Spunti per un dialogo autentico e un pensiero critico

Lug 13, 2013 by

Spunti per un dialogo autentico e un pensiero critico

Per giustificare il contenuto di questo articolo, si inizierà prendendo in considerazione un testo che è circolato e circola molto in rete, con vari titoli tra cui più frequentemente Le 10 strategie della manipolazione mediatica. Si tratta di un decalogo attribuito falsamente a Noam Chomsky in cui sono mescolate tesi ora vere, ora false, ora di per sé banali ora potenzialmente profonde ma banalizzate, spesso distorte e quasi tutte accomunate dal fatto che una lobby di potere cerca deliberatamente di propinarci menzogne a cui noi, brava gente, dovremmo fare attenzione per demistificare la realtà.

È indicativa la regola 9 che lascia trapelare implicitamente che la colpa per cui i giovani non trovano lavoro stia esclusivamente nel sistema e che sia sempre e comunque sbagliato definirli bamboccioni. Molto interessante che si tratti di un testo che vuole educare al pensiero critico e a non mistificare la realtà, ma questo testo si spaccia per un decalogo dell’intellettuale Noam Chomsky (quando ciò non è vero), il che implica innanzitutto che tutte le centinaia di persone che l’hanno condiviso, sentendosi particolarmente illuminate rispetto alla massa di pecore, non hanno neppure controllato la veridicità della fonte.

Ma non è tutto: in alcuni siti, quando glielo si è fatto notare, i commenti sono stati censurati. E, ancora più rilevante, si osservi cosa scrivono qui le persone che ritengono di avere letto e compreso, apprezzandolo, questo scritto.

 chomsky

Questo è solo un esempio, ma ce ne sono anche altri, omessi per ragioni di spazio e per non appesantire la lettura. Se qualcuno compie l’atto di chiedere le fonti, atto basilare di trasparenza e autenticità, viene attaccato in quanto intellettualoide, avvocaticchio in cerca di cavilli, perché quello che conta è la sostanza e non chi ha scritto il testo. Eppure l’articolo stesso riportava Noam Chomsky come il più grande intellettuale vivente (?) avvalorando le tesi proprio in base ad un fallace principio di autorità.

Si lascia a chi legge il giudicare le numerose incoerenze dei commentatori, per proseguire, o meglio iniziare, il discorso. Si è preso questo articolo come esempio di uno stile di articoli molto diffusi in rete, che per demistificare la realtà spingono a vedere come mistificatori solo ed esclusivamente gli altri, i potenti. Questi scritti contengono anche una buona dose di verità (basti osservare lo stile di Studio Aperto o del TG4 per rendersene conto), ma sono in primis esagerati (tutta o quasi l’informazione sarebbe in mano ad una temibile lobby) e in secundis unilaterali: è verissimo e sacrosanto che ci sono gravi scorrettezze e manipolazioni dell’informazione di cui usufruiamo; ma non è l’unica né la preponderante causa della mistificazione e la deformazione della realtà e delle informazioni nella nostra vita.

Questo articolo si propone di osservare la questione da un altro punto di vista, senza pretendere che sia esaustivo, ma con la pretesa che si tratta di un argomento di importanza almeno pari alla manipolazione mediatica, ma col difetto che non viene quasi mai trattato. L’articolo prende le mosse dalla constatazione che nella vita di tutti i giorni, in cui ci rapportiamo alle altre persone, abbiamo a che fare costantemente con la manipolazione e la deformazione della realtà.

È fin troppo facile ritenere che una volta scoperti i trucchetti della manipolazione dell’informazione, si sia dei pensatori critici, liberi. Il ritenere di aver capito come vanno le cose e di essere immuni da queste mistificazioni è un primo passo per rimanere nella stasi del pensiero mistificatorio e fasullo. In questo articolo si mostreranno alcuni meccanismi concreti con cui miniamo alla base un vero dialogo costruttivo con gli altri e un pensiero realmente critico. Lo spostamento di punto di vista fondamentale, però, è che la questione non deve essere intesa come qualcosa di simile: «Ecco le regole o le cose cui fare attenzione tali per cui, se me ne rendo conto, riuscirò a riconoscere le deformazioni della realtà che mi arrivano dall’esterno. Questo farà sì che io sia tra i cosiddetti pensatori critici, mentre chi non le conosce no.»

