un fascio – discorso che paradossalmente, se fosse preso per vero, abbatterebbe anche tutta la Medicina.

È naturale che il terapeuta non può essere perfetto e non sempre riuscirà a curare il paziente, così come nemmeno i medici vi riescono sempre. È ciò che, non a caso, sprona ambedue le scienze a continuare ad evolvere e migliorarsi, perché si riconosce, sia sul piano fisico che su quello mentale, una necessità di aiutare e curare chi ne fa richiesta. È altrettanto evidente come le metodologie, per le due scienze, siano ampiamente diverse: ma ciò non toglie nulla alla fondatezza di entrambe, né rende la medicina superiore alla psicologia in quanto dignità terapeutica, o viceversa.

La linea maggioritaria tende a ridurre il mentale al fisico – e da lì il dilagare degli psicofarmaci e di una cieca fiducia nelle neuroscienze; nonostante tutto, questi due universi ontologici (distinti o meno che siano) hanno entrambi una profonda complessità, difficilmente riducibile ad una definizione univoca o ad un unico metodo di cura. Non mi addentrerò ulteriormente in questo discorso, sebbene ne riconosca l’importanza, perché esula dal discorso generale e necessita di una preparazione specifica per essere compreso col giusto riguardo.

Nei punti 2) e 3), invece, vi è discordanza anche all’interno della psicologia, dovuta ad un fattore piuttosto semplice: la psicologia clinica è storicamente discendente dalla psicoanalisi (specie freudiana), la quale disciplina non è propriamente rientrante nei criteri del metodo scientifico – lo stesso Popper sopracitato ha brutalmente attaccato il metodo freudiano, tacciato di “dogmatismo”.

La scienza moderna, infatti, non considera la psicoanalisi “storica” come una scienza, sia perché andante contro al falsificazionismo, sia perché un certo alone dottrinale investe tutto l’apparato metodologico di Freud. Al contempo, si riconosce al padre della psicoanalisi una grande importanza, dovuta alla sua immensa mole di intuizioni e dati sperimentali, che hanno contribuito allo sviluppo della moderna psicologia clinica. Naturalmente, questa scienza non considera Freud come l’unico caposaldo, né si attiene unicamente a parametri psicoanalitici: il cognitivismo e il comportamentismo, ad esempio (con la loro fusione clinica nella TCC: Terapia Cognitivo-Comportamentale), hanno contribuito a loro volta, così come la Gestalt ed altre scuole psicologiche.

Ciò che fondamentalmente rende la psicologia una “non-scienza” all’opinione pubblica italiana deriva, spesso e volentieri, non da un confronto accademico e una seria contestazione in campo scientifico, ma dalle blande nozioni promulgate dai quotidiani nazionali (il giornalismo italiano ha in generale, a mio avviso, un forte e attestato deficit in merito al giornalismo scientifico, se escludiamo Piero Angela) e dalle false conclusioni generate dalle esperienze proprie o altrui, di cui ho discusso sopra.

Ciò si rifà al più ampio discorso sulla presunta competenza degli italiani in merito a questioni scientifiche: taluni credono che basti un articolo per sapere tutto di scienza, e trarre le conclusioni che meglio preferiscono.

Anche un’altra tendenza tipica nel giornalismo italiano riduce la psicologia a un paragrafetto divertente: la “spettacolarizzazione”. L’abbiamo visto nella cronaca, nella politica, ma in questa scienza avviene un discorso simile: si prendono alcune ricerche, tralasciandone metodi ed approcci, saltando subito alle conclusioni e rimpolpandole con discorsi magniloquenti. “Se lavate i piatti a mano e non nella lavastoviglie siete insicuri”, “I 10 punti insospettabili che dicono chi sei”, “I 5 modi per conquistare una ragazza”, e altri titoloni del genere che mercificano e banalizzano la psicologia.

In conclusione, ciò che mi preme illustrare in questo articolo è la dignità scientifica della psicologia, la quale, lungi dall’essere ciò che il popolino la ritiene, è una disciplina di tutto rispetto, complessa quanto le altre, con problemi diversi ma spinta dallo stesso interesse scientifico. Non darà tutte le risposte, ma non darà nemmeno insulse pretese.

