Virtù e Vizi – La Giustizia

Apr 14, 2013 by

Virtù e Vizi – La Giustizia

Questo articolo fa parte di una serie sulle Virtù e i Vizi, la cui Introduzione si trova qui. Prima della Giustizia, è stata trattata la Saggezza.

La Giustizia, Dikaiosynē in greco, Iustitia in latino, è una delle quattro Virtù Cardinali – ed è la più fondamentale tra le Virtù Morali. Nella tradizione occidentale, dal Basso Medio Evo in poi, troviamo i più svariati simboli iconografici che indicano questa Virtù, come ad esempio:

  • Bilancia della Giustizia commutativa (“tanto, quanto”, senza disuguaglianza)

  • Benda della Giustizia distributiva (“a ciascuno il suo”, senza parzialità)

  • Spada (il potere dell’autorità)

  • Caduceo (emblema del dio Ermes e del medico Esculapio, una bacchetta attorno la quale si attorcigliano a spirale due serpenti, di cui uno benefico e uno malefico: ha il potere di ristabilire l’equilibrio tra le due forze opposte)

  • Struzzo (per la lentezza e la tenacia della sua digestione, simbolo della pazienza nel giudizio)

  • Gallo (simbolo della Verità che si spera assista i giudizi umani)

  • Fascio Littorio (simbolo della pazienza nel giudizio: prima di usare la scure bisogna togliere una a una le verghe attorno ad essa)

La Giustizia in sé stessa

Come afferma Cicerone, “gli uomini si dicono buoni specialmente per la Giustizia”. E la Giustizia è “l’abito mediante il quale si dà a ciascuno il suo con volere costante e perenne”. E questa definizione coincide con quella che dà il Filosofo nell’Etica.

Per la definizione tomista, gli uomini sono buoni soprattutto per come si comportano con le altre persone, e non per i propri sentimenti interiori. È un tipo particolare di etica, che potremmo chiamare Occidentale, non Orientale.

La Giustizia è sempre verso le altre persone

Cicerone afferma che “costitutivo” della Giustizia è “ciò che forma la società degli uomini tra loro, e la comunanza di vita”. Perciò la Giustizia è solo per i doveri verso gli altri.
Materia di una virtù morale, definita dal Filosofo come retta ragione, sono tutte le cose che dalla ragione possono essere regolate. Ora, dalla ragione possono essere regolate, sia i sentimenti dell’anima, sia gli atti esterni, sia le cose esteriori soggette all’uso dell’uomo: mentre però l’ordinamento di un uomo ad un altro avviene mediante gli atti esterni e le cose esteriori, l’uomo viene regolato in se stesso in rapporto ai sentimenti interiori. Perciò, siccome la Giustizia dice ordine ad altri, non abbraccia tutta la materia delle virtù morali, ma soltanto le cose e le azioni esterne, sotto una particolare ragione oggettiva, cioè in quanto un uomo con esse entra in relazione con altri.

E verso sé stessi?

In senso figurato si possono considerare i diversi principi operativi di un medesimo uomo, p. es., la ragione, l’irascibile e il concupiscibile, come fossero altrettante “persone”, cioè soggetti operativi distinti. Ecco perché metaforicamente si può parlare della Giustizia di un uomo verso se stesso, in quanto la ragione comanda all’irascibile e al concupiscibile, e in quanto essi obbediscono alla ragione, e genericamente in quanto ad ogni facoltà umana viene attribuito ciò che le conviene. Non per nulla il Filosofo chiama “metaforica” questa Giustizia.

Questo ricorda l’analisi del mondo interiore nella personificazione delle parti interne della personalità (Io, Es, Superio, Oggetti interni) della psicanalisi freudiana.

Volontà, non Sentimenti

SEMBRA che la Giustizia abbia per oggetto i sentimenti. Infatti:il Filosofo ha scritto, che “le virtù morali riguardano piaceri e tristezze. Ora piaceri e tristezze sono sentimenti, come abbiamo visto sopra nel trattato dei sentimenti. Perciò la Giustizia, essendo una virtù morale, ha per oggetto i sentimenti.
MA : esistono due tipi di appetito: c’è la volontà, che appartiene alla ragione; e c’è l’appetito sensitivo che segue alla percezione sensitiva dei sensi, e che si divide in irascibile e concupiscibile. Ebbene, rendere a ciascuno il suo non può derivare dall’appetito sensitivo: perché la conoscenza sensitiva non può estendersi a considerare il rapporto di un soggetto con un altro, ma questo è proprio della ragione. Perciò la Giustizia non può risiedere nell’irascibile, o nel concupiscibile, ma soltanto nella volontà. La giusta soluzione del quesito risulta evidente da due argomenti. Primo, partendo dal subietto della Giustizia, che è la volontà, i cui moti o atti non sono sentimenti, come sopra abbiamo visto; ché sentimenti si denominano soltanto i moti dell’appetito sensitivo. Perciò la Giustizia non ha per oggetto i sentimenti come la Temperanza e la Fortezza, le quali risiedono invece nell’irascibile e nel concupiscibile. Secondo, partendo dalla materia. Poiché la Giustizia riguarda i doveri verso gli altri. Ora, noi non veniamo ordinati immediatamente verso gli altri dai sentimenti che sono interni. Perciò la Giustizia non ha per oggetto i sentimenti.

Cosa significa? Che nell’uomo, l’inizio della sua riforma (correzione, cura, guarigione) sta nell’osservare le sue distorsioni relazionali e nel cominciare a mutarle. In un contesto di relazioni interpersonali distorte, sarebbe impossibile avere, per esempio, una vera Temperanza nel campo di quel particolare piacere che deriva dall’Ira; o una vera Fortezza nel resistere a una prepotenza.

Le azioni esterne stanno di mezzo, in qualche modo, tra le cose esterne, che ne costituiscono la materia, e i sentimenti interiori, che ne sono i principi. Ora, capita qualche volta che ci sia mancanza da un lato, senza che vi sia dall’altro: come quando uno, p. e s., toglie la roba altrui non per il desiderio di possederla, ma per fare un danno; oppure, al contrario, quando uno desidera la roba altrui, che però non intende rubare. Perciò la guida regolata delle nostre azioni in quanto queste hanno il loro termine nelle cose esterne, appartiene al la Giustizia: ma in quanto nascono dai sentimenti appartiene alle altre virtù morali, che hanno per oggetto i sentimenti. Perciò il furto è contrastato dalla Giustizia, perché incompatibile con l’uguaglianza da rispettare nelle cose esterne: e dalla Generosità in quanto esso deriva dal desiderio smodato delle ricchezze. Siccome però le azioni esterne non ricevono la specie dai sentimenti interiori, ma piuttosto dalle cose esterne che ne sono l’oggetto, di suo le azioni esterne sono più materia di Giustizia che delle altre virtù morali.

Cosa significa? Che è utile cominciare dalla Giustizia, cioè dal necessario, anche se poi non è sufficiente fermarsi ad essa; altrimenti, escludendo l’analisi del proprio mondo interiore sentimentale la Giustizia apparirebbe come una posticcia costrizione, e sarebbe o non attuata o non mantenuta.

