Virtù e Vizi – Introduzione a Tommaso D’Aquino

Apr 13, 2013 by

Virtù e Vizi – Introduzione a Tommaso D’Aquino

Questa è la prosecuzione all’articolo introduttivo alle Virtù e i Vizi, e consiste in una introduzione a Tommaso D’Aquino, autore della Somma Teologica che verrà approfondita nei quattro articoli successivi sulle singole Virtù Cardinali.

Tommaso nasce nel 1225 e muore nel 1274 d.C. La sua vita è caratterizzata da:

  • Tre grandi opposizioni: quella dei suoi fratelli quando era adolescente, quella dei maestri secolari a Parigi appena cominciato ad insegnare e, sempre a Parigi, quella del vescovo e di alcuni francescani sul problema dell’averroismo latino quando era un affermato dottore.

  • Una grande consapevolezza della sua missione pedagogica verso i giovani studenti delle università europee per accogliere Aristotele e non cadere negli errori di Averroè; per tenere assieme – distinguendole – fede e ragione contro forze opposte che, sia da una parte che dall’altra, tendevano a separarle.

  • Una grande vocazione per la conoscenza: lo studio, la meditazione, avere sempre i libri più aggiornati, importanti e corretti. Cercava sempre le traduzioni migliori, pensava a quel che doveva scrivere anche quando era in refettorio.

  • Una capacità di sintesi e di scrittura unici: stupiva allora e stupisce oggi che dettasse contemporaneamente a tre scribi tre opere diverse per volta; stupivano e stupiscono la mole e la profondità dei suoi scritti in un tempo così breve: Tommaso morì a 49 anni, e nell’ultimo anno aveva avuto una crisi “mistica” esistenziale per cui diceva al suo amico Reginaldo da Piperno: «Non scrivo più, Reginaldo, perché non posso più scrivere e quanto ho scritto mi sembra ora null’altro che paglia.»

Ha iniziato a scrivere la Summa Theologiae a 42 anni ed è rimasta incompiuta, con 11.198 pagine. La Summa è divisa in tre parti, in uno schema platonico di andata e ritorno:

  1. Dio e la creazione
  2. La creatura razionale che cammina verso Dio
  3. Gesù, via verso Dio e Dio stesso visto come fine

Si può trovare qui la parte della Somma Teologica sui Vizi e le Virtù.

Gli abiti (virtù e vizi) e i tipi delle virtù

Nella Pars Prima Secundae Partis (etica “fondamentale”), scrive Tommaso in linea con la tradizione greca che il fine della vita umana è la felicità; e scrive che i mezzi per raggiungerla sono gli atti umani e le loro cause, interne (gli abiti) ed esterne (la legge e la grazia).

Gli abiti sono i vizi e le virtù, ossia il carattere. Bisogna distinguere “doti naturali” e “abiti”: gli abiti sono ciò che è più stabile in una persona, e che la caratterizza maggiormente per sé stessa e per chi la frequenta (da lontano, a caratterizzare sono invece le opere). Gli abiti sono causati dalla motivata ripetizione degli atti: sono l’emblema della storicità («una rondine non fa primavera») e della serietà (ciascun atto nasce da noi e ne siamo responsabili) delle nostre vite.

Gli abiti sono quindi le cose più stabili: più stabili dei nostri beni esterni come i soldi, che cambiano molto; più stabili dei nostri sentimenti e umori, che cambiano velocemente; più stabili del nostro corpo, che cambia molto; più stabile anche delle nostre relazioni umane, che cambiano a loro volta: nulla è così stabile nell’uomo come i suoi Vizi e le sue Virtù.

Gli abiti possono diminuire e dissolversi sia per errore (come nelle scienze) che per mancanza di esercizio (come nelle amicizie): è la Prosaicità delle nostre vite. Oltre alla diminuzione notata da Tommaso, oggi sappiamo che nelle psicopatologie (frammentazione della personalità) possono esserci interruzione e sospensione degli abiti: quando la Drammaticità delle nostre vite può diventare Tragicità.

Gli abiti sono distinti in virtù e vizi: abbiamo tante insoddisfazioni nelle nostre vite – che possono essere esterne (ingiustizie subite, incidenti) o interne (non riesco a capire questa cosa, mi distraggo facilmente, ho paura a parlare in pubblico). Ma abbiamo anche tante soddisfazioni, a loro volta esterne (ci danno attenzione, ci fanno regali) o interne (ho capito quella cosa, riesco a lavorare tanto, so far ridere le persone). Soddisfazioni interne sono abiti virtuosi, mentre insoddisfazioni interne sono abiti viziosi.