Gli stessi psicologi riconosco la difficoltà delle loro ricerche, ma al pari degli altri scienziati non cessano di fare ricerca.

Commenti

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4 Comments

  1. Uno Ganzo

    Qualunque teoria psicologica è falsa a prescindere perché è falsa la psiche. Chi dice che la negazione della realtà psichica è un disturbo psichico obietta in modo personale ad una questione scientifica-impersonale e dimostra con ciò la mancanza di scientificità della psicologia. La pretesa di farsi riconoscere come scienza da parte della psicologia dipende dalla sua stessa attitudine a produrre chiacchiere insensate tese a confondere: l’articolo infatti tende a sottolineare l’ignoranza del lettore.

    Non c’è coerenza logica in nessuna teoria psicologica né fra le varie teorie.
    Non si può verificare empiricamente nulla che riguardi la psicologia.
    Non si possono riprodurre né i risultati né i metodi di una teoria psicologica perché gli esperimenti avvengono in contesti non riproducibili e mediante metodi puramente deduttivi che presuppongono per assunto ciò che vorrebbero dimostrare.
    Nessuna teoria psicologica è falsificabile. Se si ha qualcosa da obiettare se ne esponga anche una sola e provvederò a mostrare come essa non sia falsificabile.

    • A

      Intanto ti ringrazio personalmente per il commento “assolutista” e/o “integralista”. Mi danno sempre il turbo per criticarli a mia volta 🙂
      Come premessa e pensiero quasi estemporaneo mi verrebbe da risponderti che se “è falsa la psiche” allora non potresti obiettare nulla a tua volta, a meno che ti consideri una sorta “ens perfectissimum”. Non ho ben capito se volevi lasciar intendere qualcos’altro, ma in ogni caso buttare lì quest’affermazione in tono assiomatico è, se permetti, alquanto assurdo. Come seconda premessa, penso che sarebbe opportuno intendersi sulla terminologia: scienza, coscienza, conoscenza innanzitutto, logica, psicologia, risultato, falsificabile.
      Ultima premessa: lascio perdere ciò che è scritto nell’articolo, ma mi limito a rispondere a te. Inoltre improvviso (come penso abbia fatto tu), nel senso che non pretendo di esaurire minimamente né l’argomento (ovviamente) né una tua risposta, né d’altra parte ciò che io stesso posso dire (anche perché magari non tornerai a leggere). Posso dire insomma di limitarmi a risponderti a pelle, senza toni di dibattito tanto inutili quanto fanatici.
      La meta ultima di ogni disciplina umana è la meta stessa dell’uomo: la conoscenza. Non c’è bisogno di citare fonti autori e quant’altro: è la natura dell’uomo che lo spinge a conoscere l’ambiente che lo circonda, la vita, e quant’altro. La psicologia è solo una delle varie branchie e, “scientifica” o meno, ha al massimo la pretesa di conoscere quanto più possibile la mente umana. Psicologia come filosofia del resto. Riguardo alla presunta logica che vuoi tenere dietro, teniamo perlomeno presente che la logica occidentale pare da Aristotele, ed è dualista; già se vai in oriente vedrai come molti “rompicapo” occidentali sono inesistenti per la mente che sta da quelle parti. Jung è venuto a conoscenza di parte di quel mondo, e non parlo di questo solo perché non ne sono esperto. Conosco d’altra parte un po’ meglio il sistema advaita vedanta (e tu probabilmente no) come la logica buddhista; a tutto questo vorrei quasi aggiungere in extremis che, sempre già da tempo, si tende a distinguere formalmente la logica/razionalità dall’intuizione/intelligibilità. Per fare un esempio alla orientale che stronca il dualismo occidentale: non solo non si fa distizione tra il soggetto e l’oggetto; non c’è un conoscente e un conosciuto, ma c’è il “conoscere”. Non c’è solo l’io e il tu, ma c’è la relazione; e la logica non duale permette, fra le altre cose, di cogliere direttamente questo. (Tieni presente che sto banalizzando tutto; ho intenzione solo di dare alcuni input alla questione). E comunque tutto questo lo sto dando a mo’ di esempio per farti capire che la logica imperialistica occidentale non è la padrona del mondo. Pretende di esserlo – come