Intervista a due ragazzi, gay, che hanno vissuto in Israele

Giu 3, 2013 by

Intervista a due ragazzi, gay, che hanno vissuto in Israele

Grazie a due amiche ho avuto la fantastica opportunità di conoscere Alessandro e Raffaele, di 22 e 26 anni, ragazzi nati in Italia ma che hanno vissuto fin dalla pre-adolescenza in Israele, e hanno deciso di tornare a Milano sei mesi fa. Hanno anche fatto tappa intermedia a Cipro per sposarsi! Ieri li ho intervistati per chiedergli come sia la vita in Israele, la cultura, come hanno vissuto e come sia la situazione per gli omosessuali in Israele.

È stata un’intensissima intervista di due ore e mezza che intendevo tagliuzzare qua e là, ma ci sono davvero moltissime cose importanti e non mi sono sentito di tagliare alcunché. Per questa ragione ho cercato di rendere l’articolo più fruibile, facendo sì che si debba cliccare sulle domande per leggere la relativa risposta, così non vi accorgete subito che la lunghezza è l’equivalente di nove pagine su Word. Ma tanto se leggete questo blog siete abituati agli articoli-papiro di pagine e pagine, no?

Al termine dell’intervista, mi hanno detto che non avendo parlato di come sono le persone in Israele, come si comportano, com’è la vita quotidiana, quando vai al supermercato, al lavoro, a divertirsi, com’è quando conosci le persone, non quelle religiose, ma le persone qualsiasi, sarebbe il caso di trovarsi per una seconda intervista, incentrata più su questi temi. Vi invito nei commenti a proporre qualunque domanda volete che ponga loro. Buona lettura!

Dove sei nato?

Raffaele: In Italia, Milano.

Alessandro: Milano, Italia.

Quando e perché ti sei trasferito in Israele?

R: Allora, non mi sono mai trasferito in Israele, sono i miei genitori che sono impazziti, nel 1998, hanno deciso di trasferirsi in Israele. Loro avevano un’ottima vita, non si può esattamente capire perché. Avevano due macchine, la loro casa, il primo figlio, poi dopo di me una sorella, mio fratello è nato solo nove mesi prima che ci trasferissimo. La loro vita era come si deve. Mia zia dice che papà è impazzito quando io sono nato. Negli ultimi anni i miei dicevano che lavoravano troppo, che questo non gli faceva bene, che il mondo non deve essere così, che io avevo l’asma, avevano da ridire qualsiasi cosa su questo mondo. Hanno iniziato a usare microbiotica, varie schifezze, qualsiasi cosa che potesse rendere il mondo migliore. Mangiare meglio, non mangiare quasi niente, siamo scesi moltissimo di peso. A un certo punto hanno trovato la religione ebrea, che era perfetta, ottima, e per seguirla bisognava fare ciò che si deve: così siamo andati in Israele. Hanno venduto praticamente tutto senza neanche andare a vedere cosa li aspettasse in Israele, è stato tutto alla cieca. E così siamo andati in Israele. Io avevo undici anni.

A: La stessa storia, in un certo senso: non è stata una mia decisione, mia mamma è impazzita [ride]. Sì, io ho solo mia mamma, non ho un papà, non l’ho mai incontrato. È difficile da spiegare, mia mamma non vuole dire niente, per cui io non so niente di mio papà. Lei cercava una nuova vita, solo che dopo che ci siamo trasferiti in Israele è andata a vivere in America, da sola, per cinque anni. Io vivevo con mia nonna. All’inizio non conoscevo neanche troppo mia mamma, pensavo praticamente che mia nonna fosse mia mamma, perché mamma lavorava dalla mattina alla sera, non la vedevo mai. Avevo nove anni quando ci siamo trasferiti.

Quando e perché hai deciso di tornare in Italia?

R: Ho la cittadinanza italiana e adesso anche quella israeliana. Ho deciso di tornare in Italia praticamente solo sei mesi fa. Poco prima che ho incontrato lui [Alessandro] tre anni fa pensavo di tornare in Italia perché mi mancava un grande pezzo della mia vita, praticamente ho lasciato tutto qua. Per cui volevo tornare qua a vedere, i miei mi dicevano «Sì, vai, guarda e torna…» ma alla fine non è più successo, non c’erano i soldi, la possibilità. Poi è arrivato lui che mi diceva «Che bello, siamo italiani, torniamo in Italia, torniamo in Italia…» Ma ogni volta trovavamo un lavoro. È molto difficile trovare e tenersi un lavoro. L’ultima volta che abbiamo perso il lavoro abbiamo aperto un nostro business, ma è andato molto male, abbiamo perso un mare di soldi, è stato orribile. Siamo andati ad un ristorante che ci piaceva molto, e una ragazza che ci lavorava ci ha detto «Ma cosa ci fate qua? Andate via da questo posto, è un posto di merda, avete anche la cittadinanza italiana, ma cosa cavolo fate qua?» Il giorno dopo abbiamo preso le valigie, abbiamo venduto tutto quello che ci era possibile vendere, anche se faceva schifo, ci hanno dato pochissimi soldi, abbiamo preso tutto quello che potevamo, lasciato tutto quello che non potevamo, in regalo, abbiamo preso l’aereo e siamo venuti qua.

A: Quando ho incontrato Raffaele, tre anni fa, visto che facciamo anche il compleanno lo stesso giorno, è tutto così uguale, era bellissimo, io volevo tornare ma avevo quattro anni meno di Raffaele, non avevo soldi, la verità è che non avevo niente. Abbiamo deciso di continuare a vivere in Israele, nel senso che lui non voleva tornare. I suoi genitori gli hanno sempre spiegato che l’Italia fa schifo, non va bene, bisogna rimanere in Israele… sono pazzi [ride]. A mia mamma non fregava troppo, nel senso che io potevo andare dove volevo quando volevo. In questi tre anni continuavo a chiedergli di tornare in Italia, ma lui non voleva. Poi siamo andati in questo ristorante con la ragazza che ci ha detto «Ma cosa ci fate qua? Andate in Italia!» In questi tre anni tante persone ce l’hanno detto, ma dopo che abbiamo perso tutto, il nostro lavoro, il nostro business, i nostri soldi, siamo rimasti senza niente… non conosciamo neppure questa ragazza, non sappiamo come si chiama, ci siamo semplicemente incontrati, così. Abbiamo fatto le valigie, sei mesi fa, e siamo venuti in Italia.