D’ALTRA PARTE : Non è detto che qualsiasi virtù morale riguardi i piaceri e le tristezze come propria materia: infatti la Fortezza ha per oggetto timori ed audacie. Ogni virtù morale è invece ordinata al piacere e alla tristezza come a scopi concomitanti: poiché, a detta del Filosofo, “piacere e tristezza sono il fine principale in vista del quale consideriamo ciascuna cosa buona, o cattiva”. E sotto questo aspetto essi appartengono anche alla Giustizia: poiché, a detta di Aristotele, “chi non gode delle azioni giuste non è giusto”.

Cosa significa? Che un piacere derivante da un atto giusto nelle relazioni ci avverte che questa Giustizia è nostra (nostra volontà) e non imitazione/sottomissione a norme e modelli altrui.

Oggettività

La Giustizia è quella virtù che dà a ciascuno il suo, che non esige l’altrui, e che sacrifica il proprio vantaggio per il bene comune. Materia della Giustizia, come abbiamo detto, sono le azioni esterne in quanto esse, o le cose di cui ci serviamo con esse, sono adeguate ad altri individui verso i quali siamo ordinati mediante la Giustizia. Ora, si dice proprio di ciascun individuo ciò che a lui è dovuto secondo una certa uguaglianza di rapporti. Perciò l’atto specifico della Giustizia non consiste in altro che nel rendere a ciascuno il suo.

Cosa significa? Parla dell’oggettività delle nostre vite individuali, che si capisce nel vederle tasselli di un soggetto organico interpersonale: ciascuno di noi ha una missione in quanto svolge una funzione; e svolge una funzione in quanto ha una collocazione specializzata nella comunità umana. Siamo chiamati ad uscire e a capire quale sia la nostra missione nella comunità.

Fondamentalità

Somma Teologica

[Tesi diffusa che Tommaso vuole confutare] SEMBRA che la Giustizia non sia superiore a tutte le virtù morali. Infatti: 1) La Giustizia ha il compito di rendere a ciascuno il suo. La Generosità invece ha quello di dare del proprio, il che esige maggiore virtù. Dunque la Generosità è una virtù superiore alla Giustizia. Inoltre : 2) Come Aristotele ricorda, la virtù ha per oggetto “il difficile” e “il bene”. Ma la For tezza ha di mira cose più difficili che non la Giustizia, cioè “i pericoli di morte”, secondo l’espressione aristotelica. Quindi la Fortezza è superiore alla Giustizia.

[Tesi di Tommaso D’Aquino] MA: La Giustizia è la più nobile fra tutte le virtù morali: poiché il bene comune è superiore al bene particolare di un individuo. Di qui l’affermazione di Aristotele nell’Etica, che “la Giustizia è la più eccellente delle virtù, e né la stella della sera né quel la del mattino sono così ammirabili”. Infatti le altre virtù vengono lodate solo per il bene della persona virtuosa. La Giustizia invece è lodevole anche per il fatto che la persona virtuosa è ben ordinata nei rapporti con gli altri: e quindi in qualche modo la Giustizia è un bene altrui, come nota Aristotele.

[Confutazione della Tesi iniziale] E PERCIO’ :

1) Sebbene la Generosità “giusta” dia solo del proprio, tuttavia lo fa mirando al bene della propria virtù. La Giustizia invece dà ad altri ciò che loro appartiene, mirando al bene comune. Inoltre l’atto della Generosità deve fondarsi sull’atto della Giustizia: infatti, come nota Aristotele, “non sarebbe una donazione generosa, se uno non desse del proprio”. Perciò la Generosità non potrebbe esistere senza la Giustizia, la quale stabilisce ciò che appartiene a ciascuno. Invece la Giustizia può esistere anche senza Generosità. Quindi la Giustizia di per sé è superiore alla Generosità, perché più comune e fondamento di essa: tuttavia la Generosità è superiore secundum quid, essendo come una rifinitura della Giustizia, e un complemento di essa. 2) La Fortezza ha per oggetto cose più difficili, non già più eccellenti, essendo essa utile soltanto in guerra: invece la Giustizia è utile in pace e in guerra.

Cosa significa? È un richiamo ad un’etica non sentimentalistica: altre etiche valuterebbero maggiormente Generosità e Fortezza, in quanto valorizzano soprattutto i sentimenti e le virtù che li regolano. Ci sono moltissimi casi in cui ci vuole Giustizia e non Generosità, come nel dare i voti a scuola.

Le due giustizie

Commutativa e Distributiva

La Giustizia è ordinata alle singole persone, le quali stanno alla collettività come le parti al tutto. Ora, verso le parti si possono considerare due tipi di rapporti. Il primo è quello di una parte con l’altra: e ad esso somiglia quello di una persona privata con un’altra. E codesti rapporti sono guidati dalla Giustizia commutativa, la quale abbraccia i doveri reciproci esistenti tra due persone. Il secondo tipo di rapporti considera il tutto in ordine alle parti: e a codesti rapporti somigliano quelli esistenti tra la collettività e le singole persone. E tali rapporti sono guidati dalla Giustizia distributiva, la quale ha il compito di distribuire le cose cioè quella commutativa e quella distributiva. Il Filosofo insegna, che il giusto mezzo nella Giustizia distributiva è determinato secondo “una proporzionalità geometrica”( l’equivalenza delle assegnazioni: “così…come”), e in quella commutativa secondo una proporzione “aritmetica” (l’equivalenza della restituzione: “tanto… quanto”)

Cosa significa? Che nel rapporto a due, viviamo il rapporto con l’altra persona soprattutto come Limite a Noi Esorbitante; nel rapporto a tre viviamo i rapporti come Crescita della Nostra Personalità. Nel rapporto a due siamo responsabili solo per noi stessi, mentre nel rapporto a tre siamo responsabili anche per i rapporti del secondo verso il terzo.

Vizi contrari alla giustizia distributiva

Parzialità – vizio contrario alla giustizia distributiva

La parzialità, o preferenza di persone si contrappone alla Giustizia distributiva. Infatti la perequazione della Giustizia distributiva consiste nel distribuire cose diverse a persone diverse, secondo il loro valore personale. Perciò se uno prende in considerazione le proprietà di una persona che la rendono meritevole di quanto le è dovuto, non si avrà un riguardo, o una preferenza per la persona, ma per la causa determinante. Se uno, p. es., promuovesse al dottorato una persona per la sua preparazione scientifica, si avrebbe riguardo alla giusta causa movente e non alla persona; se invece in colui al quale conferisce qualcosa uno riguardasse non il movente che rende proporzionato o dovuto codesto conferimento, ma soltanto il fatto che si tratta di quel determinato individuo, cioè di Pietro o di Martino, allora si avrebbe una preferenza di persona, perché l’attribuzione sarebbe fatta semplicemente alla persona, e non per le cause.