Ma le virtù sono anche qualcosa di esterno, che ammiriamo in alcune persone e vogliamo imitare: fuochi di concentrazione delle nostre azioni, per seguirle, frequentarle, rafforzarle, rinnovarle. Inoltre, le nostre virtù sono anche fonte di riconoscimenti e persecuzioni esterne, con esito morale assai ambiguo (possono alimentare la Superbia, ad esempio).

Le virtù sono di tre tipi:

  1. Teologali – Carità, Fede, Speranza – che per Tommaso sono le più importanti.
  2. Intellettuali – che per Aristotele sono le più importanti.
  3. Morali – che per la Famiglia e per lo Stato sono le più importanti, e su cui si concentrano questi articoli (con l’eccezione della Saggezza che è tra le Virtù Intellettuali).

Virtù intellettuali e virtù morali

Le persone hanno sia virtù intellettuali sia virtù morali: possiamo infatti dire di qualcuno che è colto, intuitivo, logico ecc.; ma si può anche dire che è generoso, coraggioso, mite ecc.

Una persona può avere le virtù morali senza quelle intellettuali? Il senso comune pensa di sì perché

  1. Persone non colte o intelligenti possono essere giuste e buone.
  2. Ci sono persone coraggiose o miti per natura.

Tommaso D’Aquino pensa di no, e ribatte al punto 1 che:

Non si richiede che nel virtuoso l’uso della ragione sia perfetto in tutto: ma basta che lo sia rispetto alle azioni virtuose da compiere. In questo senso l’uso della ragione è perfetto in tutte le persone virtuose. Perciò anche quelli che sono giudicati semplici, perché privi delle astuzie mondane, possono essere prudenti, secondo il comando evangelico: “Siate prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe”.

Dunque anche le persone semplici hanno le virtù intellettuali. E ribatte al punto 2 che:

La buona inclinazione naturale alla virtù è una virtù iniziale, ma non è una virtù perfetta. Infatti codesta inclinazione, può essere tanto più pericolosa, quanto è più forte, senza l’intervento della retta ragione, la quale rende buona la scelta dei mezzi adatti per il debito fine. Un cavallo che corra, p. es., se è cieco, inciampa e si ferisce quanto più corre. Perciò, sebbene le virtù morali non siano la retta ragione, come diceva Socrate, tuttavia non sono soltanto “secondo la retta ragione”, perché inclinano a ciò che ad essa è conforme, come volevano i Platonici; ma si richiede che “siano accompagnate dalla retta ragione”, come insegna Aristotele.

E dunque non ci sono persone virtuose per natura, cioè sin dalla nascita: l’inclinazione non è ancora una virtù. Inoltre Tommaso dice che le Virtù Morali possono esserci sì senza Scienza e Sapienza, ma non senza Saggezza (prudenza)… cosa vuol dire?

  1. È un messaggio di democrazia tra di noi: nella morale abbiamo tutti un uguale punto di partenza: non ci sono persone condannate ad essere meno morali perché la società o la famiglia non le può istruire. La Saggezza, infatti, si impara giorno per giorno valutando le proprie esperienze, cosa che possono fare tutti.
  2. È un messaggio di serietà: non siamo giusti o coraggiosi per spinta spontanea, per onda sentimentale; lo siamo bensì per impegno, dobbiamo pensare alle nostre azioni, e pensarci sempre, volta per volta.

Ci possono essere le virtù intellettuali senza le virtù morali? Il senso comune risponde di sì, perché ci sono gli scienziati pazzi, le persone colte e istruite ma malvagie, ecc. Tommaso risponde sì e no:

  • Sì, perché le abilità tecniche, le scienze, e in certa misura anche la Sapienza ci possono essere senza virtù morali.

  • No, perché la Saggezza senza le virtù morali non può esistere, infatti:

come uno viene predisposto a comportarsi bene rispetto ai principi universali dall’abito di una scienza; così per essere ben disposto rispetto ai principi particolari dell’agire, e cioè ai fini, è necessario l’acquisto di alcuni abiti, in forza dei quali diviene come connaturale per lui giudicare rettamente del fine. È questo il compito delle virtù morali: infatti il virtuoso giudica rettamente della virtuosità del fine, poiché, come si esprime Aristotele, “quale ciascuno è, tale è il fine che a lui si presenta”. Dunque per avere la retta ragione nelle azioni da compiere, vale a dire la Saggezza [prudenza], si richiede che uno possieda le virtù morali.

Cosa vuol dire questo?

