Sulla banalità dell’opinione moderna

Mar 7, 2013 by

Sulla banalità dell’opinione moderna

Quando, dialogando con persone più o meno coscienziose, sento espressioni come “questa è la tua opinione, e la mia vale quanto la tua” e “ho diritto ad esprimermi così come ce l’hai tu” e “ho libertà di espressione” non riesco a non farmi scappare un sorriso e qualche insulto (mentale, perché sono un gran signore). Non solo perché, quasi sempre, mi tocca sentire queste cose quando i miei interlocutori non sanno più cosa dire, ma anche perché ponendo tali definizioni come fossero la realtà, dimostrano quasi sempre di avere un’idea alterata su cosa siano il diritto, la libertà e l’opinione. E non sono principi uguali, e non accostabili acriticamente.

Innanzitutto, chiariamoci sul concetto di diritto. Il diritto è una “condizione esistenziale”, un presupposto implicito, partendo dal quale ogni singolo decide se coltivarlo o meno: facendo due esempi stupidi, è garantito il diritto allo studio superati i sedici anni (secondo l’attuale legislazione), così come garantito il diritto di voto dopo la maggiore età. Eppure, così come posso decidere di studiare all’Università o andare a fare un corso professionale o cercarmi un lavoro, posso decidere se andare a votare, andarci e farmi segnare a verbale come obiettore, o non andarci. Fin qui mi sembra tutto chiaro.

Il problema sorge quando si equiparano diritto e azione. Il diritto, essendo un presupposto di base, è slegato dal suo esercizio pratico, che può essere anche molto variegato: posso votare appendendo la scheda al muro e tirando una freccetta, o facendo la conta tra i simboli di partiti, liste o movimenti, o non portandomi dietro il cervello; alla stessa maniera, posso passare gli esami con l’ausilio delle laute somme di papà girate sottobanco al professore di turno, o facendo al professore un paio di “ripetizioni” sotto un banco.

L’espressione “ho diritto di esprimermi” si risolve, dunque, unicamente nell’atto che il diritto tutela, ma non è direttamente uguale alla qualità dell’atto stesso. In materia di uragani, i giudizi di un gastroenterologo contano ben poco. Certo, questo medico potrà portare idee, spunti di riflessione, altissime considerazioni filosofiche o semplicemente prescrivere dei fermenti lattici a Katrina e Sandy, ma alla fine sono gli addetti ai lavori a detenere la competenza maggiore.
Il diritto, per fortuna, è e rimane fondamentale per garantire la libertà ad ogni essere umano di decidere come esprimersi e come realizzarsi, a seconda delle proprie personali inclinazioni e preferenze (lo sottolinea pure l’Art. 4 della Costituzione), e lo Stato, prima che legiferare, deve – o dovrebbe – garantire i diritti individuali e collettivi. Senza il diritto, non ci sono le possibilità concrete di essere liberi.
Sul significato proprio della libertà mi rimetto alla saggezza del futuro di fronte a noi. Su essa si è parlato tantissimo fino ad oggi, e con non pochi morti e feriti, e non trovando una soluzione unitaria e definitiva. Possiamo però parlare, senza incontrare in troppi forconi, della libertà intesa a livello di rapporti sociali.

Sento molto spesso la frase “la libertà di un individuo finisce dove comincia quella di un altro”. Verissimo, e giusto, per quanto riguarda le libertà personali. Ma questo vuol dire che le libertà non devono incontrarsi mai? Vuol dire che siamo delle circonferenze di libertà che, appena si sfiorano, devono fermarsi e non azzardarsi ad andare oltre?

Forse dovremmo leggere questa definizione in maniera più contestuale. Io ho tutta la libertà di fare palline di carta e lanciarle in testa al mio compagno di classe, ma se della prima azione nessuno può contestarla, la seconda azione invade la libertà del mio compagno di classe che magari non vuole ricevere in testa la pallina di carta. Finché parliamo in questi termini non è un problema così tragico, ma se le mie palline di carta sono armate fino ai denti, orgogliose del loro paese fino alla demenza, e passeggiano per le aride montagne dell’Afghanistan o della Libia con la pretesa di “esportare democrazia”, forse dovremmo farci qualche domanda.

L’incontrarsi di due libertà implica il confronto. E’ inevitabile. E dovremmo essere tutti preparati psicologicamente a confrontarci con il mondo, e a mettere in gioco le nostre libertà sociali e personali, e (aggiungo io) ad accogliere le altre libertà quando sentiamo che possono farci del bene, insegnarci qualcosa, farci crescere.

