Su cosa si fonda l’etica, esistono i valori morali e altro (Introduzione alla metaetica)

Apr 10, 2013 by

Su cosa si fonda l’etica, esistono i valori morali e altro (Introduzione alla metaetica)

L’etica è quella branca della riflessione filosofica che si occupa di indagare il fenomeno della moralità, dagli aspetti più concreti e specifici a quelli più astratti e generali (la morale è l’insieme delle convenzioni e dei valori di fatto adottati da una certa società, mentre l’etica è la riflessione sulla morale, che sia volta a giustificarla o a proporne un’altra). Quando si discute di questioni morali con qualcuno, capita molto spesso di giungere ad insanabili incomprensioni che avvengono a vari livelli diversi di generalità, e di cui si ha tendenzialmente scarsa consapevolezza. Questi livelli, pur se distinti, sono tra loro correlati e si richiamano l’un l’altro, facendo sì che anche nella più concreta diatriba morale su un fatto specifico entri in gioco la questione dell’esistenza dei valori e della loro giustificazione, etc.

Si distinguono in etica tre livelli fondamentali, esemplificati da questa immagine:

metaetica

L’etica applicata è il livello più specifico, quello in cui si sta affrontando un preciso dilemma morale e ci si sta chiedendo quale sia la posizione giusta. Per rispondere, occorrerà appellarsi a dei principi generali che giustifichino i casi singoli: e questa è la teoria normativa. Le varie teorie normative sono, di fatto, le varie etiche esistenti: quei codici di comportamento che ci dicono cos’è il bene, a quali valori deve rifarsi l’essere umano, come dovremmo vivere, e via dicendo. Specie in passato, in una determinata società e in un determinato momento storico, la morale condivisa viene data per scontata, accettata di comune accordo e raramente messa in discussione. Una teoria normativa può essere messa in discussione opponendole una teoria alternativa, che sostenga che il bene è qualcosa d’altro o che si debba agire in un altro modo; oppure, può essere messa radicalmente in discussione nelle sue fondamenta, attraverso questioni di carattere metaetico.

La metaetica è il livello più generale, che si chiede su cosa si possa fondare una teoria normativa, se esistono i valori morali e che tipo di entità sono, come possiamo conoscerli, e via dicendo. Una volta assunta una posizione in metaetica, ci sarà la possibilità di sostenere teorie normative completamente diverse e anche opposte: la metaetica non ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma cosa significa che qualcosa è giusto o sbagliato. È bene chiarire e distinguere i vari livelli e avere un quadro delle posizioni possibili, con i relativi pro e contro, per migliorare la propria consapevolezza e magari anche la propria teoria normativa, e per evitare di essere colti in fallo durante una diatriba di carattere morale.

Questo articolo vuole essere proprio una breve e semplice introduzione alle principali posizioni in metaetica, con argomenti e obiezioni, senza la pretesa di essere esaustivo o particolarmente brillante. Prima di entrare nel vivo delle posizioni metaetiche, sarà bene affrontare una questione di confine tra queste e la teoria normativa: la tradizionale ripartizione delle teorie normative in consequenzialiste e deontologiche.

La distinzione è quella indicata nell’immagine di cui sopra. Le teorie consequenzialiste o teleologiche assumono che si debba promuovere un fine, uno scopo identificato come bene, agendo per ottenerlo. Le teorie deontologiche o del dovere, invece, assumono che un’azione o certe tipologie di azioni siano sempre giuste o sbagliate in sé, a prescindere dalle loro possibili conseguenze.

Le teorie normative della filosofia greca classica sono tendenzialmente consequenzialiste: pongono come sommo bene la ricerca della felicità, la fioritura del carattere, il piacere, etc. La teoria deontologica per eccellenza è quella di Kant, per cui contano i principi soggettivi che governano l’azione degli individui, e non le conseguenze che ne derivano: è buona in sé un’azione che segua un principio universalizzabile. Max Weber ha ben delineato l’opposizione tra queste due etiche contrapponendo

l’etica dei principi (Gesinnungsethik) – anche detta etica delle intenzioni o delle convinzioni – e l’etica della responsabilità (Verantwortungsethik). La prima forma di etica fa riferimento a principi assoluti, che assume a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono: di questo tipo sono, ad esempio, l’etica del religioso, del rivoluzionario o del sindacalista, i quali agiscono sulla base di ben precisi principi, senza porsi il problema delle conseguenze che da essi scaturiranno. Si ha invece l’etica della responsabilità in tutti i casi in cui si bada al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce.