È ancora un messaggio anti-romantico, ma non anti-sentimentale. È vero che abbiamo le nostre simpatie, e non è ingiusto né l’averle, né il beneficiare tali persone con beni che conferiamo solo a loro e non ad altri. La cosa ingiusta, invece, è attribuire in maniera privilegiata alle persone a noi simpatiche dei beni che non sono nostri ma sono invece comuni, come nel chiaro esempio che fa Tommaso. Il panorama molto ricco di esempi illustrativi è, purtroppo, nell’Italia dei nostri giorni, dove Imparzialità e Meritocrazia quasi non esistono, e la maggior parte dei posti grandi, medi e piccoli nei vari campi della vita associata (culturale, economico, politico, amministrativo, ecclesiastico) sono dati proprio in base alla viziosa Preferenza di Persone.

Vizi contrari alla giustizia commutativa

Oltre ai vizi giudiziali come omicidio, lesioni, adulterio, furto, rapine, frode e usura, di cui Tommaso si occupa lungamente, ma che vengono qui tralasciati, ci sono anche i vizi extra-giudiziali:

Contumelia

Somma Teologica

L’insulto, o contumelia, di sua natura implica una menomazione dell’onore, se l’intenzione di chi lo esprime è quella di distruggere con le parole l’onore di una persona, allora si ha propriamente e direttamente un insulto, o una contumelia. E questo è peccato mortale non meno del furto, o della rapina: una persona infatti ama il proprio onore non meno dei suoi beni materiali. Se invece uno dice parole d’insulto, o di contumelia, senza l’intenzione di disonorare il prossimo, ma o per correggere, o per altre cose del genere, allora egli dice una contumelia non formalmente o propriamente, bensì per accidens e materialmente soltanto”.

Maldicenza

Somma Teologica

Ci sono due modi di danneggiare il prossimo con le parole. Primo, apertamente con la contumelia, di cui abbiamo già parlato; secondo, di nascosto con la maldicenza, o detrazione. Ora, per il fatto che uno parla apertamente contro una persona mostra di disprezzarla, e quindi la disonora: perciò la contumelia compromette l’onore di chi ne è l’oggetto. Chi invece parla di nasco sto contro qualcuno, mostra di temerlo non già di disprezzarlo: perciò direttamente non ne compromette l’onore, ma la fama.

La detrazione, che si compie di nascosto, non nasce dall’ira, come la contumelia, ma dall’invidia, che tenta di sminuire in qualsiasi modo la fama del prossimo; perché l’ira, a detta del Filosofo, “cerca di vendicarsi apertamente”. A detta dell’Apostolo, “è degno di morte non solo chi commette il peccato, ma anche chi approva coloro che lo commettono”. E l’approvazione può farsi in due modi.

Primo, direttamente, cioè, quando uno induce altri al peccato, o si compiace del peccato.

Secondo, indirettamente, cioè quando non reagisce, avendone la possibilità: e questo non perché piace il peccato, ma per un timore umano.

Si deve quindi concludere che se uno ascolta le detrazioni senza reagire, approva chi le fa; e quindi è partecipe del suo peccato. Se poi si lascia indurre alla maldicenza, oppure ne prova piacere per odio verso la persona che ne fa le spese, allora non pecca meno di chi s parla del prossimo: anzi di più, in certi casi. Di qui le parole di Bernardo: “Non saprei decidere facilmente, se sia più con dannabile chi fa della maldicenza o chi l’ascolta”. Se invece il peccato dispiace, ma si omette di reagire alla maldicenza per timore, o per negligenza oppure per rispetto umano, allora si pecca, però in modo assai meno grave di chi sparla, e per lo più si fa un peccato veniale. Ma in certi casi tale omissione può anche essere peccato mortale; o perché uno ha per ufficio il dovere di correggere i maldicenti; o per i disordini che ne derivano; o per la radice che la produce, poiché in certi casi il rispetto umano è peccato mortale, come sopra abbiamo notato.

Mormorazione

Somma Teologica

La mormorazione e la maldicenza coincidono nella materia, e anche nella forma, ossia nel modo di parlare: poiché l’una e l’altra consistono nel dir male del prossimo a sua insaputa. Esse però differiscono nel fine. Poiché il maldicente mira a denigrare la fama del prossimo: e quindi insiste specialmente nel presentare quei difetti che possono infamare una persona, o almeno diminuirne la fama. Invece il mormoratore mira a distruggere l’amicizia, perciò il mormoratore insiste nel presentare quei difetti, che possono eccitare contro una persona l’animo di chi ascolta. Ora, tanto più grave è un peccato contro il prossimo, quanto più grave è il danno arrecato: e il danno è tanto più grave quanto il bene compromesso è superiore. Ora, tra i beni esterni il più importante è l’amicizia: poiché, come dice il Filosofo, “nessuno può vivere senza amici”. Perciò la mormorazione è un peccato più grave della maldicenza, e persino della contumelia: poiché, a detta del Filosofo, “l’amico vale più dell’onore, e più vale essere amati che onorati”.

Derisione

Somma Teologica

La derisione si fa per gioco: tanto è vero che si denomina anche scherzo. Ora, nessuno dei peccati precedenti si fa per gioco, ma sul serio. Come con l’insulto si mira a menomare il prestigio di una persona, con la maldicenza si vuol colpirne la fama e con la mormorazione si attenta al bene dell’amicizia; così con la derisione si mira a suscitare la vergogna di chi viene deriso. E poiché tale scopo è distinto dagli altri, il peccato di derisione è distinto dai peccati precedenti. La Derisione è più grave dell’insulto aperto: poiché chi insulta mostra di prendere sul serio le altrui miserie, mentre chi deride le prende in scherzo. E sotto quest’aspetto la derisione è peccato mortale: e tanto più grave, quanto maggiore è il rispetto dovuto alla persona derisa. Perciò è peccato gravissimo deridere Dio. Al secondo posto troviamo la derisione dei genitori. Segue la derisione grave dei giusti: poiché “premio della virtù è l’onore”.

Maledizione

Somma Teologica

La maledizione consiste nell’augurare del male a qualcuno . Ora, volere il male altrui per se stesso è incompatibile con la carità, con la quale amiamo il prossimo volendo il suo bene. Perciò la maledizione è peccato, e tanto più grave, quanto più siamo tenuti ad amare e a rispettare la persona che malediciamo. È però peccato meno grave dei precedenti, infatti, come abbiamo spiegato nella Prima Parte, il male è di due specie, cioè di colpa o di pena. Ora, il male colpa, come si disse, è quello peggiore. E quindi addossare al prossimo codesto male è peggio che addossargli il male pena: purché venga espresso nello stesso modo. Ebbene, è proprio dell’insolente, del mormoratore, del maldicente e anche del derisore addossare al prossimo il male colpa: invece è proprio di chi maledice, addossargli il male pena, non già il male colpa.