Spostando il discorso dal concreto al dialogico, dovremmo di conseguenza esporre le nostre opinioni con la coscienza che possono essere contestate, discusse e, perché no?, smontate in minuscoli pezzettini.

Ma no. La mia opinione vale quanto la tua, dopotutto.

Ma cos’è, l’opinione? La parola deriva dal latino opinio, -onis, ma così è come se non avessi detto niente. E allora ci viene in aiuto il greco antico, tanto sbandierato dagli studenti del liceo classico e da qualche professore perditempo: ai tempi dei grandi filosofi cazzari si parlava di δόξα (dòxa), che esprime un pensiero personale, dunque suscettibile di modifica; ad esso contrapponiamo επιστήμη (epistème), la conoscenza scientifica, molto più sicura per esprimere giudizi sul mondo. Direi che le parole parlano da sé.

Ma allora perché diamo così tanta importanza ad un fattore mutevole? Noi sappiamo che la scienza, prima che affidarsi al metodo scientifico, alla ricerca sperimentale ed alle leggi e i teoremi, ha una solida base filosofica. Ma la filosofia è fatta da uomini, che esprimono opinioni mutevoli. Ok, non siamo qui a smacchiare i giaguari dell’epistemologia; ci basta comprendere come è tramite lo scambio di opinioni che si possono ricercare la verità e la conoscenza.

Questo articolo titola, però, Sulla banalità dell’opinione moderna. Questo perché, appunto, ci sono alcune cose che rendono le opinioni della maggior parte degli uomini occidentali, appunto, scontate e banali. Analizziamo i due più importanti:

1) I programmi di opinione. Se ci piace ancora credere che la televisione costituisca il mezzo mediatico di più alta qualità, forse siamo fermi agli anni cinquanta. Non è che io la disdegni ideologicamente, tutt’altro; è che sono innamorato dei dati di fatto. Ora come ora, c’è meno controllo igienico sui programmi televisivi che in un porcile, con tutto il rispetto per i dignitosissimi maialini.

Ci sarebbero tantissime cose da dire sulla televisione e chi la abita, ma davvero tante tante  che finirei per far addormentare i miei venticinque lettori. Mi limiterò a passare direttamente al sodo: i programmi di opinione e i suoi mostri.

Robaccia come Pomeriggio 5, La Vita in Diretta, Domenica In, per citare i più eclatanti, ma quasi ogni programma visualizzabile durante le ore di punta, trasversalmente, presenta quello che definiamo “programma di opinione”. In essi troviamo un concentrato di mediocrità, di assurdità, di idee preconcette e rigide più di un muro che, volendo pensare maliziosamente, sembrano essere cercate apposta per venire ripetute a macchinetta, senza alcuna possibilità di inserire critiche costruttive. La cosa divertente è che in questo bordello – di nuovo, un luogo fortemente rispettabile in confronto – ci vanno anche politici, scienziati, e in generale i cosiddetti “esperti” (special modo di giornalismo, legge, psicologia, criminologia, fuffologia, Belenlogia) ad esprimere la loro “opinione” che si risolve, nella quasi totalità dei casi, in una cacofonia di urla e insulti che farebbero vorticare anche i santi testicoli del Dalai Lama.

Ma se finisse tutto qui, basterebbe spegnere la televisione e andare a fare cose più interessanti, o cambiare canale con la speranza di non imbattersi in una pattumiera. Purtroppo no. Nonostante quanto detto poc’anzi, la televisione è ancora il mezzo più usato per informarsi e costruirsi una propria opinione, soprattutto sulle principali tematiche politiche e sociali (in Italia, la percentuale delle persone che si informa quasi solamente con la televisione è l’80%). E, con degli esempi di quel tipo, si capisce tranquillamente la qualità del pensiero che si forma nello spettatore: se non sono briciole di ragionamento, sono segatura.

2) Internet. Eh sì, miei cari segaioli della notte fonda, Internet può friggere il cervello.

Ci tocca escludere, però, quel buon 40-50% di pornografia, che non ho dubbi che tutti noi sicuramente apprezziamo. La restante metà della ma(ta)ssa virtuale è costituita da un cumulo di dati, notizie, siti, motori di ricerca, trattanti praticamente ogni argomento dello scibile umano. Internet è la moderna Enciclopedia, e non parlo solo di Kiwipedia.