Deve invece essere intesa come: «Non devo illudermi che a manipolare la realtà siano solo gli altri: anche io contribuisco in molti modi a ciò, e negarlo è un’altra potente forma di auto-illusione. È importante invece cercare di riconoscere volta per volta come sto tendendo a deformare la realtà o a distruggere il reale dialogo con l’altro (e come l’altro sta facendo lo stesso con me); spesso questo accadrà solo dopo che la deformazione sarà avvenuta, ma se me ne rendo conto posso correggermi e anche rendere noto all’altro che ho sbagliato, o correggere l’altro. In tutto ciò, non dividerò le persone tra pensatori critici e non, ritenendo di essere nella prima categoria, come se avessi raggiunto un traguardo: la libertà del pensiero e l’autenticità del dialogo sono da ottenersi lottando in ogni singola circostanza, sapendo che non saranno mai completamente raggiunti: vanno faticosamente conquistati di volta in volta.»

Questo cambio di punto di vista sarà mano a mano più chiaro mentre saranno esposte alcune dinamiche, suddivise in: dialogo; idealizzazione; proiezione; seduzione; fallacie logiche.

Il dialogo

Quando delle persone discutono di un qualsiasi argomento (che può essere la politica, o un fatto di cronaca, o la valutazione del comportamento di qualcuno, o la religione e chi più ne ha più ne metta) si incontrano una serie di ostacoli quasi insormontabili che danneggiano fortemente la qualità del dialogo. Quando siamo da soli e riflettiamo, generalmente riconosciamo senza troppi problemi che non abbiamo la verità in tasca e possiamo sbagliare, come chiunque. D’altro canto, quando discutiamo faccia a faccia con qualcuno, e le nostre convinzioni sono messe in gioco, c’è la tendenza a considerare le tesi contrapposte alle nostre come attacchi personali, come se colpissero una parte di noi che dobbiamo difendere; e c’è la tendenza a vedere una nostra ammissione di errore come una debolezza, qualcosa che ci pone su un gradino inferiore rispetto all’altra persona.

È un’esperienza che, chi più chi meno e in base a quali sono gli ideali più costitutivi della persona, tutti condividiamo. Razionalmente parlando, se si è alla ricerca della verità si dovrebbe poter riconoscere immediatamente, qualora un fatto, una tesi altrui falsificasse la nostra, che l’altro ha ragione e che dovremmo cambiare idea. Di fatto, però, non siamo delle macchine calcolatrici, e le nostre idee e i nostri valori sono inestricabilmente connessi alla nostra persona. Per questo, quando discutiamo con qualcuno che ci mette in difficoltà, una parte di noi non vuole riconoscere che probabilmente è in torto; ma un’altra parte, più nascosta, se ne accorge ma non è ancora pronta ad ammetterlo, e si sente ingiustamente attaccata. Così, si reagisce spesso diventando irascibili, o attaccando verbalmente l’altro, o cambiando argomento, fingendo di non capire, eccetera.

Eppure, che cosa vogliamo veramente da un dialogo con le altre persone? Pensandoci quando non ne siamo immersi, viene da dire che vorremmo imparare quello che sanno, insegnare quello che noi sappiamo, e confrontarsi civilmente per arrivare insieme alla verità. C’è realmente bisogno di aggredire verbalmente o arrabbiarsi per chi ha delle idee diverse dalle nostre? Fatte queste premesse, per migliorare la qualità del dialogo con l’altro potrebbe essere una buona idea fare, preliminarmente, un discorso simile al seguente:

