Non è un Paese per donne

Giu 11, 2013 by

Non è un Paese per donne

Partiamo con qualche esempio terra terra, giusto per introdurre il lettore con una doccia fredda:

– Perché uomini e donne mancano ancora dei pari diritti de facto?

– Perché le donne incinte e successivamente in maternità spesso sono licenziate in quanto considerate “improduttive”?

– Perché gli imprenditori e di top manager donna sono implicitamente considerati dei “sub-uomini”?

– Perché il corpo femminile è oggetto di abuso e sfruttamento lavorativo, pubblicitario e pornografico, col tacito consenso di pubblico e società, e talvolta delle donne stesse?

– Perché gli stupri, gli stalking, gli abusi casalinghi e i cosiddetti “femminicidi” non hanno ancora ricevuto un benché minimo inasprimento della pena (e i tentativi procedono a passo di lumaca)?

– Perché esistono ancora esseri di questa portata, che non sono casi isolati?

 È un argomento che spesso non si affronta, e questo non perché non ci interessi concretamente. Qui non si intende proporre una soluzione per ognuno, semmai una riflessione che si interroga sulla matrice generale, sulle questioni cardinali che spesso si tende ad ignorare.

Siamo largamente convinti che l’emancipazione femminile, in termini sociali e sessuali, sia un fenomeno ormai acquisito e intessuto nel nostro sistema. Crediamo, in sostanza, che le donne siano a tutti gli effetti pari agli uomini sin dai tempi del suffragio universale, che in Italia risale a malapena al 1946; la parità è ormai un concetto acquisito, è evidente, è tangibile! E, come tutte le cose conosciute, è inutile interrogarvisi oltre…

 Ma è davvero così?

Partiamo da una constatazione: ciò che storicamente ha proclamato un ingresso materiale della donna nella società non è stato il voto, ma la sopravvivenza e il lavoro. Nella prima guerra mondiale, quando i soldati marcivano in trincea a combattere per i capricci degli Stati, erano le donne ad occupare i posti di lavoro dei mariti ed al contempo a tirare avanti la casa e sfamare i figli; è stato anche per questo che in Inghilterra le suffragette hanno fatto valere il riconoscimento del voto eguale.

massaiaPrima di quel momento, le donne erano o buchi procreativi, o stracci e scope per pulire, o gioielli da mostrare durante i balli e le celebrazioni, o moneta di scambio delle alte aristocrazie per sancire le fratellanze di certe famiglie e in alcuni casi di intere nazioni, o trastulli su cui sfogare la propria limitazione sessuale, previo definito pagamento.

Le donne, sempre e comunque, si riflettevano in una società di netta dominanza maschile, non di numero ma di fatto, se escludiamo una ristrettissima cerchia (Madame de Stael, le sorelle Brontё, Mary Shelley, Virginia Woolf, la famosissima Giovanna d’Arco, etc.) che ha raggiunto un certo status in virtù di qualità superiori o di appoggi esterni, e quasi sempre in un tessuto sociale almeno lievemente innovativo.

Ad ogni modo, dopo il diritto di scegliere da chi farsi tassare, le donne hanno piano piano acquistato una certa importanza: incredibile, esistevano anche loro! Ma l’apogeo dell’affermazione storica è arrivato nel famigerato Sessantotto, dove i movimenti studenteschi e gli hippie hanno squarciato il “pericoloso” velo della sessualità, in entrambe le categorie.

Questo è un punto cruciale, poiché la visione della donna, da quel momento, ha assunto un carattere piuttosto ambivalente. Se di colpo acquisivano, almeno sulla carta, la loro dignità morale e sessuale ed una posizione paritaria nei confronti degli uomini, questo non ha permesso loro di assumerla in qualità di donne. Terminato lo spirito rivoluzionario, hanno conservato appena lo sterile diritto di relazionarsi come gli uomini.

managerPer non cadere in facili confusioni, chiariamo il concetto: l’emancipazione sessuale e morale non è servita a rafforzare la posizione della donna in quanto tale, nella sua portata umana, morale e sociale. Semplicemente, da quel momento in avanti, le donne hanno ottenuto il diritto di lavorare, votare, rimorchiare e fare sesso esattamente come gli uomini. Più precisamente, come se fossero uomini. Una conquista, certo, ma una vittoria a metà spacciata come vittoria piena: una rivoluzione mancata, che ha bypassato l’integrazione e la valorizzazione delle caratteristiche “femminili”, che avrebbe condotto ad una vera uguaglianza.

Cosa c’entra tutto questo? Semplice: non avendo affermato in pieno il loro valore femminile (e non certo perché carenti di volontà ed iniziativa, ma perché mancanti di una risposta profonda alla propria ribellione), le donne non hanno mai ottenuto alcuna parità reale nelle grandi società. Hanno, semmai, ottenuto il diritto di emulare il sesso maschile, di lavorare e relazionarsi come uomini.