Però prima vi siete sposati, giusto?

A: Sì, prima ci siamo sposati a Cipro, perché volevamo sposarci da tempo. Abbiamo fatto questo prima di tornare in Italia.

Come vi siete conosciuti?

R: Ci siamo conosciuti al Toys, era un negozio orribile, ci pagavano quattro euro all’ora e dovevamo stare in piedi per sei ore. Io mi ammalavo, ogni volta lavoravo un massimo di tre mesi e mi ammalavo. Sono stato un mese a casa e lui ha iniziato il lavoro mentre ero ammalato.

A: C’era un bigliettino con scritti tutti i nomi dei dipendenti e gli orari di lavoro, era il mio primo lavoro in negozio (prima lavoravo come insegnante privato, tecnico di computer, …). Ero ancora al liceo, avevo diciotto anni. Ho visto che avevo incontrato tutte le persone tranne questo Rafa’el, che era ammalato. In ebraico il suo nome era Rafa’el, perché non c’è modo di scrivere Raffaele, viene convertito. Io ero sempre triste, la mia vita era proprio schifosissima, poi dopo due settimane lui è tornato e semplicemente mi ha fatto ridere, mi ha fatto sentire meglio.

R: Lavoravo nella zona dei peluches. In Israele quando si provano un vestito e non va bene lo buttano per terra, anche i peluche li prendono e li mettono da un’altra parte, li buttano per terra. C’è un casino da morire e bisogna pulire, io mi ammalavo per questo, c’era tanta polvere. Insomma dopo un mese che ero ammalato sono tornato a vedere quanto era disordinato.

A: Mi avevano mandato a pulire la sua zona dei peluche, anche mettendo tutto a posto dopo un’oretta era un casino come prima… poi è arrivato e ha detto «Ma che cos’è, perché fai questo casino, è il mio dipartimento, cosa fai!» e io dico «No, mi hanno mandato qui!» Poi abbiamo iniziato a parlare, gli ho chiesto quanti anni ha, ne aveva ventidue, io diciotto…

R: Ne avevo quasi ventitré ormai…

A: E io quasi diciannove…

[Ridono]

A: E gli dico che il mio compleanno era tra poco, era il 25 aprile 2010, gli dico che era tra meno di un mese [Credo intendesse tra poco più di un mese, ndr], e lui «Eh anche il mio è tra meno di un mese», e gli dico «Davvero? Il mio compleanno è in giugno», e lui «Sì, anche il mio è a giugno!» e gli dico «… e il mio è… il primo di giugno!» «Davvero? Anche il mio è il primo di giugno!» Allora tiriamo fuori i documenti, vediamo tutti e due il primo di giugno, stranissimo, e poi c’è scritto come luogo di nascita Italia. Italia! [Si rivolge a Raffaele] Poi mi hai raccontato che sei gay, io ti ho raccontato che sono gay…. Lo stesso giorno, sì! Allora mi hai invitato a mangiare un gelato, io non mangio il gelato, e non uscivo mai la sera. Però era carino, mi aveva fatto ridere tutto il giorno, e allora ho detto «Sì, perché no?» e ho detto a mia mamma «Mamma, stasera torno più tardi», e lei «ok». L’unica risposta che ha sempre è «Ok», anche se le dico «Vado ad uccidermi», «ok.» Ho provato, avevo quindici anni, a dirle «Mamma sto male, non voglio vivere più», e lei «ok.» E insomma siamo andati a mangiare il gelato…

R: Poi è venuto da me a casa…

A: Ma aspetta mi hai baciato, che schifo era! Mi hai iniziato a mangiare! Non sapeva come si bacia, se si fa o non si fa, come si fa, allora mentre parlavo mi ha baciato. Non sapevo come farlo smettere [ridono].

R: Il giorno dopo è venuto con una valigia da me, ha detto che rimaneva temporaneamente, una, due, tre settimane, non era più temporaneo. Avevamo una casa enorme, dodici metri quadri [ridono]. La mia casa era un box, una cantina, c’era solo una finestra di questa grandezza [con un gesto indica circa 10 cm in altezza per 80 cm in lunghezza], e tutti i vicini ci guardavano, insomma non c’era nulla, c’era un letto singolo ed eravamo in due su questo letto, la cucina il lavello e le lumache. Dopo tre settimane ho detto «Vabbe’, ce ne andiamo». Abbiamo affittato insieme un appartamento, un po’ più lontano ma sempre a Gerusalemme, un posto schifosissimo pieno di etiopi…

A: Sono neri ma pensano di essere ebrei e stanno in Israele.

R: Si comportavano in modo orribile. Una sera sono sceso ed erano seduti sulla mia macchina, gli ho detto «Scusa, cosa state facendo? Questa è la mia macchina». Con alcuni c’è anche il rischio che ti accoltellano, questi hanno urlato un po’, la mattina dopo c’era un cumulo di spazzatura sull’auto. Avevano un bambino di dodici anni, che con un bastone colpiva in testa, solo che non gli puoi fare niente… e insomma nella casa c’erano topi, ratti, costava cinquecento euro al mese senza spese né niente, ed era in periferia, è costosissimo.

Come avete vissuto la vostra omosessualità in Israele, relativamente ai genitori, gli amici, la religione, la società…?

A: Inizia tu, perché la tua storia è più interessante della mia, io non sono vissuto nei posti in cui sei vissuto tu, non avevo quella religione, quelle cose… avevo un mare di schifezze ma diverse. Israele è fatto così: ci sono tanti gruppi di persone, e ognuno ha la sua storia… nello stesso posto, nella stessa città piccolissima ci sono gruppi e ognuno cerca di ammazzare l’altro, sono diversi completamente, non parlano l’uno con l’altro. Io non sapevo niente prima di incontrare Raffaele.

