Il processo d’individuazione: per imparare qualcosa su se stessi

Mar 10, 2013 by

Il processo d’individuazione: per imparare qualcosa su se stessi

Nel 1912, Carl Gustav Jung pubblicò un saggio che segnò la rottura definitiva con Freud, già preannunciata da anni: Simboli della Trasformazione. Seguirono circa cinque anni di “depressione creativa”, durante i quali Jung (come narra nella sua biografia) tornò a scandagliare le basi della sua psiche, e iniziò a materializzare e comunicare con alcune immagini del suo inconscio, le quali gli comunicavano fatti di se stesso che ancora non aveva avuto modo di analizzare. Un esempio importante sta nella voce, femminile, che alla domanda “Cos’è ciò che faccio?” rispose “È arte!”. Da queste immagini non si separerà per moltissimo tempo. Verso la fine della Prima Guerra Mondiale, cominciò ad abbozzare le prime ipotesi sull’inconscio collettivo e la sua struttura archetipica.

Ho scelto di narrare questo stralcio della biografia junghiana poiché mi sembrava significativo cominciare la spiegazione di questo importante principio junghiano, il processo d’individuazione, attraverso delle fonti storiche.
Jung approfondì realmente la sua personale Individuazione solo dopo la scissione con Freud, e riteneva che questo percorso gli permettesse non solo di capire meglio se stesso, ma anche i suoi pazienti, verso i quali gran parte dei suoi pensieri e delle sue intuizioni erano rivolti. Lapidaria è la sua massima, per tutti gli psicoanalisti: “Solo il medico ferito guarisce”; solo l’analista che si fa coinvolgere, che è partecipe della vita del suo paziente, riesce alla fine a guarirlo. Ci sarebbero delle precisazioni da fare, ma le tralasceremo per non deviare il discorso.

Possiamo dire, senza peccare troppo di superbia, che il processo di individuazione costituisce il punto di arrivo del pensiero e degli studi di Jung, verso il quale ogni sua riflessione conduce e per il quale ogni tecnica psicoterapeutica e introspettiva viene rivolta. Il processo d’individuazione è dunque definito come quel percorso interiore di indagine, conoscenza e scoperta di se stessi, verso il quale ogni essere umano è rivolto a suo modo, facendo di questo processo un’esperienza irripetibile e unica. Nonostante questo carattere di singolarità, Jung seppe tracciare delle linee comuni a tutti gli uomini, individuando alcune figure definite “archetipiche”, cioè presenti nell’inconscio collettivo, quindi in tutti gli esseri umani, che andremo ad analizzare.

Jung

Un paio di premesse vanno fatte, prima di afferrare lo zainetto e il bastone e addentrarci nei recessi più profondi della psiche umana.

Quasi tutta la psicologia junghiana è basata sul principio dell’ambivalenza e della polarità: Yin/Yang, Bene/Male, Maschio/Femmina, Forte/Debole, eccetera. Jung riteneva che le polarità fossero necessarie, e un bilanciamento e compensazione di esse fosse fondamentale per l’equilibrio psichico. L’analisi dei sogni junghiana, se per Freud era “desiderio represso”, si basa infatti sul concetto di “compensazione dello stato cosciente”. Un esempio banale: un giorno in cui ero particolarmente in ansia per il corso di teatro della mia scuola, sognai di trovarmi col mio gruppo di teatro e il regista, e ridevamo e scherzavamo come vecchi amici. Io da sveglio non ero felice, anzi, ero preoccupatissimo! Il mio inconscio, tramite il sogno, mi ha ammonito: “Attento: sei troppo unilaterale! Guarda che potrebbe andare anche così, c’è anche questa possibilità dentro di te!” Ogni elemento della psiche, per Jung, ha bisogno del suo opposto, e la tensione degli opposti (da lui definita, riprendendo Eraclito, Enantiodromia) fornisce compensazione e completezza.