  1. Il Sì sulle Scienze e sulla Filosofia (Sapienza) ci fa vedere la connessione interpersonale della vita umana: siamo reciprocamente necessari gli uni agli altri, chi ci conosce e ci dà buone idee potrebbe non essere in grado di applicarle a sé stesso e avere bisogno di noi o altri per riuscirci. È inoltre un messaggio di modestia: se anche avessimo conoscenze di scienza etica o psicologia o politica, spessissimo dovremmo però abbassare la cresta perché vedremmo, constateremmo che non possediamo le virtù (i comportamenti) morali di cui quelle scienze parlano.
  2. Il No è un messaggio di integrazione, di spinta all’unità di noi stessi. Sono i buoni vissuti sentimentali e relazionali (virtù morali) che costruiscono la nostra capacità di pensare bene ogni giorno, ogni ora, nei casi concreti della nostra vita (Saggezza). I buoni sentimenti, le buone relazioni e la capacità di pensare bene non sono scisse tra loro, ma vanno di pari passo.

Virtù morali e sentimenti

Si sta parlando di buoni sentimenti e buone relazioni interpersonali: quindi non tutti i sentimenti (come dice il Romanticismo) e non tutte le relazioni (come dice la volgare psicologia della socializzazione). La virtù morale non è essa stessa un sentimento o una relazione, bensì una regola dei sentimenti e delle relazioni.

Se è vero che le virtù morali non sono sentimenti né relazioni, sono però compatibili con sentimenti e relazioni, anzi ne fanno il loro oggetto essenziale. Questo va contro lo Stoicismo, cioè coloro che valutano la mancanza di sentimenti (apatia) e l’isolamento interpersonale della persona buona (autarchia). Questo dà anche ottimismo per la vita: non dobbiamo mutilarci nei sentimenti e nei rapporti interpersonali per crescere e maturare. Inoltre, se pensate alla vostra esperienza, le persone buone, coraggiose e giuste sono anche quelle vitali, empatiche, relazionali, spiritose: non quelle ciniche e snob che disprezzano qualsiasi equiparazione con gli altri.

Questa etica non è un facile vitalismo alla “pensa positivo!”. Tommaso si chiede anche se le virtù morali siano compatibili col sentimento del dolore, e risponde no e sì:

  • No (le virtù morali non sono compatibili col dolore), se ci addoloriamo per dei beni – come quando riceviamo giuste critiche e correzioni dei nostri vizi – invece che per dei mali.

  • No se il dolore diventa esagerato, perché l’uomo virtuoso sa che i mali del corpo non sono i mali più grandi; e perché sa che i propri inevitabili peccati veniali (imperfezioni) non sono gravi e non impediscono la crescita della vita.

  • Sì, se vediamo che un dolore moderato è giusto, opportuno per il virtuoso: proprio perché è virtuoso detesta i mali esterni e corporei, e detesta i mali morali che ha in sé e che lo ostacolano nelle sue azioni; il dolore moderato è quindi un pungolo per agire e allontanarsi dai mali.

Cosa ci dice questo? Ci dà coraggio quando soffriamo mentre facciamo una cosa giusta: il dolore non è un indizio che stiamo sbagliando (sono sfigato, non sono giusto, come tutti gli altri che invece riescono nella vita e anzi se la godono). E, d’altra parte, ci avverte e ci corregge (non esageriamo col dolore, moderiamolo, ridimensioniamolo, se stiamo facendo la cosa giusta prima o poi gioverà a noi e agli altri – anzi, sta già giovando).

Le virtù morali sono compatibili coi sentimenti, ma non tutte hanno come materia essenziale i sentimenti. In un conflitto contro un prepotente il Forte è tale per la corretta gestione dei sentimenti di audacia e paura; il Temperante prova il sentimento del piacere nell’amplesso con la persona amata e il sentimento del disgusto per il sesso perverso e prostituto. La Giustizia invece è diversa: in trattative di compravendita, diplomazia in una conversazione, dare voti agli alunni o sentenze in tribunale o correggere i propri figli, gioviamo più della concentrazione su ciò che vogliamo fare, e non sui sentimenti che possiamo provare mentre lo facciamo.

Ad accomunare le virtù morali c’è il fatto di riguardare la parte appetitiva della mente, mentre quelle intellettuali riguardano la parte conoscitiva. Appetito significa tendenza verso. La Giustizia riguarda l’appetito razionale (universale) chiamato Volontà: le altre virtù morali riguardano l’appetito sensitivo (singolare) chiamato Sentimento.

Il problema del giusto mezzo

Tommaso riprende l’importante teoria aristotelica del giusto mezzo:

La virtù morale è un giusto mezzo che la ragione trova nel campo dei sentimenti e delle relazioni tra due vizi opposti, uno per eccesso e uno per difetto.

Ma se la virtù è un’eccellenza, non sarà un estremo piuttosto che un medio? E i Santi e gli Eroi della giustizia, del coraggio, dell’umiltà non ci sembrano piuttosto degli estremisti? E le persone poco o per nulla virtuose non sono quelle che vivono nei compromessi, che non sono né carne né pesce, non prendono posizione, quegli ignavi che Dante colloca nell’anti-inferno perché Inferno stesso li rifiuta?