Entrambi questi modi, però, se portati alle estreme conseguenze conducono a risultati paradossali e drammatici. Famoso è l’esperimento mentale di Chuck:

Chuck, un anziano signore di ottant’anni, si trova in ospedale per un banale controllo medico. Nello stesso tempo, cinque ragazzi giovani, ventenni, sono ricoverati con urgenza a causa di un incidente stradale. Ben presto sarà chiaro che moriranno tutti, se non riceveranno gli organi necessari alla sopravvivenza: uno ha bisogno di un polmone, uno del cuore, l’altro un rene, uno l’altro polmone, l’ultimo l’altro rene. Grazie al controllo medico si nota che gli organi di Chuck sono miracolosamente compatibili con quelli dei ragazzi. È giusto che i medici prendano Chuck e ne asportino gli organi, lasciandolo morire, perché la vita di cinque giovani vale più di quella di un uomo anziano?

Chiaramente qualcosa non va: la soluzione è troppo estrema e, diremmo, ingiusta. Sembrerebbe quindi che uccidere un uomo, anche se per consentire ad altri cinque di continuare a vivere, sia sbagliato in sé. Eppure neanche le etiche deontologiche se la passano meglio:

Un pazzo assassino ti chiede dova viva il tuo migliore amico, perché vuole ucciderlo. Sei forse tenuto a dire la verità, dal momento che mentire è sbagliato in sé?

Anche qui l’esempio è estremo e il risultato decisamente non auspicabile. Anche con esempi meno estremi (provate ad escogitarne!) è chiaro che non si può assolutizzare né negare che alcune azioni siano giuste o sbagliate in sé, e che è importante tenere conto delle conseguenze di ciò che si fa. Di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno, ma il fine non giustifica tutti i mezzi. Una buona teoria normativa dovrà quindi essere in grado di pensare bene a quale sia lo scopo cui tendere, e quali i principi non negoziabili, facendo attenzione al sottile equilibrio e al compromesso che si deve instaurare per evitare conseguenze assurde.

Il seguente schema vuole tentare di identificare e distinguere alcune delle principali posizioni metaetiche, in base a come rispondono a certe domande: non sono tutte, e ci sarebbero altre sotto-categorizzazioni da fare, ma per questo articolo diventerebbe troppo complesso e inutilmente lungo e pesante.

metaetica2

Noncognitivisti

La prima distinzione è di carattere semantico: per la grande famiglia dei cognitivisti, i giudizi morali possono essere veri oppure falsi, e descrivono qualcosa. Per i noncognitivisti, invece, di cui lo schema propone solo emotivisti, quasi-realisti e prescrittivisti universali, ritengono che i giudizi morali non seguano la logica vero-falso. Non diciamo che «apri la porta» o «grazie mille» o «ti prego aiutami» sono veri o falsi: non hanno valore di verità. Allo stesso modo andrebbero tradotti gli enunciati morali: per gli emotivisti, un enunciato come «Giovanni è buono» va tradotto con qualcosa come «Aaaah, Giovanni», mentre «la pena di morte è ingiusta» diventa «Buuu la pena di morte!»: i giudizi morali altro non sono che l’espressione delle emozioni del soggetto che le proferisce. Per il prescrittivismo universale, invece, un enunciato come «Uccidere è sbagliato» non sta descrivendo qualcosa del mondo, ma sta prescrivendo, come un obbligo: in realtà si sta dicendo «Non dovete uccidere»; ma uccidere in sé non è giusto o sbagliato, dal momento che “giusto” e “sbagliato” sono concetti privi di senso.

Pro: i non cognitivisti non devono impegnarsi ontologicamente e metafisicamente, assumendo che esistano misteriose e sospette proprietà morali. Questa posizione sembra soddisfare una certa visione contemporanea, per la quale così come ci si è sbarazzati di rituali e culti vari, occorre abbandonare anche la morale, ultimo retaggio di una civiltà pre-scientifica. Riescono inoltre a spiegare agevolmente la capacità motivazionale del discorso morale, cosa in cui i cognitivisti fanno più fatica (il discorso sarà affrontato in seguito).

Contro: nonostante semplifichino le cose dal punto di vista ontologico e metafisico, le complicano enormemente a livello semantico, dovendo tradurre tutti i discorsi morali “apparenti” in ciò che sarebbe la loro “realtà”. I noncognitivisti devono spiegare come è accaduto che le persone abbiano sviluppato la sfera della moralità, se è tutto falso, e come mai in alcuni casi sia possibile trovare un accordo, in una diatriba morale. Inoltre, la loro traduzione del discorso morale non regge: quando vengono inseriti enunciati morali in inferenze logiche, queste sono valide. Dicendo «Le persone buone aiutano gli anziani ad attraversare la strada; Se Giovanni è buono, aiuterà quell’anziana ad attraversare la strada», l’emotivismo è in seria difficoltà: non può tradurre sensatamente con «Le persone aaah aiutano gli anziani ad attraversare la strada; Se aaah Giovanni, aiuterà quell’anziana a attraversare la strada». In realtà, sembra proprio che sia possibile costruire inferenze valide e che quindi i discorsi morali possano descrivere qualcosa di reale.