R: I miei genitori hanno preso la decisione di passare da Milano ad un kibbutz. Un kibbutz è uno stile di vita ormai quasi completamente morto. Ci vari stili di vita, alcuni sono molto rari e ormai quasi non esistono più: Kibbutz, Moshav, Yishuv, le città, e altre cose strane. Il kibbutz vuol dire che vai a vivere come nella Russia comunista, ma molto peggio. Vivi in un piccolo posto, non hai i tuoi soldi, non hai niente di tuo. È un piccolo villaggio dove vivono tutti insieme, i soldi sono in comune, si mangia in comune, non puoi comprare la televisione a casa, se decidono che bisogna avere la televisione allora tutti hanno la televisione, se decidono di non farlo allora non avrai la televisione. Non hai a casa la cucina, c’è una mensa comune.

A: Se il tuo vicino vuole le tue mutande, gliele dai…

R: Fanno tutto insieme, tutta la vita. Questo stile di vita è morto negli ultimi dieci anni, non ci sono più quelli al 100% così.

A: Sì, ci sono dei kibbutz dei russi che fanno esattamente così, lo so perché mia mamma ha tanti amici russi.

R: Comunque in generale sono diventati Moshav più che Kibbutz. Nel Moshav c’è l’agricoltura, questa cosa si fa insieme e si mangia insieme, anche se poi ognuno ha le sue cose. I miei genitori volevano passare a questo stile di vita. Loro sono laureati, come si deve, hanno studiato tanti anni… ma volevano questo stile di vita. Di solito c’è una puzza molto forte di escrementi di cavalli, si abita in campagna, è un posto molto grande, ci sono poche strade, costa pochissimo vivere in questi posti, sono di solito verso il nord di Israele. Poi c’è l’Yishuv, che è tipo un villaggio, piccolo paesino con da venti a mille famiglie al massimo. In questi posti si trovano a Nord o a Sud dopo la linea verde. La linea verde è stata istituita dopo il 1948, divide Israele dalla Palestina, non siamo vissuti dopo la linea verde, in Palestina. Ci sono le zone A, B e C: A sono quelle totalmente palestinesi, e Israele e gli israeliani non possono entrare, potresti morire se entri.

A: Io sono entrato, non sapevo che non si potesse, non mi hanno neanche chiesto i documenti.

R: Poi c’è la B che sono arabi palestinesi però Israele gestisce tutto, e c’è la C che è Israele normale. Oltre la linea verde ci sono gli arabi vicini e sono posti molto pericolosi. Questi villaggi sono molto poveri, la vita costa pochissimo, almeno fino a una quindicina di anni fa. I miei genitori volevano un posto religioso, un kibbutz religioso, ma non l’hanno trovato e sono passati ad un villaggio, un posto molto religioso: se vai di sabato ti buttano le pietre, tutti hanno la papalina, ecc. In questi posti essere omosessuale era impossibile completamente, negli ultimi anni sono diventati molto più aperti (e poi ti spiego cosa vuol dire molto più aperti). Quindici anni fa nessuno ti parlava, nessuno ti guardava, nessuno commerciava con te, nessuno ti dava l’appartamento neanche se eri da solo, e se andavi con qualcuno ti ammazzavano sicuramente. Ho capito di essere gay quando avevo ventidue anni, nessuno doveva saperlo. In questi posti da quattordici anni ti mandano a studiare in una scuola in cui dormi anche, le scuole sono o maschili o femminili, se vai con una ragazza in strada ti dicono «Cosa fai, lo dico ai tuoi genitori».

A: Questa però è la parte religiosa, lui ha vissuto questo tipo di vita, non tutto Israele è così.

R: Avevo molta paura di dirlo in pubblico, poi un mio amico ha deciso di diventare una donna, ma questo molto più tardi, all’inizio diceva di essere gay. E a un certo punto mi ha convinto a dire a tutti che sono gay, l’ho scritto su Facebook. Quando tornavo a casa dai miei genitori, una volta a settimana, e andavo in giro con gli amici, di giorno o di notte c’erano sempre dietro di me cinque persone che mi volevano accoltellare, che dicevano «È lui è lui!» Mi buttavano di tutto, pietre, pomodori, alcune volte tiravano fuori le bottiglie, coltelli, qualsiasi cosa possibile. Non si può andare mano nella mano con un altro ragazzo. Quando parli con altre persone su internet bisogna essere molto discreti, non si manda mai la foto per primi se non la manda anche l’altro, se non dai nome e cognome non mandano la foto, ci sono un mare di persone che sono sposati con donne e figli da anni. Negli ultimi anni si sono aperti piano piano, ma pochissimo: il Toys dove lavoravamo era un posto molto aperto, l’unico in cui sapevano che sono gay, però i maschi evitavano di parlarmi, dicevano «Senti, non parlarmi, non guardarmi, fai la tua vita, tra te e le ragazze». C’è un posto che si chiama la Casa aperta, dove si poteva andare e c’erano pochissimi gay, alcune lesbiche.

A: È meno pericoloso essere lesbica che gay, perché nella Bibbia c’è scritto che un maschio non può fare questo, ma sulle femmine non c’è scritto niente, per cui non è così grave.

R: Israele è un posto molto religioso, e anche chi non lo è il giorno di Yom Kippur non uscirà mai con la macchina. I kibbutz sono molto anti-religiosi, cucinavano il maiale, cosa vietata secondo la legge israeliana.

A: La legge dice che non si possono allevare i maiali sul suolo di Israele, così li allevano su delle travi, rialzati. C’è anche una festa, Pesach, in cui è vietato dalla legge mangiare pane. Di solito quando entri nei negozi controllano se hai bombe. In questa settimana ti controllano se hai pane, anziché bombe. Puliscono tutto dal pane, anche le briciole. Una volta mi ero dimenticato e sono andato a scuola col pane, ho ricevuto delle botte, ho rischiato di essere accoltellato… e non andavo alla scuola religiosa, era quella pubblica, comunale.