Tommaso ribatte che

La virtù morale deve la sua bontà alla regola della ragione: invece ha per materia le operazioni della volontà [la Giustizia]  o i sentimenti [tutte le altre Virtù Morali]. Perciò, se nel rapporto della virtù morale con la ragione, guardiamo l’elemento razionale, vediamo che esso si presenta come un estremo, cioè come conformità: mentre l’eccesso e il difetto si presentano come l’estremo opposto, vale a dire come difformità. Se invece si considera la virtù morale rispetto alla sua materia, allora (per la concordanza con la ragione) si presenta come giusto mezzo, in quanto la virtù riduce il sentimento alla regola della ragione. Perciò il Filosofo [Aristotele] scrive che “la virtù sta nel mezzo per la sua natura”, cioè in quanto applica la regola della virtù alla materia propria: “invece rispetto all’ottimo e al bene è un estremo”, cioè rispetto alla conformità con la ragione.

Cosa ci dice questo? Che la virtù è difficile – cosa vera, perché la vita è difficilenon brutta, ma certamente drammatica e difficile. La difficoltà della virtù, però, non sta nella facile esortazione che dice: «Va’ da quella parte – verso uno dei due estremi – più che puoi!». E non sta neppure nell’ancora più facile esortazione che dice: «Va’ sia da una parte sia dall’altra – verso entrambi gli estremi – così come capita, tanto per non sbagliarti, per non esporti, per non rischiare!».

Il compromesso nel senso vizioso del termine, l’ignavo, sono la miscela in varia misura dei due vizi opposti, e non la difficile fuga da entrambi. L’ignavo miscela la temerarietà nel gioco d’azzardo con la viltà ad opporsi a un capoufficio tirannico; la testardaggine a votare sempre un leader distruttivo con la volubilità nel cambiarlo secondo le mode; il privilegiare l’amico adulatore e l’emarginare quello che lo corregge; l’iracondia verso “i politici, i burocrati, i comunisti, gli stranieri” con l’immobile indifferenza verso le gravi ingiustizie che vede sul luogo di lavoro; l’impotenza sessuale con la moglie con le fantasie pornografiche nascoste; la disappetenza verso la frutta e la verdura con la golosità per dolci e liquori. E così l’ignavo non è audace, né fermo, né giusto, né mite, né casto, né sobrio… perché sono tanto numerosi? Perché l’incoerenza è più diffusa della coerenza, e i viziosi coerenti (la lussuriosa Pasife, il goloso Ciacco, l’iracondo Filippo Argenti, l’ingiusto Guido da Montefeltro, che Dante ci presenta nell’Inferno) sono meno dei viziosi incoerenti.

Rispetto a questi, però, i virtuosi sono ancora meno. L’ignavo non decide (pensa) mai, il vizioso estremista decide (pensa) una sola volta e poi non più, mentre il virtuoso deve decidere (pensare) sempre, volta per volta. La difficoltà della virtù sta nel modulare ogni volta la scelta morale tra una Scilla e una Cariddi, secondo le mutevoli circostanze esterne ed interne. Con questa persona particolare, qui ed ora, sono invadente o freddo? Sono sottomesso o prepotente? Sono privilegiante o sprezzante? Come evitare oggi pomeriggio l’autolesionista iperattività e l’autolesionista pigrizia? Riguardo l’esame della settimana prossima, come evitare la paura paranoica e la confidenza facilona? Riguardo questa ingiustizia del governo come non essere sterilmente iracondo e moralisticamente indignato, ma anche non essere indifferente e cieco e menefreghista del bene comune?

Le circostanze da considerare non sono solo esterne, ma anche interne: Aristotele e Tommaso sottolineano che il “giusto mezzo” non è oggettivo nel senso di “svincolato dalla propria situazione soggettiva, personale” – tranne che nel caso della Giustizia. Per tutte le altre virtù varia a seconda di com’è fatta internamente la singola persona, perché ognuno è diversamente disposto rispetto ai sentimenti.

Che fare dunque? Occorre tenere assieme il pensiero (la virtù intellettuale della Saggezza) con gli abiti già costruiti nella mia vita passata dei sentimenti buoni e delle giuste relazioni interpersonali. Per la Virtù Morale bisogna quindi:

  1. Continuamente pensare (contro l’etica epicurea e romantica)
  2. Continuamente ascoltare i propri sentimenti (contro l’etica platonica e marxista)
  3. Continuamente rapportarsi con le altre persone (contro l’etica stoica e perbenista-individualistica)

È difficile, sì, com’è difficile (non brutta) la vita stessa.

L’introduzione a Tommaso D’Aquino prosegue qui.


Virtù Cardinali e Vizi Capitali

 

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1 Comment

  1. carbone andrea

    Ottimo

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