Convenzionalismo

La seconda distinzione, una volta accolta l’opzione cognitivista, è di carattere ontologico (studio di ciò che esiste). Quindi, il discorso morale ha senso e ci dice qualcosa; ma esistono i fatti e i valori morali? Il convenzionalismo risponde di no. Per il convenzionalismo, non si può dire che qualcosa è giusto o sbagliato in senso assoluto, ma soltanto relativamente ad una data cultura e ai suoi codici di comportamento. Da questa opzione segue naturalmente il relativismo morale.

Pro: i convenzionalisti riescono a semplificare sia il punto di vista ontologico/metafisico, sbarazzandosi delle “dubbie” proprietà morali, e quello semantico, non dovendo tradurre alcunché e lasciando intatto il discorso morale. Inoltre, possono spiegare molto facilmente come mai culture diverse hanno valori così diversi, chiamando in causa vicende storiche, influenze religiose, etc.

Contro: il convenzionalismo si scontra con l’aspirazione del discorso morale di stare dicendo ciò che è davvero giusto. Inoltre, bisogna essere pronti ad accettarne le conseguenze: anche di fronte a cannibali, torturatori e assassini di ogni genere, si deve dire «Personalmente non approvo quello che fai, ma non posso dire che è sbagliato e non ho alcun diritto di impedirtelo o condannarti moralmente». Perde inoltre di significato qualsiasi genere di confronto morale, che sia personale o interculturale: non esistono progressi, non possiamo suggerire a nessuna persona o civiltà come essere migliori, né possiamo apprendere nulla da altri.

Soggettivismo

A rispondere che sì, esistono fatti che rendono veri i nostri giudizi morali, ma in modo piuttosto anomalo, interviene il soggettivismo. Per il soggettivismo, quando affermiamo che qualcosa è buona/giusta, in realtà stiamo dicendo che approviamo la tale cosa. Si differenzia dall’emotivismo, che è noncognitivista, perché non è l’espressione istintiva di ciò che si prova, ma la sua razionalizzazione. Per l’emotivismo, i giudizi morali non sono affatto giudizi e non descrivono alcunché. Per il soggettivismo, i giudizi morali descrivono sì… però descrivono colui che parla più che l’oggetto del giudizio. Se Tizio dice «Giovanni è buono» e Caio «Giovanni non è buono», secondo l’emotivista stanno dicendo «Aaah Giovanni» e «Buuu Giovanni»; avranno quindi un contrasto da tifoseria. Per il soggettivista, invece, stanno dicendo «A me piace Giovanni» e «A me non piace Giovanni»: e non c’è alcuna contraddizione tra le due frasi, dal momento che sono pronunciate da individui diversi.

Pro: il soggettivismo coglie un aspetto molto importante del discorso morale, ossia che spesso viene utilizzato per esprimere i propri personali desideri, e si è influenzati dalla propria persona nell’aderire a dei valori piuttosto che ad altri.

Contro: non riesce a tenere conto del contrasto tra posizioni diverse, dato che come visto le rende non contradditorie. Inoltre, fatica a spiegare tutte quelle tantissime situazioni in cui le persone hanno posizioni morali che sono in contrasto con i loro stessi desideri, e sentono i loro valori come degli obblighi più che come un modo comodo di soddisfarli. Infine, è ancora una forma di relativismo: o si accetta che ognuno ha i suoi desideri e può soddisfarli, cannibalismo etc compresi; oppure ci si comporta comunque dicendo «ma io desidero che nel mondo non ci siano cannibali assassini etc», ma ci si sta giustificando più come bestie che come uomini, con un «io lo desidero e quindi dovreste fare così».

Naturalismo

Secondo la posizione naturalista, esistono fatti che rendono veri i giudizi morali, e le proprietà morali sono proprietà empiricamente indagabili, come per le scienze naturali. Se il naturalismo è nella sua versione riduzionista, la teoria normativa dirà che ci sono proprietà buone come… il piacere, o la massima felicità per il maggior numero di persone, ciò che è approvato dalla maggioranza, e così via (dipende dalla teoria normativa).

Pro: il naturalismo può rendere conto del fenomeno morale, senza chiamare in causa proprietà non naturali, e senza accettare relativismi o nichilismi di sorta.

Contro: Non sembra mai esserci uguaglianza tra “bene” e una data proprietà naturale. Sapendo che “scapolo” significa “uomo non sposato”, se qualcuno chiedesse “Ma Carlo, che è un uomo non sposato, è anche scapolo?», penseremmo che non sa quel che sta dicendo. Invece, data una particolare definizione di buono, ad esempio “la massima felicità per il maggior numero di persone”, si può dire «Ma questo sistema politico-sociale, che dà la massima felicità per il maggior numero di persone, è davvero buono?», la domanda non ci sembra stupida o superflua, anzi ci colpisce con una certa urgenza.