«Io e te siamo entrambi esseri umani, fallibili, non abbiamo la verità in tasca ed è possibile che almeno gran parte delle nostre opinioni e convinzioni sia errata o quantomeno non del tutto corretta. Siamo sulla stessa barca e stiamo entrambi navigando nel mare della vita. Con questo dialogo vorrei cercare e trovare la verità in mezzo alle nostre opinioni. Eppure, so che nella misura in cui verrò contraddetto, se stiamo parlando di un argomento che mi sta molto a cuore mi sarà quasi impossibile ammettere di stare sbagliando. Per questo cercherò di farci attenzione il più possibile, e quando non sarò più immerso nel dialogo cercherò di ripensare e rielaborare le discussioni e di rivedere criticamente le mie opinioni. Potrebbero volermici giorni, mesi o anni per cambiare idea sulle cose per cui sono in torto, ma cercherò di farlo. Per rendermi più facile questo percorso, sarebbe il caso che tu cooperassi, e che quindi non mi attaccassi in modo aggressivo se la pensiamo diversamente. Cercherò di comportarmi nello stesso modo, nei tuoi confronti. È perfettamente inutile arrabbiarsi perché gli altri non sono d’accordo con cose che a noi sembrano evidentemente vere e giuste, se noi per primi non abbiamo intenzione di metterci in discussione. Quindi, mi metto in discussione preliminarmente e apertamente, e ti chiedo, se anche tu come me vorresti trovare la verità, se sei d’accordo con questo mio atteggiamento e se cercherai di assumerlo anche tu; oppure se ritieni che in esso ci sia qualcosa che peggiora la qualità del confronto, e in tal caso ti chiedo di dirmi cosa e perché, e quale atteggiamento invece proponi, così che io possa valutarlo. Stiamo navigando nello stesso mare, sarebbe il caso di non remare puntando in direzioni diverse: il che non significa che dovremmo pensarla nello stesso modo, ma che condividiamo dei principi di base. Questi principi sono il rispetto reciproco, la ricerca della verità e non la volontà di sopraffare l’altro, il sapere di non sapere, l’ascoltare quello che l’altro ha da dire e rispondere dopo che ha finito e senza eludere l’argomento, il condividere gli stessi principi della ragione, che da uguali premesse ci fa giungere a medesime conclusioni.»

L’idealizzazione

Abbiamo sicuramente sentito spesso persone, tra cui noi stessi, talmente affascinate da qualcosa al punto da ritenerlo perfetto e privo di difetti di sorta. Alcuni esempi possono essere l’utopia comunista o fascista, o la perfezione virtuosa degli uomini di una certa confessione religiosa, o la giustezza del proprio partito politico. Una tale visione unilaterale è evidente anche quando l’opinione pubblica si spacca in due su un dato argomento. Di recente, ad esempio, è molto in voga il tema della sperimentazione animale, e seguendo i dibattiti in rete si nota come nella gran parte dei casi le persone non stanno realmente discutendo, ma forti del far parte di una nutrita fazione sbeffeggiano e sminuiscono gli argomenti dell’altra e si convincono che la giustizia e la ragione stiano solo dalla propria parte. Così, gli animalisti dipingono gli altri come ricercatori sadici per qualcosa di inutile, mentre gli sperimentisti si vantano della propria preparazione scientifica e dell’ignoranza animalista, senza prendere in considerazione i problemi puramente etici che l’utilizzo di animali comporta.

Non sto dicendo che siano tutti così, né che lo siano necessariamente la maggior parte, ma molti lo sono; e se qualcuno sta storcendo il naso pensando che stia presentando correttamente solo la fazione a lui avversa, mentre nella propria non ci sono persone simili, in quel frangente sta soggiacendo al meccanismo dell’idealizzazione. Ritieni che nel partito che voti ci siano gravi difetti? Ritieni che specifiche persone della tua fede possano essere anche di molto peggiori rispetto agli altri? C’è qualcosa di realmente imperdonabile commesso dal comunismo, dal fascismo o dall’ideologia che hai fatto tua? Le persone cui tieni di più hanno dei difetti anche gravi? Se ad alcune di queste domande rispondi di no, l’idealizzazione è all’opera.

Con l’idealizzazione alcuni enti sono nettamente divisi dagli altri poiché sono completamente ed esclusivamente positivi, e sottratti a qualunque critica. D’altro canto, questo genera anche l’idealizzazione in negativo: se da Testimone di Geova mi illudo che nel mio ambiente viga una perfezione per la bontà e la giustizia dei fratelli e delle sorelle, al contempo vedrò il mondo di fuori come nelle mani di Satana e in preda alle peggiori depravazioni. Se penso che l’utopia comunista sia la perfezione, l’unico sistema economico e politico realmente giusto, tenderò a vedere sempre e solo gli aspetti negativi della società in cui vivo, anche estremizzandoli. Poi c’è chi pensa che quello che dice Grillo sia sempre e comunque giusto e vero e che ogni singola mossa del Movimento 5 Stelle dagli esordi a oggi in parlamento sia la scelta corretta; se così fosse staremmo parlando di un Dio, non di una persona e di un movimento.