R: Se il giorno di Yom Kippur vai con la macchina ti buttano le pietre, non funzionano la radio e la televisione, neanche le ambulanze possono andare. Non è scritto nella legge che non puoi usare la macchina, ma è così. Se lo fai ti buttano le pietre, o mettono i chiodi per terra così fai un incidente. Insomma sono molto religiosi. Se hai l’orecchino a sinistra sei etero, se ce l’hai a destra o a entrambi i lobi sei gay. Il mio padrone di casa quando ha capito che sono gay è impazzito completamente, diceva «Ma cosa fai, sei gay, porti i ragazzi qua», mi ha detto un sacco di parolacce, cose schifosissime. Poi si divide in base ai posti: nei villaggi religiosi ti ammazzano subito, poi i religiosi Hassidim, quelli che si vestono di nero, ti ammazzano subito. Le ragazze da loro devono andare con le maniche lunghe, altrimenti gli buttano pietre, pomodori e tutto. Dicono che Tel Aviv sia molto più aperta, la chiamano “la città dei gay”, ma non è così aperta.

A: È una città piccolissima, divisa in tre parti: sud, centro e nord. A sud è pericolosissimo, non c’è legge, non c’è niente. Hanno stuprato una donna di ottant’anni in mezzo alla strada e nessuno ha fatto niente. Ci sono persone che ammazzano ogni giorno, anche la polizia ha paura ad andare lì, è pericoloso. Al centro di Tel Aviv c’è il centro commerciale, e poi al nord è carissimo. Non ci sono appartamenti belli o arredati, ma costano moltissimo, e tutti vogliono andare a vivere lì. Ci sono due città piene in Israele, Gerusalemme e Tel Aviv (questa di più). A Gerusalemme non c’è niente, non c’è lavoro. Ci sono lavori nei negozi ecc, ma se sei laureato, se hai una specialità, non c’è proprio lavoro. Tutte le società sono al centro di Israele, Tel Aviv e dintorni. Come mezzi pubblici ci sono solo gli autobus, ma per andare da un posto centrale a un altro centrale in una città bisogna usare tre autobus diversi, non esistono gli abbonamenti. C’è troppa gente, troppo traffico, per andare alla mia scuola sono 8 km e con gli autobus ci mettevo due ore, ma era meglio andare a piedi per il prezzo e per non stare in piedi schiacciato. A Gerusalemme sono tutti monti e valli, non è pianeggiante. La mia storia è diversa, io ho vissuto in un posto diciamo aperto, fuori dalla città, in periferia. Si chiama Ghilo, è un posto più o meno verde, bello, molto lontano dal centro. Non c’è un atteggiamento così religioso, non ho conosciuto nulla di tutto quello che ha raccontato lui. Nella mia famiglia sono cattolici, come all’inizio, anche se mia mamma ha smesso di praticare. Io ho continuato fino a circa sedici anni, ero molto credente. Mia mamma fino ad oggi tiene ancora la croce sulla caviglia. Questo è molto importante perché noi abbiamo le croci in casa ed è strano in Israele. Lì su ogni porta c’è una cosa che si chiama Mezuzah, è come un pezzo di plastica in cui dentro c’è un pezzo di carta con scritta parte della Bibbia. Gli ebrei devono sempre baciarla quando entrano, escono. In ogni casa, in ogni posto ci sono sempre queste cose, nella nostra non c’era. Io non sapevo neanche cosa fosse, li vedevo a scuola, al ristorante… la prima volta che lui è arrivato a casa di mia mamma era stranissimo, è rimasto fuori dicendo: «Non c’è la mezuzah», poi entra e ci sono le croci. [ride] Ti ricordi, che stavi per scappare? Avevi paura. Era appena uscito dalla religione quando ci siamo incontrati. Insomma, io sono andato ad una scuola diciamo normale, ma non erano aperti con i cristiani anche se non erano religiosi. A sedici anni non credevo più e ho capito che sono gay. Non avevo molti amici, un’amica, Val [credo abbia detto “Val”, probabilmente sbaglio ndr], l’ho detto a lei. Lei è stranissima, era brava ma… stranissima. Non l’avevo detto a nessun altro, ma in Israele è così: se lo dici a uno tutti lo sanno. E tutti pensano che li vuoi, che vuoi fare qualcosa con loro, tutti ti allontanano subito. C’è questa Casa aperta, è una stanza dove tutti i gay di Gerusalemme al giovedì vanno a parlare.

R: Tutti i sei, dieci gay di Gerusalemme vanno a parlare. [Ride] Sono dieci gatti.

A: Io ho iniziato ad andare lì, perché… non lo so neanche il perché, non avevo nessuno, non avevo amici. E lì ero aperto, perché tutti erano aperti lì, ma fuori in strada non potevi andare mano nella mano. Una volta sono andato con un amico al ristorante, e abbiamo iniziato un po’ ad accarezzarci l’uno l’altro, e ci hanno buttato fuori dal ristorante… e questo in centro città, che non è proprio religioso. Ti buttano le pietre, come quando mi tenevo con un amico mano nella mano. Non puoi raccontare a nessuno per davvero. Quando ho incontrato Raffaele avevo paura di andare mano nella mano. Dopo un anno che siamo vissuti a Gerusalemme e ci siamo trasferiti al centro di Israele, vicino a Tel Aviv, che è più aperto, avevo ancora paura. Lui voleva, ma ricordavo da Gerusalemme di quando mi avevano tirato le pietre. Fino ai sedici anni andavo in chiesa, al centro di Gerusalemme, davanti alla Città Vecchia, è una chiesa bellissima attaccata a un hotel, si chiama Notre Dame of Jerusalem. È bellissima, e non c’entra niente con il posto circostante. Nella città vecchia c’è l’entrata degli ebrei, dei cristiani, dei musulmani, armeni. E ci sono quattro quartieri, uno per ciascuno. Io andavo sempre nel quartiere cristiano, sono chiusi con le mura. Non sono mai andato nel quartiere ebraico e lui in quello cristiano, prima di incontrarci. Mi ha portato al Muro del Pianto, l’ho portato alla Tomba di Gesù. Aveva molta paura ad entrare, come io nel quartiere di ebrei.