Se per Freud l’uomo era un po’ succube dell’inconscio (Es) e non riusciva a controllarlo, e il suo obiettivo era quello di “svuotarlo” e analizzarlo razionalmente, mentre Adler riteneva che l’Io cosciente necessitasse di sopraffare il mondo circostante tramite la volontà di potenza, Jung ha una visione molto “orientalistica”: tutto è in equilibrio, in armonia. Le azioni del nostro inconscio su noi, dunque, non sono mai occulte, votate a farci del male o a vendicarsi o cos’altro: vogliono apportare la compensazione ad una visione cosciente troppo parziale o unilaterale. E, infine, generare l’equilibrio. “La psicologia non può venir esaurita soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di fini, sosteneva Jung. Un aneddoto simpatico sottolinea il concetto: uno psicoanalista freudiano ti chiede “da dove vieni?”; uno junghiano, dopo averti chiesto da dove vieni, ti chiede “dove vai?”.

Per Jung, l’Io (ovvero la coscienza) e l’inconscio dialogano, si rapportano l’un l’altro, e sono entrambi parte della totalità della psiche (il ). Non tutti i componenti dell’inconscio diventeranno coscienti né la coscienza si imporrà sull’inconscio e lo conoscerà del tutto, come auspicava Freud; sono due facce della stessa medaglia che, aiutandosi a vicenda, aiutano la medaglia stessa ad essere più completa e piena. Razionalità e Irrazionalità che si tengono la mano e camminano insieme.

Il processo d’individuazione comincia nel momento in cui ci rendiamo conto e ammettiamo che solo una parte della nostra psiche è costituita dall’Io, ovvero la Coscienza. La nostra società, molto scientista e forse un po’ troppo razionalista, esalta la forza dell’Io cosciente e spesso ci porta a considerare inesistente l’inconscio, o trattarlo come uno scatolone di robaccia repressa che deve diventare cosciente altrimenti stiamo male, o peggio ancora “un ostacolo” da eliminare. Niente di tutto ciò. Ignorare l’inconscio significa condannarsi ad un’esistenza vuota e triste, meri burattini insignificanti, così come ignorare il conscio ci condanna alla pazzia completa. Ambedue sono, e rimangono, fondamentali, tanto per la nostra vita quanto per la nostra salute psichica.

Riconosciuto che l’Io è una parte, Jung ne sottolinea l’importanza: egli interpreta i segnali dell’inconscio che, spontaneamente, appaiono alla coscienza. Così come quando un fiume scivola spontaneamente appena aperta la diga, l’Io deve incanalare nel letto del fiume l’acqua fluente dall’inconscio.

Alla fine, noi non sappiamo cosa sia “materialmente” l’inconscio così come Kant non sapeva cos’era il noumeno, ed è certamente una riduzione meccanicistica considerare l’inconscio come una struttura tangibile e fisica, o comunque quantificabile: quello che sappiamo che c’è, che tramite la nostra ragione lo comprendiamo e lo studiamo, che lo integriamo alla parzialità del nostro Io, e in questo modo ci fa sentire felici, completi, pieni.

Parleremo, in questo testo, dei cinque elementi principali che si incontrano durante il processo d’individuazione, chiamati “archetipi dell’individuazione”, che analizzeremo uno ad uno: Persona, Ombra, Animus/Anima, Vecchio Saggio e . Mi rendo conto che ognuno di questi meriterebbe un discorso approfondito e analitico, quindi mi limiterò ad un’esposizione generale di ognuno di essi.

persona

Deriva dal latino, e significa “Maschera”.

Tutti noi, durante la nostra vita quotidiana, portiamo una “maschera”, un’apparenza, che nasconde la nostra personalità vera al resto del mondo.

Ora, questo non significa necessariamente che la Persona sia un fattore negativo: la cultura post-sessantottina ci porta a vedere le “maschere” come delle cose inutili che non aiutano i rapporti tra gli uomini. “Release your masks!” gridava Freddy Mercury in Innuendo. Ma questo è solo l’aspetto negativo della Persona.