Si può obiettare che questo discorso (che è la “fallacia naturalistica di Moore”) regge solo se si pensa sia possibile dare una definizione analitica, a prescindere dall’esperienza, di “bene”. “H2O” e “acqua” non sono sinonimi sulla sola base del significato dei termini. Prima di scoprirlo sperimentalmente, chiedere «Ma l’acqua è H2O?» era una domanda perfettamente sensata. Quindi, si può dire che le proprietà “buone” vanno scoperte empiricamente e non analiticamente.

Il naturalismo può inoltre raffinarsi diventando non-riduzionista, senza pretendere dunque che le proprietà morali, pur essendo naturali, siano identiche ad altre proprietà naturali.

Pro: Il naturalismo può quindi  inserire le proprietà morali nella rete di cause ed effetti che utilizziamo per spiegare gli eventi del mondo naturale (nello specifico, il comportamento umano): è plausibile che, se possiamo ritenere sensatamente che l’essere giusto e corretto di Tizio sia un suo valore morale, questo spieghi molti suoi singoli comportamenti passati, presenti e futuri.

Contro: È difficile giustificare la capacità motivazionale del discorso morale. Se “buono” e “giusto” sono proprietà esattamente come “marrone” o “alto” o “numeroso”, per quale ragione qualcuno dovrebbe desiderare di fare ciò che è “giusto” più che desiderare un mondo in cui il “marrone” prevalga sugli altri colori? Ci deve essere una qualche differenza che fa sì che le proprietà morali motivino ad agire e siano, almeno in linea di principio, desiderabili di per sé.

Prima di chiudere con il naturalismo, c’è un errore comune compiuto quando si assume in teoria normativa la conformità alla natura come valore (che è diverso dal naturalismo in metaetica). È una fallacia nota come “is-ought problem” (problema essere-dover essere) o “legge di Hume”, dal filosofo scozzese che per primo l’ha formulata. Come funziona? Si osserva un fatto particolare ripetersi in una serie di enti individuali molte volte. Ad esempio, che il maschio cerca la femmina e la femmina cerca il maschio. A questo punto si fa un passaggio dal particolare all’universale (ed è un errore logico) e quindi si dice che tutti i maschi cercano le femmine e tutte le femmine cercano i maschi. Al momento di passare di nuovo dall’universale al particolare (passaggio che in sé sarebbe giusto, se le premesse non fossero false), i fatti contraddicono la proposizione: esistono infatti gay e lesbiche. Allora cosa si fa? Si introduce un secondo, colossale errore: quel “cercano”, che era una descrizione, diventa misteriosamente un “devono cercare”, che è una prescrizione. Come si giustifica questo passaggio, logicamente? Non si può.

Tizio e Caio sono eterosessuali, quindi l’uomo è eterosessuale, quindi l’uomo deve essere eterosessuale per natura, quindi Sempronio, che è omosessuale, è contro natura, che è una cosa immorale. O ancora: i genitali maschili e femminili sono utilizzati da Tizio e Caia per la riproduzione, quindi servono per la riproduzione, quindi devono servire per la riproduzione, quindi chi li utilizza diversamente è contronatura, che è una cosa immorale.

Non naturalismo e costruttivismo

Queste due posizioni, molto diverse, sono messe insieme per il semplice fatto che il sottoscritto non le ha ancora ben studiate ed assimilate, e quindi verranno meglio descritte, con i pro e i contro, a breve. Sembrano peraltro le due prospettive più interessanti, quindi vi consiglio, se interessati, di informarvi da voi. Qui c’è un buon saggio sul non naturalismo, mentre questo credo sia un buon saggio sul costruttivismo, ma non assicuro nulla.

Brevemente, secondo il non naturalismo, le proprietà morali esistono, ma hanno uno status diverso da quello delle proprietà naturali e non possono essere indagate con lo stesso metodo delle altre scienze. Occorreranno quindi delle indagini ad hoc. Questa prospettiva è particolarmente compatibile con visioni religiose, ma non implica necessariamente la religione.

Il costruttivismo è una terza via tra realismo e anti-realismo. Concede ai noncognitivisti che i valori morali non siano misteriose proprietà che esistano di per sé, indipendentemente dall’essere umano; e concede ai cognitivisti che i valori morali siano oggettivi, e non arbitrari o relativi. Come? Semplice (più o meno): la moralità è un prodotto costituito dalla razionalità e dall’umanità nel senso più elevato del termine. I valori possono quindi essere formati in base a precise ragioni, discussi, migliorati, e così via. Segue le orme di Immanuel Kant.

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