Cosa significano queste cose? Che non sono solo le finanziarie o i Marchionne o gli evasori della Cayman a infrangere la Giustizia – anche loro, certamente! – ma anche noi nella vita quotidiana in cui l’invidia è pervasiva, la maldicenza è ubiquitaria, la misantropia e diffusa, l’ingratitudine è onnipresente, il disprezzo sempre risorgente.

Le parti integranti della Giustizia e le loro negazioni

Fa’ il Bene e allontana il Male

Somma Teologica

La Giustizia , in quanto è una virtù specificamente distinta, ha per oggetto il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta al prossimo. E in tal senso essa ha il compito:

1) di fare il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta al prossimo, e

2) di allontanare il male contrario, cioè il male nocivo al prossimo.

E queste due son parti quasi integranti della Giustizia: poi ché entrambe si richiedono per un perfetto atto di Giustizia. Infatti quest’ultima ha il compito di stabilire l’uguaglianza nei nostri rapporti con gli altri, come sopra abbiamo visto. Ora, spetta a una medesima virtù costituire una cosa, e conservare ciò che viene così costituito. Ebbene, uno costituisce l’uguaglianza della Giustizia facendo il bene, cioè dando agli altri quello che loro spetta, e ne conserva l’uguaglianza già costituita evitando il male, cioè non infliggendo nessun danno al prossimo.

Le altre virtù morali hanno per oggetto i sentimenti, nei quali fare il bene consiste nel raggiungere il giusto mezzo, allontanandosi dai due eccessi, come da due mali: e quindi nelle altre virtù fare il bene ed evitare il male sono la stessa cosa. Invece la Giustizia ha di mira operazioni e cose esterne, e in questo campo una cosa è attuare il giusto mezzo, e un’altra il non comprometterlo. L’allontanamento dal male, in quanto costituisce parte integrante della Giustizia, non implica una pura negazione, e cioè non fare il male: questo infatti non merita la lode e il premio, ma evita soltanto la pena. Esso invece implica un moto della volontà di ripulsa contro il male, come indica il nome stesso di allontanamento. E questo è meritorio: specialmente quando uno viene pressato a fare il male, e resiste.

Cosa significa? Che vi sono due peccati e non uno solo, contrari alla Giustizia: contro il «Fa’ il Bene!» l’Omissione, contro il «Non fare il Male!» la Trasgressione.

Omissione

Come il peccato di trasgressione è in contrasto con i precetti negativi, che mirano ad evitare il male, così il peccato di omissione è in contrasto con i precetti affermativi, che mirano al compimento del bene. L’omissione implica il tralasciamento non di un bene qualsiasi, ma di un bene dovuto. Ora, il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta propriamente appartiene alla Giustizia, se il dovere è visto in rapporto al prossimo. Perciò come è una speciale virtù la Giustizia, secondo le spiegazioni date sopra, così è un peccato speciale l’omissione, distinto dagli altri peccati che si contrappongono alle altre virtù. E come fare il bene, cui si oppone l’omissione, è una parte speciale della Giustizia distinta dall’evitare il male, cui si oppone la trasgressione, così anche l’omissione si distingue dalla trasgressione.

Cosa significa? Si apre un campo vastissimo della vita, il più difficile nei rapporti con le altre persone: vari condizionamenti di educazione esterni ci permettono con più facilità di non compiere attivamente ingiustizie, arrecando danni agli altri; mentre sia nell’educazione, sia nelle ideologie sia nelle istituzioni sociali latita l’aiuto a farci capire come sia essenziale fare il bene. A scuola si tende a dare il 10 in condotta a chi si limita a non trasgredire, ignorando il problema del fare il bene dello studente verso compagni e insegnanti. In generale, si tende a non denunciare omertosamente chi commette ingiustizie, a cercare di restarne fuori.

Trasgressione

Il termine trasgressione è passato in campo morale dai moti corporali. Ora, si dice che uno trasgredisce nel muoversi fisicamente, per il fatto che passa oltre (trans graditur) il termine prestabilito. Ora, in campo morale all’uomo il termine da non oltrepassare viene prestabilito dai precetti negativi. Ecco perché la trasgressione si ha propriamente quando uno agisce contro un precetto negativo : è proprio infatti della trasgressione mirare al disprezzo della legge. E, poiché è più facile astenersi dal fare il male che compiere il bene, pecca dunque più gravemente chi non si astiene dal fare il male, cioè dal trasgredire, che colui il quale non compi e il bene, vale a dire l’omette. Si ha, p. es., un peccato di omissione, se uno non usa verso i genitori la debita gratitudine; mentre si ha peccato di trasgressione, se infligge loro un insulto o un’ingiuria qualsiasi.

Siccome evitare la Trasgressione è più facile e invece commetterla è più difficile e dunque più grave dell’Omissione, dovrebbe essere più rara; eppure pensando all’Italia odierna, è molto diffusa: evasione fiscale di massa, prepotenza stradale di massa, prepotenza verso i dipendenti di massa, clientelismo e raccomandazioni di massa, maldicenza/maledizione (verso politici, comunisti, Europa, magistratura, welfare state, extracomunitari) di massa…

Le nove virtù annesse alla Giustizia

Cicerone ne enumera sei, e cioè: la Religiosità, la Pietas, la Gratitudine, la Correzione, la Riverenza, la Sincerità. Macrobio aggiunge la Affabilità. Il peripatetico Andronico aggiunge la Generosità. Aristotele aggiunge l’Equità.

Citando volutamente solo autori pagani, Tommaso ha voluto mostrare che queste virtù hanno carattere universale e non specificamente cristiano.

Religiosità

Somma Teologica

Sia che Religiosità derivi dalla frequente considerazione (re-legere), oppure da una rinnovata elezione (re-eligere), o da un rinnovato legame(re-ligare), questa virtù propriamente dice ordine a Dio. Egli infatti è colui al quale principalmente dobbiamo legarci come a un principio indefettibile; e verso cui dobbiamo dirigere di continuo la no stra elezione, come ad Ultimo Fine. Siccome alla Religiosità spetta rendere l’onore dovuto a qualcuno, e precisamente a Dio, è chiaro che la Religiosità è una virtù annessa alla Giustizia. Il bene cui è ordinata la Religiosità è quello di rendere a Dio l’onore a lui dovuto. Ma l’onore si deve a una persona a motivo della sua eccellenza. Ebbene, a Dio compete un’eccellenza del tutto singolare: poiché trascende tutti gli esseri all’infinito, sotto ogni riguardo. Perciò a lui si deve un onore speciale. Del resto anche nei rapporti umani vediamo che sono dovuti onori diversi secondo le diverse eccellenze delle persone: altro è l’onore per il padre, altro quello per il re, e così via. Dunque è evidente che la Religiosità è una virtù specificamente distinta. La Religiosità non è una virtù né teologale, né intellettuale, ma morale, essendo una parte della Giustizia. E in essa il giusto mezzo non viene stabilito tra opposti sentimenti, ma per una certa uguaglianza tra operazioni indirizzate a Dio.