Insomma, di fare finta di essere uguali.

(Naturalmente, si parla di una categoria; sulle singole persone, il discorso si potrebbe protrarre all’infinito, in quanto i singoli sono infinitamente più vari. Lo mettiamo in chiaro adesso, così da non ricevere facili insulti)

Giunti a questo punto, risulta chiaro come la questione non abbia solo una radice storica. Le manifestazioni ci sono state e ci sono ancora, specie in Medioriente, nel Nord Africa, e in quei paesi dove ancora si rispecchiano nella lista di similitudini elencata poc’anzi. Non è nemmeno solo un problema di semplice pregiudizio, perché viene combattuto ogni giorno, sebbene la sua eliminazione sia lentissima e talvolta persino in stallo.

Il problema ha, infatti, anche una matrice psicologica. Addentriamoci, dunque, nell’intricato mondo della sessualità, la radice naturale di ogni distinzione maschio/femmina.

dragSe, in un primo tempo, si riteneva che la separazione tra uomo e donna fosse psicologicamente e biologicamente netta, dal Novecento in avanti questa colonna è stata abbattuta: ogni essere umano possiede sia le componenti “maschili” che “femminili”, sia psicologicamente che biologicamente (testosterone ed estrogeni sono presenti, sebbene in differente misura, in ognuno). Uomini e donne “puri” non esistono, nonostante a Maria De Filippi piaccia farlo credere.

Questa scoperta, che poi tanto tale non è, ha dato un suo discreto contributo: si è “misteriosamente” scoperta l’esistenza di uomini più femminili, donne più maschili, di chi non è né l’uno né l’altro, di chi nettamente uno o l’altro, di chi è un ibrido non ben definito. E ciò, naturalmente, esula dall’orientamento sessuale, che non dipende dalle caratteristiche maschili/femminili presenti in ciascuno. È uno dei tanti motivi per cui, ai Gay Pride, vediamo centinaia di maschi travestiti, di piume di pavone, di androgini di difficile determinazione: la provocazione con i vestiti appariscenti suscita indignazione non solo perché si perde la “virilità” nel maschio che li indossa, ma perché risulta illogico e vergognoso ammettere una componente femminile all’interno della psiche maschile.

Sorge dunque spontanea la domanda: è ancora corretto parlare di “maschio” e “femmina” al di fuori dei genitali e della riproduzione?

Alla luce di ciò, no.

Yin_yang.svgSarebbe molto più sensato, a mio avviso, parlare di qualcosa non dissimile da Yin e Yang, dove Yang sono le caratteristiche “maschili” – forza, tenacia, coraggio, resistenza, durezza eccetera, mentre Yin quelle “femminili” – tenerezza, dolcezza, accudimento, protezione eccetera.

Il taoismo considera le sue entità in equilibrio e co-dipendenti: il bianco nel nero, il nero nel bianco: non esistono persone puramente Yin o puramente Yang.

Questa digressione ci riporta con maggior consapevolezza al punto principale. Tutte le problematiche in calce all’articolo hanno in comune una visione della donna che, quando non è accettata nella sua versione “maschilizzata”, ritorna alla sua triste e medievale condizione di serva del maschio, accompagnata dal trionfo giubilante delle pubblicità, delle riviste e della stampa.

Il tutto, naturalmente, facilita il dilagare di gesti efferati nei confronti della posizione, del corpo, della sessualità e della dignità delle donne, azioni considerate implicitamente legittime in virtù di una virile concezione del mondo, di uno Yang che maltratta e inquina il suo Yin.

Per poi, tornando a casa, intonare canzoni e poesie d’amore.

La gran parte delle donne, a loro volta, non reclamano più di quanto è loro concesso, e non necessariamente perché mancanti della volontà: sin da piccole, sono indotte a vedersi come corpi sbattuti in vetrina, come entità sottomesse all’uomo, ridotte a strati di pelle e carne in grado di compiere sveltine, scopate complete, o al limite far annusare ma non toccare (che rappresenta il massimo del pudore consentito per non farsi etichettare come donne impossibili, e cadere nell’abisso della reclusione sociale).

pubblicitàMoltissime ragazze sono davvero convinte di guadagnare maggiore importanza sociale in base al numero di peni che riescono a succhiare, o al numero di contatti recepiti su Facebook & Co. sulle proprie foto (semi)nude, e di certo non per una meditata riflessione o per una scelta consapevole, matura e autonoma.

