Lettera nei pressi d’una futura dogana

Mar 21, 2013 by

Lettera nei pressi d’una futura dogana

Ricordo con simpatia quegli anni in cui tutto andò a rotoli.

Ricordo bene quei giorni in cui Berlusconi era preso dal suo solito delirio schizofrenico dell’emisfero sinistro, e Bersani faceva la conta della serva senza arrivare a fine mese (e non solo lui) e Monti sembrava aver fatto *puff*. Tutti sordi e strafatti, mentre Grillo marciava rocciosamente verso la meta tranciando ogni ostacolo di fronte a sé e iniziando a dettare legge senza nessun ritegno o raziocinio, seguito dal coro giubilante degli italiani che speravano nel cambiamento.

Perché, se spostiamo l’ammasso di cartacce dette decreti legge e i presunti programmi di partito, alla fine gran parte della popolazione chiedeva solo un po’ di respiro, una botta di vita che rimettesse sui binari l’Italia e la facesse sgommare in linea con il mondo. Molti hanno votato il M5S con la convinzione che rappresentasse la novità (perché nuovo=buono, sempre), altri sono rimasti avvinghiati alle cancrene delle ideologie che a malapena persistono nella memoria dei libri di filosofia della politica, o per timore di cambiare bandiera o perché è faticoso spostare un po’ il polso in cabina elettorale.

Ma al di là di tutto, eravamo un popolo di gente con i coglioni pieni.

Ora scrivo da lontano, e me ne rammarico. Avrei voluto fare molto di più per questo popolo disperato, che tendeva le braccia al cielo come un assetato nel Gobi, in attesa di un miracolo, ricevendo in cambio le allodole di Papa Francesco (che fossero vere o meno, non importa), l’aumento dello spread e il declassamento delle agenzie di rating, che non sapevano cosa inventarsi per non urlare: “State fallendo, cazzo! Guardate in faccia la realtà!”.

Come se Dio giocasse a dadi.

Siamo rimasti col culo per terra sino a quel momento semplicemente perché, da secoli, ci regolavamo da noi. L’arte di arrangiarsi è nata non tanto perché eravamo troppo pigri per lavorare quanto basta per guadagnare uno stipendio decente (Stachanov avrebbe molto da imparare da certi operai del meridione), ma per il semplice fatto che avevamo, e abbiamo, una congenita repulsione verso l’autorità. Un po’ perché quasi tutti gli stati europei ci hanno inculato per circa un millennio quand’erano regni ed imperi, sfruttandoci fino al midollo, per diventare di colpo i nostri migliori amici e dimenticarsi di tutto una volta divenuti repubbliche. Non è una polemica, anche perché i regimi mutano più o meno ciclicamente; è abbastanza irrilevante, poi, se consideriamo come sono andati i fatti.

Paradossalmente, il federalismo politico sarebbe sociologicamente stata la soluzione più coerente per il popolo italiano, anche se politicamente ci avrebbe trascinato nel baratro molto prima, creando campanilismi inutili; ognuno si sarebbe coltivato il suo bell’orticello, nutrito e innaffiato dalla mafia. Dopotutto, potevamo chiamarlo effettivamente uno Stato unito, quando Terrone e Polentone erano epiteti usati ben oltre il semplice scherzo?

Eppure non riesco a dimenticarmi dell’Italia. Il fresco profumo del pane appena sfornato, il vino buono, i frutti della terra, la generosità, la passione, la poesia, l’amore e tanto altro. Due terzi del patrimonio culturale mondiale, belle perle ai porci. E infatti eccomi qui, a scrivere di nuovo come un assassino che torna sul luogo del delitto.

Ma non l’ho uccisa io. Nei palazzi del potere, dove si decidevano le sorti, si era troppo impegnati a pensare a quanti numeri ci volevano, chi trasformare quel pomeriggio, a chi succhiare l’ultima stilla. Chi voleva tutte le poltrone, chi un paio, e chi solo dribblare la galera. E fuori la gente rischiava la fame. Perché nessun forcone? Perché dopotutto ci fidavamo dell’istituzione, ci ripetevano che era l’unica via possibile per non finire nel sangue, nonostante ci piacesse farci mordere dai vampiri. E se il sangue fosse stata la strada giusta? L’avreste detto voi, alle madri dei figli morti nelle piazze, che desideravano il futuro?

Nonostante tutto, non voglio passare per cinico. Non lo sono. Volevo soltanto la bellezza.

Ed è stata quella a farmi andare via.

«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? […] Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? […] E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. […] il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.»

 (Ugo Foscolo – Ultime Lettere di Jacopo Ortis – 1816)

Commenti

commenti

1 Comment

  1. TuttaColpaDelCielo

    Ho i brividi.
    Sono una di quelli che la frontiera l’ha già passata e ha intenzione di passarla ancora in futuro, eppure a volte… a volte…
    Nostalgia – per il passato.
    Per il futuro, ormai, c’è solo paura.

Rispondi a TuttaColpaDelCielo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

shared on wplocker.com