Cosa significa? Che dobbiamo lasciare o meglio dedicare un giusto (dovuto) posto a Dio, che non è né il Vecchione Svolazzante per le Galassie, né il Dio Biblico che nella Storia si incarna in Gesù di Nazaret. Non è cioè né una nostra fantasia infantile antropomorfica, né una particolare tradizione storica cui siamo consapevolmente legati attraverso la fede interpersonale. È invece il Dio della Ragione Naturale, infatti nelle parole di Tommaso è l’Ultimo Fine; quello che anche Aristotele, Cicerone, o anche Voltaire, potevano concepire nella loro filosofia.

Cosa significa quindi dedicare un giusto posto all’Ultimo Fine? Tommaso ne parla chiaramente in termini cristiani e medioevali, ma nel mondo di oggi possiamo pensare all’umiltà, la gratitudine e il debito, non tanto verso persone umane (come succede invece nelle prossime virtù annesse alla Giustizia), bensì verso… il Senso della nostra vita, il Mistero della realtà, la Causa del Tutto, il Destino del Tutto. L’atto principale della Religiosità è la preghiera, così descritta:

Non presentiamo delle preghiere a Dio per svelare a lui le nostre necessità e i nostri desideri, ma per chiarire bene a noi stessi che in codesti casi bisogna ricorrere all’aiuto di Dio.

Il vizio per eccesso opposto alla Religiosità è nella Superficialità Acida della Superstizione (idolatria, divinazione, vana scienza).

Il vizio per difetto opposto alla Religiosità è nel Disprezzo Superbo della Irreligiosità (metter Dio alla prova, spergiuro, sacrilegio, simonia).

Pietas

Cicerone ha scritto: “La Pietas è l’esatto compimento dei nostri doveri verso i parenti e i benefattori della patria”. Dio è al primo posto, perché infinitamente grande, e causa prima per noi dell’essere e dell’agire. Al secondo posto come principi dell’essere e dell’agire vengono i genitori e la patria, dai quali e nella quale ai genitori e alla patria, dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati. Perciò dopo che a Dio, l’uomo è debitore ai genitori e alla patria.

È la triade Dio, Patria e Famiglia tanto odiata dai sessantottini. Evitando la cieca sottomissione, e traducendo Dio come sopra con la virtù della Religiosità, possiamo cercare di valutare quanto anche di buono ci è stato dato da questo Paese e dalla nostra famiglia, e il nostro debito verso di essi; senza nulla togliere alla giustissima critica degli abusi e delle ingiustizie perpetrate da e a nome di questa triade.

Rispetto

Cicerone insegna, che “l’osservanza è la virtù mediante la quale si presta rispetto e onore alle persone che ci sono superiori in autorità”. Poiché il padre è principio, o causa, della generazione, dell’educazione, della formazione intellettuale, e di quanto appartiene al perfetto sviluppo della vita umana; ma la persona costituita in autorità è quasi principio del nostro vivere per certe determinate cose: così il capo dello stato è principio negli affari civili; il capo dell’esercito nelle cose di guerra, l’insegnante in quelle di scuola, e così via. Ecco perché tutte queste persone vengono denominate padri, data la somiglianza dei compiti.

Cosa significa? Che i genitori che viziano, cioè seducono, i propri figli tendono da una parte a distruggere la Pietas verso sé stessi, dall’altra il Rispetto verso le autorità della vita associata extra-familiare. L’atto proprio del Rispetto è l’Obbedienza – che per Tommaso è una Virtù, al contrario del sessantottino Don Milani, ma non è la più grande delle virtù:

L’obbedienza non va osservata per timore servile, ma per un trasporto di amore; non per timore del castigo, ma per amore della Giustizia. Perciò l’amore è una virtù superiore all’obbedienza.

Mentre il vizio contrario è la Disobbedienza:

Essa è incompatibile con l’amore del prossimo: poiché con essa uno nega al prossimo, che è il suo superiore, l’obbedienza giustamente dovuta. La vanagloria mira a mostrare una qualche superiorità; e poiché il non sottostare all’altrui comando sembra contribuire a codesta superiorità, la disobbedienza nasce appunto dalla vanagloria.

Gratitudine

Essa riguarda i benefattori dai quali abbiamo ricevuto dei benefici particolari, e privati, per cui siamo loro particolarmente obbligati, e ci spinge a ringraziarli. Come il beneficio consiste più nell’affetto che nel fatto medesimo, così anche il compenso è specialmente nell’affetto. Di qui le parole di Seneca: “Chi riceve un beneficio con animo grato, ne ha già pagato il primo compenso. E questa gratitudine manifestiamola con l’effusione degli affetti: non soltanto dinanzi all’interessato, ma dovunque”.

Molto diffuso, come atteggiamento opposto alla Gratitudine, c’è quello della laus temporis acti (una volta si stava meglio, la società sta andando in rovina, ogni novità è male, in politica non c’è nulla di buono, si vive malissimo ecc.). Ciò di cui godiamo oggi – leggi liberali, istruzione, welfare, alimentazione, medicina, trasporti, comunicazioni – sono cose di cui esser grati quanto più spesso è possibile verso la schiera degli innumerevoli benefattori che hanno lavorato e lottato per fare esistere queste cose. La cupa e rabbiosa e costante mancanza di gratitudine è più diffusa, anche per l’ideologia sessantottina del vogliamo tutto e lo vogliamo subito: oggi per l’italiano medio chi è grato per la pace e il benessere fa la parte dello stupido e del debole.

Il vizio opposto alla Gratitudine è l’Ingratitudine, che:

Ha diversi gradi di gravità secondo l’ordine degli elementi richiesti dalla Gratitudine. Il primo di essi è che il beneficato riconosca il beneficio ricevuto; il secondo è il ringraziare a parole; il terzo è il ricompensare a tempo opportuno secondo le proprie capacità. Ora, siccome l’elemento che è ultimo in ordine di generazione di una cosa è il primo nella sua decomposizione, il primo grado – e meno grave – dell’ingratitudine si ha nel non ricompensare il beneficio ricevuto; il secondo nel dissimularlo, non mostrando di averlo ricevuto; il terzo, che è quello più grave, nel non riconoscerlo, o per dimenticanza, o per altri motivi.

Ecco perché è così grave a livello ideologico la laus temporis acti e a livello psicologico quella che Freud chiamava malinconia.

Correzione

Somma Teologica

La Correzione viene compiuta mediante un castigo inflitto al colpevole. Perciò nella Correzione si deve considerare quale sia l’intenzione di chi la compie. Se infatti codesta intenzione mira principalmente al male del colpevole, per trovarvi la propria soddisfazione, la Correzione è assolutamente illecita: poiché rallegrarsi del male altrui è proprio dell’odio, il quale è incompatibile con la carità, che deve estendersi a tutti. E uno non è scusato per il fatto che desidera del male a una persona, colpevole di averne procurato ingiustamente a lui: come non si è autorizzati a odiare chi ci odia. Infatti uno non può peccare contro altre persone, perché queste hanno peccato contro di lui. Questo significa farsi vincere dal male, mentre l’Apostolo ammonisce: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male”. Se invece l’intenzione di chi aspira alla Correzione tende principalmente a un bene che esige la punizione dei colpevoli, p. es., alla loro emenda, o almeno alla repressione del male per la pubblica quiete, oppure tende alla tutela dell’ordine oggettivo della Giustizia, allora la Correzione può esser lecita, purché siano rispettate le altre debite circostanze.