La nudità, in sé, non sarebbe nemmeno un problema, se non fosse che il culto del corpo è perso nell’antica Grecia, così come la passione erotica di stampo sentimentale. Diventa sempre più raro che un nudo sia guardato con l’occhio artistico, o con amore. La pornografia, al contempo, non possiede in sé alcuna immoralità, se non fosse che il materiale è in gran parte ad uso e consumo del maschio. E, naturalmente, quest’ultimo ha tutto il diritto di discorrere pubblicamente su quale porno ha visionato l’altra sera, ma guai se è una donna a dichiararlo: disgusto e insulti la seppelliranno.

Avendo una “visione alterata” di sé così radicata, non sempre le donne riscoprono la loro vera personalità; e, quando abbozzano una ribellione o una protesta pubblica, spesso e volentieri si compie con metodologie e tecniche tipiche del mondo maschile, non facendo altro che auto-eclissarsi nuovamente in posizioni di inferiorità. O, a chi piace dirlo, in cucina.

Interessante, in proposito, è l’esempio delle Femen, le quali nei loro paesi suscitano ribrezzo e scandalo ma colpiscono al cuore l’opinione pubblica. Nelle nostre terre, tuttavia, appaiono a malapena come discrete narcisiste esibizioniste, paragonabili al massimo a Sara Tommasi.

Sarebbe, a volte, molto più efficace l’ormai desueto “sciopero generale del sesso”.

Che fare? A mio avviso bisogna muoversi, uomini e donne, in direzione del recupero di ciò che era un tempo lo Yin, affiancarlo allo Yang e restituirgli pari dignità e importanza, individuale e sociale. Le donne, con l’approccio costituente la loro personalità; gli uomini, ammettendo la presenza di una femminilità nella loro essenza, della necessità di quest’ultima di camminare assieme alla virilità.

In un contesto di così efferato darwinismo sociale, lo Yin rimane recluso alle semplici mura domestiche, alle segrete stanze, alla personalità dell’individuo singolo: fuori è lo Yang a farla da padrone, a dettare le regole e le modalità. D’altronde, l’emancipazione non è andata di pari passo alla ripresa del femminile, dello Yin.

È un obiettivo che si può ottenere, una conquista fattibile, se la sensibilizzazione in proposito crescerà; un maggiore bilanciamento delle caratteristiche umane in ognuno  di noi (per cambiare il mondo circostante, è fondamentale partire da se stessi) permetterà non solo una maggiore completezza e felicità negli esseri umani, ma anche una salutare comprensione reciproca e miglioramento delle relazioni.

Questo se si riconoscerà che c’è bisogno di un mondo anche a misura di donna.

Commenti

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2 Comments

  1. chiara

    oh fran… e non è nemmeno un posto per i bambini… a volte penso che la condizione femminile sia tanto difficile e pesante proprio perchè le donne fanno i bambini. Devono essere punite per questo vizio molto antiquato di fare corpi vivi e non avatar, a prescindere dal posto di lavoro. Non dico che si dovrebbero fare figli in proprio ad libitum… avere cura, fare attenzione tutti a tutto ciò che cresce perchè questo è un mondo che ama troppo la competizione, l’asservimento, la menzogna e la paura per lasciar crescere dritta qualsiasi cosa.
    Che decrescita infelice.
    Un amico mi ha mandato questo link che ho trovato bellissimo, forse esula un po’ ma non importa.
    Lo lascio vicino al tuo articolo in segno di apprezzamento, e anche per dire che ci sono persone ancora umane e esseri in marcia verso l’abbrutimento. io sto dalla parte dell’umano, femmina o maschio non è poi tanto essenziale, no? (un po’ Tolkien questa cosa, e un po’ Nietzsche… e un po’ Gesù… e un po’ molto Cervantes, mi sa :))
    E’ difficile restare fedeli a questa terra. Cerchiamo di salvare i bambini.
    Ciao!

    http://www.youtube.com/watch?v=Cw5Gejim4NM

  2. Light92
    Light92

    Io sono una ragazza, ma una cosa che mi è sempre particolarmente pesata è il modo in cui la società vede il mio sesso. Per alcuni, noi donne siamo poco più che un “oggetto di piacere”, se va bene, “di violenza gratuita”, il sesso debole in tutti (ahimé) i sensi, se va male.
    Ho sempre ritenuto il mio carattere molto più affine a quello di un ragazzo che di una ragazza, e sono sempre stata ritenuta strana proprio perché non ci ho mai tenuto ad imbellettarmi deliberatamente per compiacere qualcuno. Non condanno chi lo fa, in quanto, come detto nell’articolo stesso, è difficile uscire da questi schemi e condizionamenti mentali una volta che vi si è dentro. Sono contenta di essere stata educata con i valori che ho ricevuto, soprattutto il: “Pensare sempre e comunque con la propria testa”.

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