Come accennato poc’anzi, per Jung ogni elemento dell’Individuazione ha il suo opposto: e se la parte negativa della Persona ostacola il rapporto tra gli uomini, il suo lato positivo impedisce agli elementi dell’inconscio di agire indiscriminatamente, e permette all’Io di agire su di essi e regolarli. Persona è l’archetipo dell’individuazione dove l’Io agisce normalmente, e Persona ed Io sono molto legati. Inoltre, ponendo un limite al nostro mondo interiore, Persona ci permette di interagire col mondo e le persone intorno a noi.

Ognuno ha la sua Persona. Essa appare formata sia dagli elementi comuni a tutta l’umanità (nella Persona di chi ci sta di fronte potremmo percepire simpatia, allegria, aria malinconica, serietà, timidezza, audacia…) e che vengono applicati alla maschera a seconda delle nostre inclinazioni, così come Persona possiede sfumature prettamente personali e uniche.

È estremamente importante essere coscienti della propria Persona, e conseguentemente di quale sia il nostro Io cosciente. La stragrande maggioranza degli uomini sono convinti che solo la Persona sia la loro psiche, ignorando inevitabilmente il resto. Una volta che ci si rende conto che la Persona, quindi l’Io, non può esaurire la nostra personalità e che c’è molto altro, si inizia l’introspezione.

I restanti archetipi possono apparire anche in maniera disordinata, e non necessariamente prima uno e poi l’altro. Li ho elencati in questo modo sia perché hanno una loro intima “gerarchia” d’importanza, sia perché normalmente essi appaiono nell’ordine che Jung aveva tracciato (dopotutto, egli non basò mai nessuna delle sue teorie su qualcosa di non riscontrabile empiricamente).

E, appena iniziata l’introspezione, la prima ad apparire è sempre l’Ombra.

ombra

Il nome lascia intuire da sé il suo significato. L’Ombra, come detto, è il primo archetipo dell’individuazione che incontriamo non appena apriamo il terzo occhio e ci guardiamo dentro. E la maggior parte delle persone scappa, inorridita e spaventata.

L’Ombra è la controparte diretta di noi stessi. Contiene in sé e comunica alla coscienza tutti quegli atteggiamenti della nostra psiche che non sono coscienti perché rifiutati, repressi, rifuggiti, o semplicemente impossibilitati ad emergere per via dell’impostazione della nostra vita cosciente. Il mio sogno sul gruppo di teatro era, ad esempio, una manifestazione dell’Ombra, che voleva bilanciare il mio stato cosciente con degli elementi che non avevo preso in considerazione con il mio Io. Gli stessi Tipi Psicologici e la struttura delle funzioni sono impostati in questa maniera: la prominenza di due funzioni nella nostra coscienza (le dominanti) e due funzioni che sono perlopiù inconsce, e sono quindi parte dell’Ombra (le represse).

Ma questa è solo la funzione più superficiale dell’Ombra.

Ciò che veramente terrorizza dell’Ombra è che in essa conserviamo tutte quelle caratteristiche di noi stessi che reprimiamo e nascondiamo, nella speranza di non vederle mai più e di farle sparire dalla faccia della terra. E più si ignora l’Ombra, più l’Ombra si manifesta. Quante volte ci è capitato di fare qualcosa che consideriamo orribile o indegno, quando in realtà, nel profondo del nostro cuore, era proprio ciò che volevamo e desideravamo? Questa è l’Ombra.

Non è malvagia come appare. In parte è “colpa” nostra. Abbiamo fatto finta che quei desideri, quelle necessità, non ci appartenessero, e le abbiamo cacciate dalla mente a pedate. L’Ombra bussa sempre alla porta. E, come ogni invitato a cena a cui non si apre, insiste, bussa più forte, fino a spingere e sfondare la porta, inondando la coscienza con forza. Nei nostri sogni e fantasie, l’Ombra utilizza immagini di mostri, draghi, animali, persone scure o “ombre”.

Un esempio classico dell’Ombra è quello costituito dal “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: il serio e pacato Jekyll, il pazzo e orribile Hyde. Entrambi, in realtà, sono parte di noi stessi, ma normalmente siamo portati a simpatizzare per Jekyll (l’Io) e ripudiare Hyde (l’Ombra).