R: Il più pericoloso è quello dei musulmani. Musulmani e cristiani si odiano, anche se tutti e due spesso sono arabi si odiano. Gli omosessuali maschi poi in Israele badano solo al sesso. Sono persone che cercano di trovare altri per sesso, non per stare insieme.

A: Non ci sono coppie di maschi, solo di femmine. Ci sono pochi maschi gay, cioè sono sicuro che ce ne sono tantissimi, ma non sono pronti a dirlo. Quelli dichiarati sono pochissimi, e i pochi che ci sono cercano solo sesso. Noi come coppia eravamo strani per tutti. Di lesbiche ce n’erano tante.

R: Se mai trovavi un’altra persona gay cercava solo sesso. Di solito i ragazzini religiosi che si sono scoperti gay iniziano a fare sesso senza fine, dopo un po’ di anni prendono l’HIV e muoiono. Hanno due cose, il sesso e l’ubriacarsi. Si ubriacano e fanno incidenti.

A: Fanno sesso nei bagni pubblici, poi tu entri e vedi lo sperma in tutto il bagno, che schifo.

R: Poi nelle discoteche che sono piccolissime, come questa stanza, nei bagni ci sono maschi e femmine insieme e di solito fanno sesso.

A: E i bagni delle donne sono sporchi esattamente come i bagni dei maschi.

Mi avevi detto qualcosa (<i>Raffaele)</i> su una manifestazione, la polizia che ti aveva colpito alla testa…

 

R: Ah, i fatti di Amona, nel 2005. La polizia di Israele è molto forte, aggressiva. In questi paesini piccoli, villaggi, di solito fanno le manifestazioni perché lo stato di Israele vuole tirare giù dei pezzi di Israele per dargli agli arabi. Eravamo sui tetti delle case per impedire che le demolissero, la polizia è uscita completamente di senno. Quelli sui tetti buttavano pietre, quelli da giù sparavano pezzi di gomma, ma da fucili veri. Molti hanno iniziato a cadere, c’erano feriti gravi. Io ero su e volevo scendere, ma non c’erano scale, non c’era niente. A un certo punto sono saliti, erano armati con pezzi di metallo, ci hanno colpiti. Mi hanno colpito in testa, sono svenuto e mi sono svegliato mezzora dopo in un altro posto, pieno di sangue. Tutti sanguinavano, erano feriti. Poi hanno buttato giù le case con una gru, sono andato in ospedale per conto mio. La cosa è finita anche in televisione, c’era un gruppo che voleva portare in tribunale il governo, la polizia. Hanno cercato su tutte le televisioni per capire chi avesse ripreso le scene, sono finito in dodici canali diversi. Si vede anche il poliziotto che ha colpito me e gli altri, hanno trovato nome e cognome, ma non gli hanno fatto nulla.

Avevi detto anche di aver partecipato ad una… manifestazione anti-gay?

 

R: Sì, i religiosi erano molto anti-gay.

A: Sempre nel 2005, era la prima manifestazione dei gay, un carnevale, gay pride parade. Anche io sono andato, però io ero dalla parte dei gay, non ero ancora dichiarato, ma sono andato lo stesso. Lui era dall’altra parte, i poliziotti facevano una barriera. I religiosi erano dall’altra parte, buttavano pietre, pomodori, sputavano.

R: Sono anche riusciti ad accoltellare due persone, uno è morto. Io non ho accoltellato nessuno. Urlavo un po’, forse. Ci hanno fatto impazzire, ci hanno fatto credere che la vita giusta era quella della religione. Ci fanno credere che tutti devono fare così, perché è la cosa migliore che c’è.

A: Da me era diverso, io facevo quello che volevo della mia vita, perché mia mamma non era presente. Lavoravo da quando avevo tredici anni, come insegnante privato di inglese, tecnico di computer, programmi codici. Mia mamma prendeva i soldi – quasi tutti i soldi che ricevevo – non sapeva veramente quanto prendevo. Ne tenevo un po’ per comprare cibo, vestiti, perché mia mamma non comprava queste cose. Se aveva gli ultimi venti euro ci comprava le sigarette. Non mi hanno insegnato niente, non mi hanno spiegato niente, ho anche studiato da solo. Ho passato otto scuole in questi anni, perché non riuscivo a integrarmi, mi odiavano sempre in ogni scuola, insegnanti, bambini, tutti. Ogni volta che iniziavano i problemi mia mamma mi mandava in un’altra scuola. Non riuscivo a studiare così, allora mi sono arrangiato da solo.

Volete raccontare qualche curiosità sulle vostre vite o su Israele?

R: Amona era una manifestazione contro il comune. Cioè non era una manifestazione, Israele dice «guarda, noi prendiamo le case abusive e le buttiamo giù». Però anche gli arabi lo fanno e loro non fanno niente, perché Israele fa solo quello che vogliono gli americani, e gli americani vogliono che Israele non vada avanti, che non fanno male a questi poveretti arabi, che sono poveri, poverissimi, persone distrutte diciamo. Alcune volte, come al Gush Katif, sempre nel 2005, hanno deciso di tirarla giù. È una parte di Israele che si trovava a sud-ovest, attaccato a Gaza, per darla agli arabi e ricevere la pace. Gli arabi hanno detto «Noi la pace non la vogliamo, noi vogliamo uccidervi», proprio così esplicitamente. E Israele fa «Vabbe’ noi ve la diamo, e poi vediamo.»

A: Gush Katif è una parte bella di Israele. Il nord è molto verde, a sud è proprio un deserto, con la sabbia, non ci si può vivere. In autostrada vedi come si passa dal deserto alla città al verde, alberi, giungle, animali. Gush Katif era a sud però era verde. Gush Katif significa “Il Blocco Raccolta”.

R: La particolarità di Gush Katif è che è uno dei pochi posti al mondo in cui sono riusciti a piantare dentro la sabbia, e a far crescere le piante come si deve da dentro la sabbia.