Una simile suddivisione netta del mondo in totalmente buoni e totalmente cattivi è una illusione mentale che non ha alcun riscontro nella realtà (stando alla psicoanalista Melanie Klein, si tratta della prima modalità di dare ordine al mondo dell’infante, propria della posizione schizoparanoide). Ritenendo che ci sia qualcosa di completamente buono, saremo costantemente delusi dalla realtà, che integralmente buona non è. E ritenendo che ci sia qualcosa di completamente cattivo, ci sentiremo perseguitati o rancorosi e incapaci di vedere i lati buoni di ciò che ci circonda.

Nella realtà non esiste nulla che sia solo ed esclusivamente buono o cattivo; o, se anche ci fosse, non potremmo saperlo a priori. Dal momento che non possediamo la certezza della verità, non possiamo fare altro che tentare di attenerci alle opinioni, i valori ecc che ci sembrano migliori; pur sapendo che è un lavoro mai concluso, dal momento che non abbiamo uno sguardo complessivo della realtà, delle altre persone, di quello che potrebbe succedere in futuro, ecc (sia data la nostra ignoranza personale in certi argomenti in cui altri invece potrebbero apportare un contributo, sia perché è strutturalmente impossibile conoscere tutto, futuro compreso). Date queste premesse, la conseguenza più ragionevole è, quando si sta discutendo di qualcosa, di avere sempre mentalmente una sorta di tabella in cui suddividere gli aspetti positivi e gli aspetti negativi della cosa stessa.

Così, si può criticare l’atteggiamento dell’idealizzazione che dice: «Queste sono le cose completamente buone, che vanno seguite, e queste invece le cose completamente cattive, che vanno demonizzate, allontanate, denigrate e da cui non può venir nulla di buono»; e invece passare a un atteggiamento che dice: «Sia in me che nelle altre persone, nelle idee, nei partiti, nelle organizzazioni religiose ci sono aspetti positivi e negativi. Negarlo mi porta a falsificare la realtà, riconoscerlo è il primo passo per intraprendere un percorso in cui mi sforzo sempre di vedere ciò che di buono c’è in tutti, anche nelle persone che non mi piacciono o nelle idee o nei partiti contrari ai miei. E cercherò anche di vedere quali sono gli aspetti negativi, sia in ciò in cui credo sia in ciò che non mi riguarda, con vari scopi: per vedere se si possono eliminare e rendere positivi, o, se non è possibile, per renderli pubblici e rendersi conto delle criticità necessarie, o se si può imparare qualcosa da essi per non commettere gli stessi errori. Così quando discuterò con qualcuno non penserò che tutta la ragione stia dalla mia parte, ma cercherò di vedere cosa c’è di buono in ciò che sostiene e cosa c’è che non va in ciò che sostengo io, per trovare una nuova e migliore sintesi.»

Un esempio concreto dell’idealizzazione è quella tendenza a vedere la propria generazione come completamente buona e i più giovani come dei degenerati. Mi è capitato spesso di sentire da ragazzi nati tra il 1990 e il 1992, anni fa, che le nuove generazioni, come quelle del 1993, erano nettamente peggiorate, perché vuote, conformiste, stupide, ecc. E mi è capitato spesso di sentirlo dai miei coetanei del 1993 riferito alle generazioni dal 1995 in poi. A loro volta, quelli del 1994-5 stanno cominciando a farlo su quelli del 1996-7. Proprio oggi un’amica ha detto che partecipava ad un bel gioco di ruolo online finché «ultimamente è diventato un covo di pervertiti», al che un altro ragazzo le ha detto che ci gioca da quindici anni ed era così anche all’inizio. Si tratta più quindi di una propria deformazione per cose che prima non si notavano, quando ci si era dentro, e che si notano solo nelle nuove generazioni. Ho sentito spesso dire da ragazzi del 1990-1994 cose come «Quando avevo 12 anni io giocavo ancora coi pokémon, non parlavo di certe cose», alludendo alla presunta precocità sessuale delle nuove generazioni. Peccato che a 12 anni si sia in seconda media, e si sa che è proprio in quell’età che inizia la pubertà e che l’argomento centrale dei ragazzi è il sesso, senza dimenticare che ricordo di per certo che vari miei compagni avevano già iniziato ad avere approcci sessuali e che anche i miei genitori mi hanno parlato di ragazze rimaste incinte alle scuole medie ai loro tempi.