Dobbiamo, però, considerare un fatto fondamentale. La possibilità di acquisire ogni conoscenza non è la possibilità di leggere, analizzare e comprendere a fondo un dato. Queste abilità si acquisiscono con il tempo, con lo studio e l’esercizio di apertura mentale, e nonostante l’istruzione pubblica goda di ben poca fama e molta destabilizzazione, è ad oggi l’unica istituzione in grado di fornire, anche solo potenzialmente, queste capacità. Ci sarebbero tante cose da dire in merito, anche qui, ma non credo che qualcuno sia ancora abbastanza sveglio da poter leggere questa riga.

La grande forza di Internet è anche la sua più profonda debolezza. C’è tutto e non c’è niente; sappiamo tutto e non sappiamo niente; troviamo tutto e il contrario di tutto. E’, in questo senso, veramente democratico e libero, e ognuno può letteralmente “esprimere la sua opinione” senza incorrere in grandi difficoltà, a meno che non si tratta di mio nonno – buonanima – che a malapena sa come accendere il televisore, e subisce passivamente la vagonata di fango di cui sopra.

Ma è inutile che ci giriamo intorno: Internet non fornisce la conoscenza. La conoscenza presuppone un cervello che la sappia capire e usare. E il cervello non si potenzia con i chip.

Possiamo anche imparare a memoria un mucchio di nozioni in fila come bei soldatini, ma se non siamo in grado di far girare i nostri neuroni (e quindi usare davvero le informazioni trovate su Internet), possiamo avere il cervello di Pico della Mirandola, ma rimarremo unicamente degli scatoloni di concetti.

Per questo, in Internet, abbiamo penne e voci raffinatissime e profondamente impegnate, così come complottari dell’ultima ora e politologi da bar.

Chiediamoci, allora, cos’è l’opinione moderna.

Chiediamocelo, perché rischiamo sfociare in un annullamento del pensiero critico!

L’opinione, specie grazie al forte contributo dei social network, è ormai diventata una sequenza di lettere urlate al vento con la pretesa di essere durature come la pietra scolpita. E in un mondo dove la riflessione di un filosofo sulle condizioni dello Stato può essere equiparata, in valore e non in diritto, ad una sentenza d’un cazzaro qualsiasi, c’è davvero il pericolo che i pensieri perderanno il loro valore, la loro forza propulsiva, e non avranno presto più alcun significato. E, cosa ancora più inquietante, si nascondono queste previsioni allarmanti sotto strati di presunta libertà.

È ovvio che l’opinione non morirà. Agli uomini piace sentirsi importanti e manifestare la loro potenza, e piace soprattutto che le loro idee vengano ascoltate e vengano prese in considerazione. Ma questo tipo di opinione sarà banale, e già lo è in gran parte. Banale nel senso che, mancando di spirito critico e di intelletto personale, sarà necessariamente omologato al pensiero comune e agli slogan, col risultato che troveremo duecento persone a dire sempre le stesse identiche cose, fino a che loro stessi non si annoieranno e si chiuderanno in casa, a guardare la televisione e navigare la rete, dove leggeranno sempre le stesse identiche cose, e si ridurranno a pensare…indovinate un po’?

Sì, ci saranno sempre dei liberi pensatori: ma oggi come non mai avranno difficile la loro partita, poiché giocata su due campi: quello “concreto” (le strade e le piazze) e quello “virtuale” (l’Internet e la televisione), e normalmente è difficile affrontarne uno solo.

Concludendo, anche questo articolo può costituire un’inutile e banale opinione in mezzo a tante inutili e banali opinioni, magari dettata dal sentimento elitario e dalla saccenza dello scrittore. Lascio a voi giudicare.

Commenti

commenti

2 Comments

  1. Serpico

    Ottimo articolo.
    Adoro quando qualcuno riesce a mettere su carta o su pagina web un’idea che mi frulla per la mente ma riuscendo oltretutto a renderla anche meglio.

    Bravi, state veramente facendo un ottimo lavoro, continuerò a seguirvi.

  2. Alberto

    Servirebbe una specie di scala della qualità dell’opinione alla Platone..
    Il problema è che tante teste, tante opinioni, e il definire perché e come una è meglio dell’altra è un lavoro da filosofo. Ad ogni modo, l’opinione migliore inizia rispettando quella degli altri!

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