A: Anche l’erba e tutto, è metà sabbia e metà verde, a sud non ci sono neanche le strada, è proprio deserto, le strade le fanno mettendo le pietre una vicino all’altra schiacciate. Dopo la linea verde poi tutto è proprio sabbia, casette sul niente.

Le persone come vivono il conflitto tra Israele e Palestina?

A: Questo è il problema più piccolo di Israele, diciamo, perché il problema è all’interno di Israele, tra gli ebrei. Ci sono gruppi di ebrei, gli ebrei bianchi, dell’est, dell’Europa, poi quelli del Marocco, dell’Africa, che si odiano l’uno con l’altro. Si odiano al punto che cercano di ammazzarsi l’uno con l’altro più che con gli arabi.

R: Israele è staccata a un certo punto, ci sono pezzi arabi, palestinesi. La Palestina non è uno Stato, anche se vorrebbe esserlo. Hanno il “permesso di Palestina”. Questa parte di Israele ha delle sue città, e queste sono molto molto povere. Quando entri in questi posti riesci a comprare cose a pochissimo, ma proprio pochissimo, anche benzina. Sono senza IVA. Non c’è legge, poi hanno macchine degli anni ’40, ’50, ’60 che ancora funzionano, sono bravissimi con le macchine. Hanno dei furgoncini taxi da dieci persone da cui riescono a tirarne fuori quaranta. Il conflitto è molto complicato, perché gli ebrei odiano gli arabi e non parlano con loro. Ci sono arabi israeliani e arabi palestinesi. I militari israeliani poi non hanno limiti, se non quello che gli americani non vogliono che facciano. Se sei un arabo palestinese a volte sei chiuso nella tua città, hai dei coprifuoco. In questi posti non hanno quasi niente, hanno i vestiti strappati, con le macchie, non hanno quasi soldi per mangiare. Non hanno il permesso di entrare in Israele. Ci sono barriere con i militari che controllano. Li vedono subito perché sono più scuri, hanno dei tratti riconoscibili rispetto agli israeliani. Comunque li possono riconoscere dall’accento facendoli parlare. Uno ogni mille sa parlare ebraico senza accento arabo, ma sono pochissimi. Anche se sono arabi bianchi perché accoppiati con inglesi si riesce a capire. Fanno molti tentativi per entrare in Israele, spesso accettano di entrare per lavorare, fanno i lavori che gli ebrei non vogliono fare, muratori, i lavori duri. C’è sempre qualcuno armato con loro che controlla se lavorano e cosa fanno.

A: Per tanti anni gli arabi si facevano esplodere nei supermercati, negli autobus.

R: Prendevano anche delle gru cingolate, e iniziavano in mezzo alla giornata ad ammazzare persone, a salire sulle macchine, a lanciare su le macchine con la gru.

A: Io ho assistito ad un episodio così, alle cinque di mattina vicino a King David, verso Tel Pyot. C’era questo con la gru che ha tirato su delle macchine, e a una fermata dell’autobus ha ammazzato tante persone. Ero scappato da casa – scappavo tante volte da casa, perché mi faceva schifo stare con mia mamma. La mattina dovevo andare a scuola, e di colpo ho visto questo… trattore… ero molto allerta, era pericolosissimo. Ha fatto tanto casino, io mi sono nascosto dietro un albero lì vicino, non volevo che mi vedesse. Poi è arrivata la polizia e gli hanno sparato. C’è stato tanto sangue, sono rimasto lì per un’ora.

R: Io abitavo in un villaggio molto religioso, ho conosciuto una persona tedesca che in Italia è diventato ebreo, molto religioso, poi è andato a lavorare in Israele e ha sparato a un arabo, poi è sparito perché non voleva essere catturato, sarebbe finito in prigione tutta la vita. In questi villaggi piccolissimi a volte gli ebrei vanno e rubano il gregge degli arabi, e gli arabi rubano il gregge degli ebrei. In questi villaggi se arriva un arabo gli sparano molto velocemente, perché altrimenti questo si fa esplodere o spara a loro. Se trovi in qualsiasi posto uno zaino, se dopo cinque minuti nessuno lo reclama lo sigillano per protezione e lo fanno esplodere.

A: Hanno fatto esplodere il mio zaino a scuola, me l’ero dimenticato sulla terrazza-cortile dove si giocava all’intervallo. Non ho fatto caso al fatto che chiedevano chi avesse perso lo zaino, è arrivata la polizia e l’hanno fatto saltare in aria. Tutti i miei libri, costavano tantissimi soldi…

R: Ho conosciuto un mare di persone a cui hanno sparato, o buttato pietre, o che sono stati rapiti. Un’amica di mia sorella è stata rapita dagli arabi.

A: Anche gli israeliani fanno questo, di rapire altri israeliani.

R: Nelle strade dove vanno sia israeliani che palestinesi, gli israeliani girano con le targhe gialle, i palestinesi con quelle verdi. Una volta era più complicato, la polizia con quelle rosse, l’arma con quelle nere, bianche per United Nations, ora solo gialle e verdi. Spesso si fa l’autostop. Due miei amici sono andati a fare una gita, armati ovviamente, perché era molto pericoloso. A un certo punto è arrivato un arabo armato, cosa molto pericolosa e anche rara, perché gli arabi non possono essere armati. I miei amici si sono messi a terra e gli hanno urlato «Fermati o sparo». In questi villaggi pericolosi quando si è maggiorenni si può avere un’arma da fuoco.

A: Questo nei villaggi, a me la vita non è sembrata per niente così.

R: Poi hanno sparato e l’hanno subito ucciso. A me hanno buttato varie volte le pietre sulla macchina quando facevo l’autostop, e anche sparato.

A: A me le pietre le buttavano gli israeliani, avevo problemi con loro più che con gli arabi. Nel mio villaggio tutto intorno ci sono arabi, e c’è anche una barriera solo da un lato che poi è stata tolta. C’erano problemi con gli arabi che sparavano sulle case, e quindi hanno messo i vetri antiproiettile sulle finestre di fronte a Beth Hanina, che è da dove sparavano gli arabi. Noi eravamo all’ultimo piano e i vetri antiproiettile erano finiti, quindi ci hanno messo dei sacchi pieni di sabbia davanti alle finestre.