Quando vediamo un qualcosa di negativo, quindi, non saltiamo subito alla conclusione che c’è stato invece un tempo d’oro in cui certe cose non avvenivano, ma ripensiamo davvero alle nostre esperienze e a cosa abbiamo visto, cercando di non falsificare il passato. Rimando a questo articolo per una trattazione più esauriente della lode del tempo che fu.

Proiezione

Ho riscontrato in molte persone la tendenza ad accorgersi e attribuire agli altri le proprie parti più detestate, il che induce a deformare e a vedere solo il negativo negli altri e a sottovalutare o ignorare i propri difetti, o ad altre distorsioni. Prima di osservare la pagliuzza nell’occhio altrui bisognerebbe fare più attenzione alla trave nel proprio occhio. C’è ad esempio chi passa le giornate su Facebook a lamentarsi delle nuove tecnologie e del fatto che tutti stanno sui social network. Un esempio che riguarda direttamente il sottoscritto è emblematicamente rappresentato dalle seguenti parole di Einstein:

Gli atei fanatici sono come schiavi che ancora sentono il peso delle catene dalle quali si sono liberati dopo una lunga lotta. Essi sono creature che – nel loro rancore contro le religioni tradizionali come ‘oppio delle masse’ – non posso sentire la musica delle sfere.

Dopo la delusione della religione così per come mi era stata presentata, sono diventato ateo; il punto è che si trattava di una sorta di ateismo compulsivo per cui dovevo dimostrare a tutti che Dio non esisteva e che le religioni erano solo baggianate. E per farlo, arrivavo anche a negare e non riconoscere veri dilemmi come l’enigmaticità della coscienza o il perché dell’esistenza. Era un ateismo bigotto e rancoroso verso le religioni, tipico di chi detesta di essere stato ingannato e di avere parti di sé credulone; il problema è che spesso si tramuta in un ateismo altrettanto bigotto, pronto a vedere solo aspetti negativi nelle religioni, a considerare la Bibbia solo nella misura in cui se ne trovano contraddizioni, e così via. È un ateismo che proietta negli altri il bigottismo vedendo ogni possibile manifestazione della religione come ingenua, e che non vuole fermarsi a riflettere seriamente sull’argomento. Qualsiasi concessione al fatto che ci sia qualcosa di inspiegabile non può essere fatta poiché sarebbe come darla vinta ai religiosi, ecc. Oltre a riscontrare queste cose in me, le ho viste in molti altri atei. E ovviamente quello che ho fatto è solo un esempio, che può valere per qualunque argomento.

Seduzione

Mi riferisco ad una dinamica cui ho frequentemente assistito nei discorsi. Non sapevo esattamente come chiamarla, e alla fine ho optato per “seduzione”. Ci sono contesti in cui si parla liberamente con l’altro, si dice la propria opinione, l’altro dice la sua, e ci si confronta insieme. E poi ci sono contesti in cui invece una persona non è realmente aperta al dialogo e a quella che l’altro dice, ma agisce in modo da forzare l’accordo. Mi vengono in mente varie persone che raccontano i loro problemi con gli altri per sentirsi dire che hanno ragione, anche se chi ascolta non conosce il contesto o magari addirittura si accorge che chi parla sta vaneggiando. In questi contesti la persona che “seduce” usa spesso dire «Ho ragione, no?» o «È vero o no?», o «Anche tu ovviamente saresti d’accordo». Si usano spesso luoghi comuni, frasi retoriche e frasi fatte; magari battute offensive a cui bisogna ridere.

Il problema della seduzione è che chi ascolta è messo nella condizione di dover dare il suo assenso, perché è socialmente richiesto che sia così. Fermarsi e dire «No, non è vero; no, non hai ragione; non la penso così, credo invece che ecc ecc» sarebbe inopportuno, strano, fastidioso. Chi parlava non voleva realmente un’opinione, voleva solo sentirsi dire che aveva ragione e farsi forza di questo. Si può fare attenzione a questo atteggiamento e cercare di non farlo con le altre persone, e di farlo notare a chi lo usa con noi.