È importante imparare ad integrare l’Ombra, il nostro Mister Hyde. Le parti più orribili della nostra psiche sono, pur sempre, la nostra psiche. Non ne traiamo niente di buono a fare finta che non ci siano, anzi. Questo non vuol dire che dovremmo sempre essere dei pazzi Hyde e dimenticarci di essere anche Jekyll: significa semplicemente farli sedere nella stessa stanza, parlare ad entrambi e farli conoscere.

Abbiamo molto parlato della parte negativa dell’Ombra, ma detto nulla sulla sua forte carica positiva. L’Ombra fornisce l’energia allo stato puro, sostiene vigorosamente l’uomo nel suo agire nel mondo. Una volta riconosciuta e integrata, l’Ombra è una compagna di vita essenziale, la nostra batteria inesauribile, capace di darci vigore e forza anche quando sembrerebbe tutto perduto. Ci fa sentire adrenalinici, potenti, invincibili.

Generalmente, subito dopo l’Ombra, gli archetipi dell’individuazione a mostrarsi alla nostra coscienza sono Animus e Anima.

Spesso noi parliamo di uomini e donne come se fossero due sessi e due entità psichiche separate, distinte. Jung, così come migliaia di filosofi prima di lui (gli orientali, Platone…) avevano ben capito che così non era, così come la biologia moderna ha inoltre scoperto la presenza di estrogeni nell’uomo e di testosterone nella donna. Ma fu da un’intuizione psicologica che Jung risalì ad Animus e Anima.

Definiamo Animus come la parte maschile di ogni donna, e Anima come la parte femminile di ogni uomo. Generalmente inconsce, si propongono di bilanciare la sessualità e la psiche dell’essere umano, integrando aspetti psichici “femminili” nell’uomo e “maschili” nella donna. Entrambi, come vedremo, forniscono un ponte tra conscio e inconscio. Proporremo un discorso generale per entrambi gli archetipi.

Anima

Assolutamente da non confondere con “anima” intesa come lo spirito, il soffio vitale o la psiche. Anima fornisce, al maschio, la sua controparte psichica femminile, quasi sempre inconscia, e fortemente influenzata dalla figura materna.

Nei sogni e nelle fantasie, Anima si manifesta come una donna, un’entità angelica, una dea, una musa, una bambina, una ragazza, un’amica, una puttana, una strega, e via dicendo. Beatrice per Dante, come Laura per Petrarca o Silvia per Leopardi; esse sono alcune manifestazioni dell’Anima nella letteratura.

Anima influenza fortemente la psiche cosciente del maschio, in particolar modo la sua parte spirituale, sensibile e romantica. Nonostante i maschi, generalmente, si considerino forti, virili, incrollabili, si scoprono profondamente deboli e inferiori di fronte all’Anima, che spesso agisce subdolamente e direttamente al cuore della nostra esistenza. Molti uomini vanno fuori di testa a causa delle influenze negative dell’Anima, che demolisce pezzo per pezzo la loro virilità e le loro certezze. Ovviamente, Anima non è maligna: semplicemente, cerca di integrarsi nella coscienza. Il fatto che si impazzisca è perché, per un motivo o un altro, non si riesce ad accettarla.

Anima, nella sua parte positiva, fornisce creatività, sensibilità e maggior flessibilità emotiva nel maschio. Come Animus, è un ponte tra il conscio e l’inconscio: tantissime illuminazioni o prese di coscienza avvengono sotto la guida e i consigli dell’Anima, che fornisce un’ancora sicura e una base per l’indagine inconscia. La compensazione dell’Anima nel maschio fornisce maggiore apertura del pensiero e un aumento della sensibilità e del rispetto delle emozioni. I maschi che imparano ad apprezzare e considerare la loro Anima possono sentirsi più flessibili, versatili e capaci, e per questo più forti e sicuri di loro stessi.

animusCome l’Anima è la controparte femminile dell’uomo, Animus fornisce, alla donna, la sua controparte psichica maschile, quasi sempre inconscia e influenzata dalla figura paterna.