R: A Betel a volte le persone iniziavano a sparare e davano i fucili a chi poteva, non si poteva uscire di casa per una settimana. Buttavano anche le molotov, avevano i lanciarazzi RPG.

A: Da noi sparavano i missili sulle case, quelli di Beth Hanina erano completamente pazzi. C’è un muro enorme con sacchi di sabbia e tutti i palazzini di fronte, compreso il mio, sono pieni di buchi perché sparavano, e ci sono anche dei palazzini tutti bucati dai missili. Il mio villaggio è diviso in sei zone, io sono vissuto in una zona più bella, più lontana dagli arabi, però li abbiamo esattamente di fronte. La zona A è proprio attaccata agli arabi, sparavano da tutte le parti e lì sono rovinate dai missili, lì è pericolosissimo uscire da casa.

R: Sono stato ai funerali di persone uccise così. Quando muoiono non li mettono nelle bare, ma in un sacco bianco su cui mettono il tallith.

A: Solo sui maschi.

R: Come un lenzuolo bianco con i fili alla fine.

A: Fanno un buco in terra e proprio lo buttano dentro la terra, poi con le pietre sopra.

R: Dopo trenta giorni mettono la tomba. Ho conosciuto ragazzi anche molto giovani senza piedi, senza mani, senza occhi. Uno ha trovato una bomba, non sapeva cos’era, ha provato ad attaccarla a un’altra bomba ed è scoppiata, è rimasto senza quasi tutta una mano, un braccio, ha l’occhio di vetro. Li fanno diventare dei martiri, dei santi. Scrivono “santo” sulla tomba, dopo il nome.

A: la verità è che ognuno decide cosa vuole scrivere, noi non abbiamo scritto niente sulla tomba di mia nonna

R: “Dio rimetterà la sua morte”, scrivono a quelli che muoiono per le esplosioni. Né gli israeliani né gli arabi sanno cosa vogliono: gli israeliani vogliono ammazzare gli arabi, gli arabi vogliono ammazzare gli israeliani, gli israeliani dicono che vogliono la pace, gli arabi no, ma gli israeliani fanno un mare di stupidaggini che non fanno bene a nessuno.

Avevi raccontato che parte degli ebrei osservanti i precetti religiosi ha rapporti sessuali a soli fini procreativi, con un lenzuolo che si frappone tra marito e moglie e un buco per la penetrazione. Chi deve osservare queste regole, e la religione come regola la vita sessuale in generale?

R: In Israele il 99% sono ebrei ortodossi, ma all’interno ci sono tantissime specie diverse. Oltre agli ortodossi ci sono anche i riformisti, quelli più aperti, che vorrebbero anche i rabbini donna. La maggior parte si divide tra gli haredi, tra quelli religiosi con la papalina fatta di stoffa, e quelli non religiosi, e quelli che mantengono la religione. Quelli con la papalina fatta di stoffa si dividono ulteriormente tra le persone più “normali” e quelli più “fascisti”, diciamo, come quelli dove abitavo io, e sono di solito oltre la linea verde. Dentro gli haredi ci sono gli hassidi, tramandano oralmente grazie ai rabbini una parte della religione. E all’interno degli hassidi alcuni sono estremamente religiosi, i più religiosi che ci sono in assoluto. Secondo loro non bisogna fare sesso con la donna, non bisogna toccarla, e quando lo fanno è attraverso un lenzuolo con un piccolo buco per la penetrazione, e con la luce spenta. Comunque sono poche persone, pochissime.

A: Però in generale anche i religiosi più light evitano di toccarsi l’uno con l’altro durante il rapporto, tengono la luce spenta, e poi in giro non vanno mano nella mano. Se la donna ha il ciclo, che non dovrebbe avere – dovrebbe essere sempre in gravidanza – è impura e allora è isolata e non bisogna toccarla. Sono pazzi.

R: Quando vanno in giro la donna va dieci metri più dietro del maschio.

A: Anche negli autobus le donne siedono indietro e i maschi davanti, perché gli uomini devono evitare la tentazione della vista delle donne. Le donne nella religione ebraica sono come disumane, non sentono niente, non hanno bisogni, desideri, appetiti, non esistono. Raffaele non sapeva niente sulle donne, gli hanno spiegato che non vogliono e sentono niente, è terribile. Questo lo sapevo anche prima di incontrare lui. L’unica ragione di vita della donna è fare bambini, cucinare, pulire. Una casalinga sempre incinta.

R: Un mio amico quando ero religioso e avevamo diciassette anni mi ha detto di aver visto una cosa incredibile, aveva visto dei buchi in una tapparella e ha sbirciato dentro la casa del vicino. C’erano i due coniugi che facevano sesso, con la luce spenta ovviamente, e la cosa terribile è che il marito usava la torcia per vedere la donna. È così che vivono.

A: Raffaele non sapeva niente sulle donne. Non sapeva come fossero nude, quali organi avessero, non pensava fossero umane, pensava non ci fossero emozioni, un senso, niente. Gli ho insegnato delle cose che sono banali, umane. Non sapeva niente neanche sui maschi. Non sapeva come funziona il corpo, non gli spiegavano nulla, non vogliono che si sappia nulla.

R: Non guardavo le donne, se c’era un film con la donna che si spogliava anche un minimo mi tappavo gli occhi. Quando c’era il sesso nei film mandavo avanti per non vedere. Non vedevo i porno, era completamente vietato. Poi non capivo perché era così proibito visto che non mi faceva nessun effetto.

A: Poi non toccava le donne e non ci parlava. Quando ci siamo incontrati avevo alcune amiche, e ci salutavano con abbracci e i baci e per lui era strano, non lo faceva. Non sapeva che si potesse.

R: Quando i miei amici coinquilini hanno scoperto che ero gay mi hanno buttato fuori. Il mio migliore amico che mi aveva promesso che al matrimonio sarei stato il primo ecc, appena l‘ha saputo non mi ha più rivolto la parola. Si chiamava Noam, lo chiamiamo Curdo, ora ti racconto perché che è divertente. Una sera eravamo in giro e i miei amici parlavano di quanto volevano fare sesso con le donne, ne parlano in modo orribile tutto il tempo.