C’è poi invece una forma quasi inevitabile di questa dinamica, per cui purtroppo si può fare ben poco. Quando si esprime la propria opinione e l’altro non è d’accordo, in un modo o nell’altro può sentirsi in colpa a contraddire ogni nostra singola affermazione, se manca proprio una base o un punto di incontro. In questo caso il dialogo può diventare facilmente un vomitarsi a turno le rispettive opinioni senza che ne sorga qualcosa di buono o che ci si ascolti veramente.

Credo che un buon atteggiamento potrebbe essere il cercare di lasciare sempre spazio a quello che l’altro ha da aggiungere, dicendo qualcosa come: «Io la penso così, così e così per questa, questa e questa ragione. Questa è la mia opinione. Su cosa sei d’accordo e su cosa no, e cosa ne pensi tu?». Ovviamente è molto importante anche il tono, che non dovrebbe spingere l’altro a sentirsi in dovere di dare il proprio assenso se non lo pensa realmente.

Fallacie logiche

Le fallacie logiche sono errori di ragionamento che, nel discorso, possono sembrare convincenti e plausibili. Conoscerle per smettere di utilizzarne e smascherarle è molto importante sia per un dialogo autentico che per sviluppare il pensiero critico. Si lascia al lettore il piacere di leggerle, ad esempio su questo sito. Mi limiterò qui a portare alcuni esempi di altri errori di ragionamento, non esclusivamente logici:

Errori comuni

Mi capita spesso di attraversare un ben preciso incrocio, sempre nello stesso punto. Ogni volta che vado il semaforo è rosso, e rimane rosso per lungo tempo, al punto che mi veniva semi-inconsciamente da pensare, un po’ arrabbiato, «ma perché proprio dalla mia parte il rosso deve durare così tanto?». Un bel giorno l’ho attraversato da un altro punto, e anche lì il semaforo era ed è rimasto rosso per un bel po’. Immediatamente mi sono reso conto, sorridendo, della mia ingenuità: essendo un incrocio in cui ci sono molte strade che confluiscono (più di quattro e non a croce), tutti devono passare uno alla volta, e quindi ogni strada ha il verde solo per, poniamo, un quinto del tempo.

Quello a cui non avevo fatto consapevolmente caso è che questo non significava che gli altri avessero il verde per i restanti quattro quinti. Gli altri non erano un’entità unica più fortunata di me e coalizzata nell’avere il verde; ma erano suddivisi in quattro strade e ciascuno di loro poteva pensare la stessa cosa degli altri. Uso questo esempio buffo per mostrare un atteggiamento che invece è spesso radicato in alcuni individui a livelli molto più importanti: c’è chi crede in teorie del complotto tali per cui se qualcosa va male a qualcuno (la società), allora ci deve essere chi ne giova; e questi sono gli altri, le forze politiche tutte unite e colluse dietro l’apparente contrasto, serve dei poteri economici eccetera. È un argomento molto complesso e che va affrontato a parte, ma si dirà brevemente che se si studiano le leggi si nota come non siano l’opera di una volontà unica e collettiva, bensì la cristallizzazione del compromesso tra diverse forze contrapposte, ciascuna con i propri interessi.

È impossibile mettere d’accordo per uno scopo comune la quantità esagerata di persone che la teoria del complotto richiede essere tutta concorde. Julian Assange ha pubblicato documenti top secret dei vari Stati (Wikileaks), in cui troviamo varie piccole nefandezze, ma nessun complotto: anzi, proprio come noi, anche i potenti scrivevano commenti anche fortemente negativi sull’operato di questo o di quel paese o persona o forza politica. Da quei documenti notiamo come le fazioni e le persone abbiano ognuna i propri scopi, e non possano essere controllati da presunti Illuminati che, se esistessero, avrebbero le capacità di divinità. Le persone non cessano di avere una propria psicologia solo perché entrano in politica, ed è contrario a tutto ciò che sappiamo dalle nostre esperienze quotidiane che una simile fantasia paranoide possa essere realtà. Per una trattazione più approfondita dell’argomento (qui ho fatto rapidissimi e criptici accenni) rimando a questo articolo.