Essa è una virtù specificamente distinta dalle altre perchè la Fortezza predispone alla Correzione togliendo gli ostacoli, ossia la paura del pericolo da affrontare. – Lo Zelo invece, in quanto sta a indicare un amore fervente, implica la prima radice della Correzione, poiché uno vendica le ingiurie fatte all’ordine oggettivo della Verità e della Giustizia e al prossimo, perché la vastità del suo amore gliele fa considerare come se fossero fatte a sé.

Alla Correzione si contrappongono due vizi. Il primo è per eccesso: cioè il peccato di crudeltà o di durezza, che nel punire passa la misura. Il secondo è per difetto, ed è proprio di chi nel punire è troppo blando. Di qui l’ammonimento dei Proverbi: “Chi risparmia la verga, odia il proprio figlio”.

Cosa significa? In Italia quando si infliggono delle pene (carcere contro gli extracomunitari, diffamazione contro giudici coraggiosi ecc.) lo si fa non per Correzione, ma per Prepotenza verso chi si ritiene ostacolo per propri scopi illeciti e abbastanza debole o impedito da non essere pericoloso. Il Sessantottismo chiamava e chiama la giusta Correzione Fascismo o Autoritarismo, mentre il Berlusconismo lo chiama Giustizialismo. L’omissione e anzi la diffamazione ideologica della Correzione a tutti i livelli della comunicazione umana (dalla famiglia, al bar, ai giornali e la tv, al parlamento) è un male gravissimo dell’Italia di oggi e da una quarantina d’anni, che permette il proliferare di cancri sociali di vario tipo, con le loro prevedibili metastasi – dalla mafia alla corruzione alla concussione al clientelismo al corportativismo egoista all’abuso del debole ecc. Qui il Garantismo sessantottino si è perfettamente saldato in continuità con il Garantismo berlusconiano.

Sincerità

Somma Teologica

Chi dice il vero proferisce dei segni conformi alla realtà: cioè parole, gesti, oppure qualsiasi altra manifestazione esterna. Ma di codeste cose esterne si occupano solo le virtù morali, che hanno il compito di regolare l’uso delle membra esterne, il quale dipende dalla volontà. Perciò la veracità, o Sincerità non è una virtù intellettuale, bensì morale. Dichiarare le cose proprie in quanto ciò costituisce una manifestazione della verità è specificamente un bene. Ma non basta a farne un atto di virtù: poiché per questo si richiede che l’atto sia vestito delle debite circostanze, privo delle quali è vizioso. Per questo è riprovevole lodare se stessi, senza i debiti motivi. Così pure è riprovevole che uno parli apertamente dei propri peccati, come per vantarsene, oppure che ne parli senza nessuna utilità Ecco dunque che la virtù della Sincerità consiste nel giusto mezzo tra l’eccesso e il difetto in due maniere: 1) in rapporto all’oggetto, e 2) in rapporto all’atto.

1) In rapporto all’oggetto, poiché il vero implica nella sua nozione una certa adeguazione, o uguaglianza. E ciò che è uguale sta in mezzo tra il più e il meno. Perciò per il fatto che uno dice il vero di se stesso, sta nel giusto mezzo tra chi esagera e chi dice di meno.

2) La Sincerità inoltre sta nel giusto mezzo in rapporto all’atto, poiché dice il vero quando e come è opportuno. Invece si ha l’eccesso in chi dice le sue cose quando non occorre; e si ha il difetto in chi le nasconde quando bisognerebbe manifestarle.

Il suo giusto mezzo però più vicino all’Attenuare che all’Esagerare. L’Attenuare si ha quando uno, p. es., nel suo dire non manifesta tutto il bene che è in lui, cioè il sapere, la virtù, abilità, successi ecc. L’Attenuare infatti, come dice il Filosofo, “sembra più saggio, perché le esagerazioni sono insopportabili”. Sicché coloro che esagerano i propri meriti sono insopportabili agli altri, sui quali sembrano voler sovrastare: invece quelli che dicono meno di quel che valgono sono graditi, per la loro condiscendenza e modestia nei riguardi del prossimo

Interessante il punto 2, riguardo le distorsioni del parlare di sé in circostanze in cui non si deve: sottomissione a Superio interni e sociali. Per esempio, quando racconti le esperienze positive di un viaggio che hai fatto a qualcuno che non è interessato, o le tue convinzioni politiche a uno che non è in grado di ascoltare e capire. E, soprattutto, le distorsioni del non comunicare sé stessi quando invece si deve; come quando non si raccontano i propri dolori o insuccessi per paura che l’altro ci disprezzi, o i propri conflitti per paura che l’altro ci giudichi polemici e disadattati. O, ancora, quando non si dicono i propri giudizi morali critici verso l’altro – che, poniamo, ci sta raccontando delle azioni che lui ha fatto – per paura di entrare in contrasto con lui.

I Vizi contrari alla Sincerità sono: Menzogna, Ipocrisia, Millanteria, Falsa Modestia.

Menzogna

Somma Teologica

La menzogna è una dichiarazione falsa fatta con l’intenzione d’ingannare. L’intenzione di una volontà disordinata può mirare a due cose distinte: la prima è l’enunciazione del falso; la seconda è l’effetto proprio di tale enunciazione, cioè l’inganno di qualcuno. Perciò se nell’atto concorrono queste tre cose: 1) la falsità di quanto vien detto, 2) la volontà di dire il falso, e finalmente 3) l’intenzione d’ingannare, allora si ha: falsità materiale, perché vien detto il falso; falsità formale, per la volontà di dirlo; e falsità effettiva per la volontà d’ingannare. Tuttavia la ragione formale della menzogna si desume dalla falsità formale, cioè dall’intenzione di dichiarare il falso, e non invece A. dalla falsità in sé stessa né B. dall’inganno.

A. Infatti il termine menzogna deriva dal fatto che è una cosa “contro la mente”. Se uno, quindi, dichiara il falso credendo che sia vero, si ha una bugia materiale, ma non formale, essendo essa estranea all’intenzione di chi la dice. Perciò tale affermazione non ha vera e perfetta natura di menzogna: poiché le cose preterintenzionali sono per accidens e quindi non possono essere differenze specifiche.

B. Se invece uno dice il falso formalmente, cioè con l’intenzione di dire il falso, anche se quel che dice fosse vero, codesto suo atto, in quanto volontario e morale, di per sé contiene la falsità, e solo per accidens la verità, e dunque non si produce l’inganno.