del resto l’uomo occidentale pretendere di “occidentalizzare” il mondo – ma è solo una cultura fra le altre. Anche per questo ho accennato all’intuizione che, “psicologica” e “non falsificabile” (o perlomeno non sempre, ecc), nondimeno ha dato risultati alla scienza ignoti fino al ‘900. Un libro che non conosci è “il tao della fisica”. Un esempio a caso è Schrodinger che era appassionato di Vedanta (e non era un pirla, lo sai anche tu; quindi evidentemente pure a una mente geniale l’oriente ha detto qualcosa, oltre a Jung del resto). La “scienza” (conoscenza) moderna è di stampo meccanicista; la psicologia freudiana ha avuto la stessa base e con quella base ha voluto funzionare; però ci sono varie tendenze che non la vedono allo stesso modo, nondimeno che centianaia di culture(/religioni differenti. Se pensi che solo la macchina possa dire qualcosa dell’uomo, ok; ma chi non pensa così e si apre a nuovi mondi (come Jung) è disposto ad usare una caratteristica mentale formidabile (l’intuizione, e poi la capacità di sintesi) per andare oltre il mero esperimento, che magari potrebbe non sopraggiungere mai. Del resto sei capace di provare “l’esistenza” della matematica? la vedi da qualche parte? vedi i numeri? o vedi al massimo simboli, o se preferisci “segni grafici a cui dai un valore”? (e poi vediamo come si scopre l’oceano che sta dietro…). La matematica è allo stesso modo un’intuizione, eppure “utile” alla conoscenza, alla vita. La puoi dimostrare indirettamente tramite l’aumento della conoscenza (così come la psicologia) come direttamente sul foglio ecc o tramite quello che vuoi, così come la fisica che si basa anch’essa ‘sul calcolo. Ma ancora una volta credo che la mente che indaga debba dare un terreno per scontato. non si può ricercare all’infinito la catena di cause. Certo questo non vuol dire che bisogna conoscere il mondo facendo ipotesi, così come si faceva prima di Bacone; d’altra parte se Bacone ha potuto edificare qualcosa, è stato grazie a quelli che ha criticato. La conoscenza è progressiva, e non può prescindere totalmente dai predecessori. Magari ora consideri il “metodo” psicologico “non scientifico”; magari ancora un giorno ciò che si fa oggi sarà considerato essenziale. Infondo la filosofia occidentale ha 2500 anni, la scienza pochi secoli, ma la psicologia è ancora bambina a confronto. Ed indaga, fra l’altro, la stessa mente che conscepisce se stessa e il resto. Altra cosa che dico e poi concludo, la scienza propone di spiegare la realtà e le sue leggi, la psicologia penso che punti un po’ più sull’individuale. Se ancora una volta preferisci la macchina non so cosa dirti, se invece pensi che la mente sia un poo’ pù complessa, converrai che non basta trovare qualche legge fisica sperimentabile per conoscersi. Oltre che il metodo che reputo sbagliato (nondimeno che l’opposto: conoscer la natura senza esperimenti) poiché come minimo parziale, è forse una sorta di petitio principi velato. Stai cercando di tirarti su per i capelli. Ora mi viene in mente ancora l’esperimento di Schrodinger… a te no? che esperimento vuoi fare se mentre sperimenti non puoi neanche aver il discriminante che cerchi della “falsificabilità”? che oggetto cerchi di cogliere che sia immutabile e per questo falsificabile, senza falsificare il metodo stesso in atto?

      • A

        ps. non ho minimamente accennato alla parola “inconscio”… beh ma mi sono dilungato anche troppo. Lascio per la prossima volta magari 🙂
        è una questione veramente troppo complessa; non certo banalizzabile in termini di un semplice principio di non contraddizione.

  2. Effe

    In sostanza: La critica del punto uno è fatta da tutto il mondo tranne dagli psicologi, quest’ultimi invece si divertono con il punto due e tre.

    Non è molto ottimistico, eh.

    Comunque, riguardo alla psicologia clinica il quadro è disarmante; non discuto sulla sua validita di per se ma fino a oggi non ho mai incontrato nessun esempio incoraggiante, ne da parte mia, dei miei conoscenti, parenti o amici che seguono la professione.

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