Un ultimissimo esempio è quello che chiamerei della specializzazione unilaterale universalizzata. Si tratta della tendenza degli specialisti in un particolare campo ad interpretare la realtà sempre nei termini del proprio campo, e nel ritenere inferiori, ignoranti, stupidi e simili coloro che la pensano diversamente. È molto povera la prospettiva di quegli scienziati che ritengono che le materie umanistiche siano solo ed esclusivamente fuffa, o di quei letterati che si crogiolano nel loro saper scrivere un italiano impeccabile e convincendosi dell’inferiorità di chi commette errori grammaticali, o di quei filosofi convinti che la scienza sia una conoscenza arida e la tecnica e il progresso dei pericoli da evitare. Ci sono gli economisti che leggono tutta la politica come se soggiacesse agli interessi economici, senza considerare che i politici possono essere, in date circostanze, mossi anche da dati interessi non economici; oppure quegli psicologi che vedono lapsus e atti mancati anche in azioni che potrebbero essere casuali, e via dicendo. Poi ci sono i fisici che vedono i matematici come astratti e inutili, i matematici che ritengono i fisici imprecisi e che “sporcano” la matematica con qualcosa di impuro, e via dicendo.

Una specializzazione, proprio in quanto tale, è una lettura parziale della realtà, che ha un’applicabilità limitata e che deve essere messa in comunicazione con le parti feconde e buone delle altre discipline; e si devono criticare gli aspetti invece sterili della propria disciplina e di quelle altrui. L’insuperbirsi autoreferenzialmente nel proprio campo è una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, una deformazione della realtà e un’auto-illusione viziosa che non conduce a nulla.

Spero di ricevere commenti che mi aiutino a correggere, migliorare e rendere più completo quanto ho proposto; e spero che possa risultare utile per indirizzare verso un percorso volto a pensare in modo libero e critico e dialogare in modo rispettoso e costruttivo con gli altri, remando insieme in questo mare per avvicinarci alla verità, orizzonte mai raggiunto ma che ci sprona nel viaggio della vita.

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2 Comments

  1. LucianoC

    Un articolo che condivido molto, sia per il tema che è preliminare (quasi le fondamenta) di un dialogo qualsiasi, che per l’approccio con cui è scritto, perfettamente in linea con quanto esposto 🙂

    Vorrei aggiungere un paio di cose:
    nel paragrafo “il dialogo” hai scritto una bella premessa da fare prima di qualsiasi confronto, ma nella realtà immagino che esordire in quel modo quanto meno confonderà l’interlocutore che non si aspetta un monologo di quella portata :S . Credo in più che si possa fare paradossalmente a chi già lo utilizza implicitamente, mentre per gli altri penso che non sia molto efficace, perché già da lì non sarebbero d’accordo o potrebbero ignorarlo…

    Leggendo qualche testo sulla comunicazione e confrontandomi con persone con più esperienza di me nel discutere ho imparato questo “stratagemma”, Alex, che ho visto funzionare diverse volte:

    // <Dopo aver ascoltato l'interlocutore, si cerca di riformulare ciò che ha detto evidenziando i punti che ci accomunano e su cui siamo d'accordo; subito dopo si aggiunge con "in più" o "inoltre" o similari le obiezioni sugli altri punti (senza dire "invece io penso" che ci fa sembrare degli avversari), oppure si chiede di chiarire meglio ciò che non condividiamo (può darsi che non condividevamo solo la forma, o in alternativa potremmo evidenziare le contraddizioni da noi notate "guidando" dal suo punto di vista l'interlocutore)\\

    Ciò ha 4 vantaggi:
    1. non siamo visti dall’altro come un avversario/nemico
    2. non vediamo l’altro come un avversario/nemico
    3. cerchiamo di vedere la questione dal punto di vista dell’altro con la possibilità di arricchirci
    4. cerchiamo di farci capire partendo dal punto di vista dell’altro, dalla sua prospettiva

    Un saluto cordiale 🙂
    Luciano

  2. Alex

    Ciao Luciano, grazie per il bel commento e le considerazioni di cui terrò certamente conto 🙂 riguardo il monologo è vero, non sono mai riuscito a esplicitarlo prima di un discorso, ma è possibile, se lo si tiene come atteggiamento costante, manifestarne i punti un po’ alla volta durante la discussione e mostrando all’interlocutore che pare essere la modalità più ragionevole di comunicare, spingendolo ad assumerla a sua volta: così la discussione diventa una ricerca comune della verità prendendo quel che di buono c’è in entrambe le parti e non un aggressivo e inconcludente rimaner fermi nelle proprie posizioni denigrando quelle dell’altro 🙂

    Alex

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