Cosa significa? Che la Sincerità è una virtù morale e non intellettuale, gli errori nelle scienze non la contrastano: la contrasta invece anche la verità delle affermazioni, se essa è contro la Giustizia. Per esempio, se si calunniasse una persona X presso una persona Y e, per caso e contro ciò che pensavo, la persona X avesse realmente commesso quelle azioni. Quindi la Sincerità non riguarda quella cosa buona che è la conquista e il possesso della verità, ma quell’altra cosa buona che è il nostro reciproco e solidale aiutarci nella ricerca della verità.

Ipocrisia

Somma Teologica

Agostino afferma, che “come gli ipocriti, i simulatori fanno la parte di persone diverse da loro (infatti chi fa la parte di Agamennone non è costui, ma finge di esserlo); così chiunque vuol mostrarsi, in chiesa o nella vita quotidiana, diverso da quello che è, è un’ipocrita: poiché finge d’esser un giusto, senza esserlo”. Perciò si deve concludere che l’ipocrisia è una simulazione: però non una simulazione qualsiasi, ma la simulazione con la quale uno assume le vesti di un’altra persona, cioè quando un peccatore fa la parte del giusto.

L’Ipocrisia è molto più diffusa della Menzogna: la tendenza a mostrarsi agli altri solamente negli aspetti positivi che si hanno realmente, ma che, stralciati costantemente da quelli negativi – mai comunicati – danno agli altri la falsa impressione della nostra bontà e valore.

 Millanteria

La Iattanza, o Millanteria consiste propriamente nell’innalzare se stessi con le parole: infatti le cose che un uomo vuol gettare lontano (iactare), le scaglia in alto. Ora, uno innalza propriamente se stesso quando dice di sé cose a lui superiori.

Questo vizio è diffuso nei rapporti amicali, professionali, nella politica; ci si gonfia attraverso la comunicazione interpersonale, gonfiamento che nasce dalla Vanagloria; e produce come effetto nella società o euforia drogata o pessimistica diffidenza.

Falsa Modestia

Somma Teologica

C’è Falsa Modestia quando uno finge di sottovalutare sé stesso. Uno può a parole sottovalutare se stesso in due maniere.

Primo, salvando la verità: cioè tacendo le qualità superiori di cui è dotato, e scoprendo solo certi difetti, che però riconosce di avere. Sottovalutare così se stessi non rientra nella Falsa Modestia: e nel suo genere non è peccato, se non intervengono altre circostanze.

Secondo, uno può sottovalutare se stesso a parole a scapito della verità: p. es., asserendo di se stesso delle cose ignominiose, di cui non è persuaso; oppure negando dei meriti che invece riconosce in se stesso. Ebbene, questo rientra nella Falsa Modestia , ed è sempre peccato. La Falsa Modestia e la Millanteria dicono bugie, a parole o a fatti, sulla stessa materia, e cioè sulla condizione della persona che parla.

Perciò da questo lato esse sono alla pari. Ma ordinariamente la Millanteria deriva da un motivo più riprovevole, cioè dalla brama del lucro o degli onori: invece la Falsa Modestia deriva dal fuggire, sia pure in modo peccaminoso, di esser di peso agli altri. Ecco perché il Filosofo ritiene che la Millanteria sia un peccato più grave della Falsa Modestia. Tuttavia può capitare che uno finga di sottovalutare se stesso per altri motivi, mettiamo per tendere insidie con l’inganno. E allora è più grave peccato la Falsa Modestia.

Questo vizio riguarda la scostanza e la freddezza, il fastidio che abbiamo per gli altri e la tiepidezza nell’amore: non mostriamo le capacità buone che abbiamo allo scopo di non essere disturbati, così che gli altri non ci chiedano aiuto in questo o in quello.

Affabilità

Somma Teologica

Il Filosofo di questa virtù dice che “di suo desidera di far piacere agli e rifugge dal rattristarli”. e l’uomo, essendo un animale socievole, è moralmente tenuto a manifestare la verità agli altri, senza di che la società umana non potrebbe sussistere. Ora, come l’uomo non può vivere in società senza veracità, così non può vivere senza soddisfazioni: poiché, come dice il Filosofo, “nessuno può durare a lungo nella tristezza, e senza soddisfazioni”. Perciò per un debito naturale di Giustizia l’uomo è tenuto a convivere in modo piacevole con gli altri: a meno che in certi casi per un motivo di vera utilità non sia necessario contristarli.

I suoi vizi opposti sono:

La Adulazione: Come abbiamo detto nella questione precedente, l’Affabilità, sebbene miri soprattutto a compiacere coloro con i quali si convive, tuttavia quando il conseguimento di un bene o la prevenzione di un male lo richiede, non esita a contristarli. Perciò se uno vuol trattare gli altri compiacendoli in tutto nelle sue parole, esagera nella compiacenza: e quindi, pecca per eccesso. E se uno lo fa solo con l’intenzione di compiacere, merita l’appellativo di piaggiatore, a detta del Filosofo; se invece lo fa con l’ intenzione di un guadagno, allora è un lusingatore, o un adulatore.

La Litigiosità: il litigio consiste propriamente nel contraddire a parole le affermazioni di un altro, e la contraddizione nasce per il fatto che uno non si preoccupa di rattristare il prossimo. Ciò si contrappone alla virtù dell’Affabilità, che ha il compito di far ci convivere piacevolmente con gli altri. Scrive infatti il Filosofo, che “coloro i quali contraddicono in tutto e non si preoccupano di essere molesti, son detti intrattabili e litigiosi”. Questi due peccati li possiamo considerare sotto due aspetti. Primo, facendo attenzione alla specie dell’uno e dell’altro. E sotto quest’aspetto un vizio tanto è più grave quanto più è incompatibile con la virtù opposta. Ora, la virtù dell’Affabilità tende più a compiacere che a rattristare. Perciò il litigioso, che eccede nel rattristare, pecca più gravemente dell’adulatore che esagera nel compiacere. Secondo, li possiamo considerare in base ai motivi esterni. E da questo lato talora è peccato più grave l’adulazione: p. es., quando uno con l’inganno cerca di acquistare onore o denaro.

Diffusi sono i vizi contro questa virtù, per difetto ad esempio nel non saluto salendo in autobus o le scale del condominio, nella tensione nervosa e villania nei luoghi affollati e in coda ecc; per eccesso sembrando sempre amiconi ed evitando di parlare di cose sgradevoli e problematiche, anche se si dovrebbe (distruggendo così la serietà), o verso i potenti essendo compiacenti, sia perché li si idealizza, sia per ottenere da loro ingiusti privilegi a danno di altri.

Generosità

Somma Teologica

“La Giustizia”, dice Ambrogio, “è intimamente connessa con la società umana. Infatti la natura di codesta società implica due parti, o elementi, cioè la Giustizia e la Beneficenza, che viene anche chiamata Liberalità, o Generosità”. Dunque la Generosità è una virtù annessa alla Giustizia. La Generosità però non è una specie della Giustizia: perché mentre la Giustizia ha il compito di rendere agli altri quanto loro appartiene, la Generosità ha quello di farci offrire del nostro.