Nei sogni e nelle fantasie, Animus si manifesta come un uomo, un cavaliere, un eroe, un principe azzurro, un bambino, un amico, ma anche come un demòne, un bandito, un ladro, uno stupratore, e via dicendo. Gli idoli delle teenagers, ad esempio cantanti, ballerini o un personaggio televisivo, così come l’eroe delle fiabe che salva la principessa, sono alcune proiezioni e manifestazioni dell’Animus.

Animus integra la psiche della donna apportando il coraggio, la fermezza e la tenacia di sapersi imporre sul mondo circostante. A differenza dell’Anima, è generalmente meno subdolo e più diretto e “d’impatto”. Una volta che la donna ha preso coscienza della propria femminilità, Animus irrompe nella coscienza e cerca di integrare la parte maschile mancante, in grado di rendere la donna indipendente, sicura di se stessa e forte.

Nella sua controparte negativa, Animus diviene un malvagio e pericoloso nemico. Un esempio concreto di Animus negativo lo si può vedere nelle donne vittime di violenza che, inconsciamente, non riescono a separarsi con facilità dall’influenza dell’Animus che si proietta sullo stupratore (e, spesso, sentendosi in colpa loro stesse), rendendo l’Animus un ostacolo feroce e terribile, che ferisce nel profondo, rendendo quasi impossibile una maggiore indipendenza psichica.

Animus, come Anima, è una guida fondamentale per l’indagine psichica, ed è un ponte tra il conscio e l’inconscio. Come poc’anzi accennato, le donne che integrano l’Animus acquisiscono l’indipendenza e la forza per affrontare il mondo senza necessitare continuamente di sostegni esterni.

Successivamente a Persona, Ombra e Animus/Anima, si presenta il Vecchio Saggio.

saggio

Come da nome, il Vecchio Saggio è l’archetipo che “sa”.

Il Vecchio Saggio racchiude in se stesso tutte le potenzialità dell’individuo, le sue prospettive e capacità. Gli anziani, in virtù della loro avanzata età, si presentano come coloro che sanno perché sono passati attraverso molte esperienze (che, psichicamente, si racchiudono in Persona, Ombra, Animus/Anima) e, giunti alla fine, hanno appreso come vivere adeguatamente. Figure come appunto il Vecchio, il Mago, il Prete, il Filosofo, l’Intellettuale, sono simboli che rappresentano il Vecchio Saggio (ad esempio, possiamo citare Mago Merlino, Gandalf, Saruman, Silente, ma anche San Bernardo nella Divina Commedia o l’Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge).

Nei nostri sogni e fantasie, il Vecchio Saggio può essere rappresentato in diversi modi. Innanzitutto, tutte le figure che noi riconosciamo essere “sagge” o “virtuose”, o comunque dalle quali possiamo apprendere come allievi dai maestri (genitori, insegnanti, zii, personaggi del passato, intellettuali, etc.); poi, può essere anche rappresentato come una figura generica, un “indizio di sapienza”, che guida o dà un consiglio – che in genere vale la pena seguire; ma possiamo trovarlo anche come un infante, che può simboleggiare la purezza della conoscenza primordiale (è da notarsi come la figura del bambino può ritrovarsi in più archetipi dell’individuazione: questo sia perché l’infanzia è una componente fondamentale della nostra psiche, ma anche perché l’infante è un archetipo a sé stante che si “modella” a seconda delle necessità).

Come per tutti gli archetipi, anche il Vecchio Saggio è ambivalente. Certo, a noi risulta difficile pensare come una figura così generalmente positiva; ma se andiamo oltre questo velo, notiamo come anche il Vecchio Saggio abbia la sua controparte negativa.

L’esempio più classico è quello della cocciutaggine da antico pensiero: siccome è “vecchio”, vuol dire che “sa” a priori, e per questo è incapace di aprirsi a nuovi orizzonti. Questa parte del Vecchio Saggio, quando si manifesta, impedisce all’uomo di evolversi verso la via in cui si è diretti, e spesso significa che c’è qualcosa da risolvere o analizzare nel nostro passato, prima di proseguire nel percorso e nell’evoluzione. Il Vecchio Saggio non è, dunque, solo un archetipo rivolto al potenziale e alle capacità future in virtù del fatto di aver appreso dal percorso psichico che ha condotto, ma è anche rivolto a ciò che è stato nel nostro passato (come detto poc’anzi, ha vissuto, e dunque “sa”). Altri esempi possono essere i “guru” moderni ai vertici delle sétte, che influenzano le nostre azioni con una presunta conoscenza acquisita, oppure figure che riteniamo sagge ma scopriamo essere in realtà corrotte e infinitamente indecenti.