A: Dato che non sono umane puoi farci quello che vuoi. Anche se sono sposati parlano di altre donne, pure di fronte a loro; c’è un’espressione bruttissima in ebraico, tipo “voglio fare quella donna” [A quanto dicono è molto più pesante del “voglio farmela” italiano, ndr].

R: E questo mio amico diceva di avere trovato un condom nella pattumiera, e Noam fa «Cosa? Cosa ha trovato?» «Un condom?» «Cosa? Un curdo? Cosa?» Non sapeva cosa fosse un condom. Per mezzora abbiamo cercato di convincerlo che c’è una cosa che si chiama condom che serve a non mettere incinta la donna durante un rapporto. Pensava non fosse possibile che esistesse una cosa simile. Aveva diciannove anni. Per quanto riguarda me… secondo la religione è completamente vietato masturbarsi. Non l’avevo mai fatto. Quando avevo sedici anni i miei amici mi avevano detto che ci si poteva masturbare, che era molto bello, ma era proibito e non lo facevo. A ventun’anni mi sono innamorato molto di un ragazzo. Una notte avevo dimenticato la chiave della mia camera, e ho dormito nella stanza degli insegnanti. Mi avevano detto che se fai così [mima il gesto] succede qualcosa di buono, non sapevo perché, come, perché ci fosse l’erezione ecc. Allora ho cominciato a fare così, è stata la cosa più bella di questo mondo, e di colpo ha sparato questa cosa bianca, lì è stato terribile. Ero sicuro che ero malato, che stavo per morire, ho cercato di fare sparire questa cosa dalla stanza degli insegnanti. Non avevo idea di cosa cavolo fosse, del perché fosse successo. Per un anno intero ho chiesto a tutti i miei amici se anche loro lo facevano e se anche a loro succedeva così, e non mi sono tranquillizzato finché tutti mi hanno rassicurato che anche loro lo fanno, e che anche a loro succede. A quel punto ho lasciato fino alla fine la religione, ho parlato con dei rabbini di questo. La mia convinzione sulla religione era di seguire tutto al 100%, perché c’è scritto che se fai tutto la tua vita sarà buona e felice, ti sentirai bene con te stesso. Credevo in un modo veramente ingenuo. Facevo tutto completamente secondo la religione, ho parlato con vari rabbini raccontando la mia storia, e mi hanno detto che ad essermi mantenuto così puro fino ai ventun’anni ero un grande zaddìc [non ho idea di come si scriva, ndr], una persona molto elevata, un santo. A quel punto mi è crollato tutto, ho capito che non c’era niente di vero, perché avevo una vita orribile, al 100%. Ho iniziato a lasciare tutto, per me Dio è morto. [Si inumidiscono gli occhi e si commuove] Seppellire Dio era molto dura, seppellire qualcosa che sai che non era mai esistito. È difficile da spiegare, come seppellire un figlio che non hai mai avuto, un padre che non hai mai avuto. Un funerale a qualcuno che non è mai esistito. Prendere tutto e dire che non è mai esistito… che tutto quanto era nulla, un mare di stupidaggini per niente. C’è voluto un sacco di lavoro per lasciarsi tutto alle spalle. Io pregavo tutto il giorno, sapevo spiegare esattamente tutte le cose della religione ebraica, cosa pensava il singolo rabbino sul singolo argomento e in quale libro l’avesse scritto. Un giorno ho incontrato il padre di un mio amico, completamente non credente, ci ho parlato quattro ore, dandogli le risposte per ogni cosa. Si è convertito all’ebraismo. L’anno dopo sono tornato e aveva la papalina nera sulla testa. Due anni dopo torno ancora, lui con la papalina nera e io senza papalina. Mi ha chiesto come mai, stupito, e gli ho detto: «Guarda, io posso convincere te, chi vuoi, ma alla fin fine nessuno può convincere me, perché ho capito che chi è più saggio può convincere chiunque di qualunque cosa, si basa su quanto sei intelligente, ma niente è vero. Se c’è una verità e qualcuno poteva convincermi sarebbe venuto a convincermi, ma non esiste una verità così.» Ho scritto una lettera lunghissima al rabbino più grande di Israele, ma non gliel’ho mai mandata, anche perché dicevo che ero gay. L’ho mandata però ad altri rabbini, poi li ho incontrati, ma alla fine mi dicevano sempre «Se tu vuoi credere, devi credere e basta. Non sempre ci sono risposte, ma devi credere.» A quel punto gli ho detto che era tutto falso. La cosa più assurda era che c’è scritto nel Talmud che se segui al 100% la religione starai bene: non che sarai ricco, non che farai una bella vita. C’è scritto perché il religioso fa una brutta e vita e il cattivo fa un’ottima vita, ci sono le risposte a questo, ma lo zaddìc si sente bene con se stesso, si sente felice nella sua vita: e io non mi sentivo così. Quindi quando il rabbino mi aveva detto che io ero arrivato a quel punto, dato che non sentivo un tubo e stavo solo male, non poteva essere vero. Studiavo fino a diciotto ore al giorno, mi hanno vietato di leggere per tre mesi perché mi erano venute le emicranie e rischiavo di finire tra i matti. Nessuno aveva le risposte perché non ci sono, è tutto falso. Sai che in Israele non mangiano latte e carne insieme? Ho preso del pane, ci ho messo sopra del formaggio e della carne, neanche di maiale, ho chiuso il panino, e l’ho fotografato. Mangiarlo era per me la cosa più eretica di questo mondo, per non parlare del fare sesso con maschi. Chi fa sesso con i maschi secondo la legge ebraica deve essere ammazzato, è la cosa peggiore che si possa fare. È peggio che fare sesso con gli animali, addirittura. Quando l’ho scritto su Facebook, il 60% dei miei amici mi hanno scritto insulti e parolacce, «tu provochi grandi piogge in Israele!», il 40% mi ha detto «bravo».

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