Il dono del misericordioso deriva dai legami d’affetto che nutre verso la persona beneficata. E quindi la sua donazione rientra nella Amicizia. Invece il dare della Generosità deriva dai sentimenti che il donatore ha nei riguardi del denaro, cioè dal fatto che non l’agogna e non l’ama. Infatti l’uomo generoso all’occorrenza non dà soltanto a coloro che ama, ma anche a chi non conosce.

Gli uomini generosi, sono amati più degli altri, non di un’amicizia fondata sulla virtù, cioè perché sono migliori, ma di un’amicizia fondata sull’utilità, e cioè perché sono più utili rispetto ai beni materiali, che d’ordinario gli uomini bramano sopra ogni altro bene. E questo spiega anche la loro rinomanza. Ma “La Giustizia”, dice Ambrogio, “risulta più sublime della Generosità, nonostante la Generosità sia più gradita”. E anche il Filosofo dichiara, che “l’onore più grande si concede ai forti e ai giusti, e dopo di essi ai generosi”. E questo perché l’atto della Generosità deve fondarsi sull’atto della Giustizia: infatti, come nota Aristotele, “non sarebbe una donazione generosa, se uno non desse del proprio”. Perciò la vera Generosità cioè virtuosa non potrebbe esistere senza la Giustizia, la quale stabilisce ciò che appartiene a ciascuno. Invece la Giustizia può esistere anche senza Generosità. Quindi la Giustizia di per sé è superiore alla Generosità, perché più comune e fondamento di essa.

Vediamo spesso atti di “generosità” non virtuosa in cui chi regala, regala non del proprio ma dell’altrui, come del patrimonio del bene comune: amministratori disonesti, insegnanti lassisti che regalano voti ingiustamente alti depauperando quei beni che sono l’idea di Giustizia presente nella classe degli alunni e la stima nella Qualità della scuola. I vizi opposti sono per difetto l’Avidità e per eccesso la Prodigalità.

Avidità

Somma Teologica

La bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura: e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto sono necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi nell’eccedere codesta misura si ha un peccato: e cioè nel volerne acquistare, o ritenere più del dovuto. E questo costituisce l’Avidità, la quale viene definita “un amore immoderato di possedere”.

L’Avidità nell’oggetto materiale o corporeo non cerca il piacere del corpo, ma quello dell’anima: cioè il piacere di possedere la ricchezza. Perciò essa non è un peccato carnale. Tuttavia a motivo del suo oggetto, l’Avidità sta di mezzo tra i peccati del tutto spirituali, che cercano un piacere spirituale in oggetti spirituali, come fa, p. es., la piacere carnale in oggetti materiali.

Prodigalità

Somma Teologica

In morale l’opposizione dei vizi tra loro e con le virtù correlative è impostata sull’eccesso e il difetto. Ora, Avidità e Prodigalità si contrappongono come eccesso e difetto, ma in vari modi. L’avaro infatti eccede nell’attaccamento alle ricchezze, amandole più del dovuto; il prodigo invece manca, perché ne è meno sollecito di quanto si deve. Al contrario rispetto agli atti esterni il prodigo eccede nel dare, e difetta nel ritenere e nell’acquistare; l’avaro invece difetta nel dare, ed eccede nell’acquistare e nel ritenere.

Il prodigo esagera nel dare, non sempre però per i piaceri, che sono oggetto dell’Intemperanza: ma talora perché è del tutto trascurato verso le ricchezze, oppure per altri motivi. Ordinariamente però i prodighi si orientano verso l’Intemperanza: sia perché spendendo a profusione per altre cose, non hanno ritegno a spendere per i piaceri, ai quali sono portati dalla concupiscenza della carne; sia perché essi, non gustando il bene della virtù, cercano un compenso nei piaceri corporali. Ecco perché il Filosofo afferma, che “molti prodighi diventano intemperanti”.

In se stessa considerata, la Prodigalità è un peccato meno grave dell’Avidità. E questo per tre motivi. Primo, perché l’Avidità si allontana maggiormente dalle virtù contrarie. Infatti alla Generosità è più consono il dare, in cui esagera il prodigo, che il prendere e il ritenere, in cui esagera l’avaro. Secondo, perché, come dice Aristotele, “il prodigo è utile a molti”, cioè alle persone cui dà: “l’avaro invece non è utile a nessuno, e neppure a se stesso”. Terzo, la Prodigalità è più curabile. Sia perché si va verso la vecchiaia, che è contraria alla Prodigalità. Sia perché presto si giunge all’indigenza, sperperando inutilmente grandi somme: e allora il prodigo caduto nella miseria non può continuare a scialacquare.

Equità

Somma Teologica

Come dice il Filosofo, l’epicheia [Equità] è “superiore a un certo tipo di giustizia”, cioè alla giustizia legale, che si limita a osservare letteralmente la legge. Come abbiamo detto sopra nel trattato sulla legge, non è possibile fissare una norma che in qualche caso non sia inadeguata; perché gli atti umani, che sono oggetto della legge, consistono in fatti contingenti e singolari, che possono variare in infiniti modi: perciò il legislatore nel fare la legge considera quello che capita nella maggior parte dei casi. Ma osservare codeste leggi in certi casi sarebbe contro la Giustizia e contro il bene comune, che è lo scopo della legge.

La legge, p. es., stabilisce che la roba lasciata in deposito venga restituita, perché questo nella maggior parte dei casi è giusto; ma capita il caso in cui sarebbe nocivo: p. es., restituire la spada a un pazzo furioso mentre è fuori di sé, oppure nel caso in cui uno la richieda per combattere contro la patria. Perciò in simili casi sarebbe peccato seguire materialmente la legge; è bene invece seguire quello che esige il senso della Giustizia e il bene comune, trascurando la lettera della legge. E tale è il compito dell’epicheia, che noi latini chiamiamo Equità. Dunque l’Equità è una virtù , come dice il Filosofo.

Qui si vede il rapporto tra Saggezza e virtù morali: in questo caso la virtù morale della Giustizia scava in noi il solco, anzi è il solco (abito) lungo le esperienze della nostra vita, ad esempio che riguardano i nostri rapporti interpersonali buoni; però, questo solco o disposizione non ha una soluzione prevista e standard per il rapporto interpersonale che ci si presenta qui e ora. Sarà la Saggezza (un altro solco o abito, che però è quello del pensare pratico) ad agire nel cercare i mezzi qui e ora disponibili, giudicarli e comandarli a noi stessi.

Anche nel linguaggio comune Equità significa una nostra Libertà, Originalità, Anticonformismo, rispetto alla lettera della legge, rispetto cioè alle catalogazioni nostre e altrui di cosa siano, rimanendo nell’esempio, i rapporti interpersonali buoni. È fondamentalmente quell’agire al di fuori di regole generali, che vorrebbero essere Giuste ma che non lo sarebbero se applicate allo specifico caso in questione.

La prossima Virtù Cardinale che sarà trattata sarà la Forza.


Virtù Cardinali e Vizi Capitali

 

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