Il Vecchio Saggio è probabilmente il punto più alto della conoscenza interiore, perché si manifesta dopo aver “attraversato” i tre archetipi precedenti. Tuttavia, non è ancora la “completezza” della nostra psiche. Passiamo, dunque, all’ultimo archetipo: il Sé.

sé

Probabilmente il più affascinante e misterioso tra tutti gli archetipi dell’individuazione, il Sé è l’archetipo della completezza e della totalità. I suoi simboli principali sono il cerchio, la croce, la pietra, il quadrato, il mandala e l’albero. Essendo l’archetipo della totalità della psiche, rimane necessariamente in parte incosciente poiché, appunto, racchiude anche l’inconscio.

Il Sé abbraccia, nella sua totalità, sia ciò che è stato da noi vissuto coscientemente sia inconsciamente. Nei sogni e nelle fantasie, appare come una “personalità superiore”, in grado di  sapere tutto lo scibile possibile (un Oracolo, un Profeta, Dio), oppure come lo scenario di confronto epico di forza/debolezza, luce/ombra e simili, che si scontrano , si uniscono, si dividono (un esempio classico è il cavaliere valoroso e potente contro il drago feroce). Sempre nella Divina Commedia, ad esempio, i tre regni hanno struttura circolare, così come molte delle anime del Paradiso sono delle piccole sferette o cerchi luminosi (perché pieni e completi grazie a Dio), ed è particolarmente notevole il verso del Canto I del Paradiso, vv. 39: quattro cerchi giugne con tre croci” (quattro, tre, croce e cerchio, tutti simboli che indicano lo sviluppo della totalità psichica e il suo raggiungimento).

Il Sé, pur essendo concettualmente un “tutto” e pur apparendo anche come uno scontro di entità titaniche opposte (Dio-Lucifero, Bene-Male, per dirne un paio), rimane incredibilmente fuori dagli schemi della nostra psiche; per dirla alla Jung, tertium non datur: non abbiamo un termine di paragone sul quale basarci.

Ciò rende il Sé un’entità quasi trascendente, e sembrerebbe a prima vista essere solo una speculazione umana priva di qualsiasi concretezza. Ma esso non è un puro costrutto filosofico, non si basa sul semplice esercizio del ragionamento, poiché abbiamo numerosi fatti che evidenziano la sua presenza nella psiche e nella storia dei popoli (i simboli e le entità sopra accennate sono esempi abbastanza sufficienti). Inoltre, l’esperienza diretta col Sé lascia un’impronta indelebile, difficilmente dimenticabile dalla persona che la subisce, e che si manifesta di conseguenza nel suo agire cosciente.

I miracolati, le persone che vedono la Madonna o toccate dalla “grazia divina”, gli illuminati buddhisti… queste persone hanno fatto esperienza dell’archetipo del Sé, e spesso si sentono, appunto, come toccati da Dio stesso, perché Dio simboleggia la totalità e la perfezione tanto quanto il Sé.

Ma, come tutti gli archetipi, anche il Sé ha la sua controparte negativa. Megalomania estrema e cieca, radicalizzazione religiosa o intellettuale, possono essere manifestazioni di una percezione malata del proprio Sé. Un’esperienza negativa col Sé, inoltre, può essere in grado di distruggere letteralmente una persona, o renderla incapace di percepire la sua totalità e discerne i singoli elementi di se stesso, fino alla degenerazione psichica più completa.

In realtà, ben poco si è potuto dire sugli archetipi dell’individuazione, e sull’individuazione in generale, senza scrivere quattrocento papiri. Per quanto riguarda la teoria, come già detto, cercherò presto di portare degli approfondimenti ai singoli archetipi, e di trattare anche di quelli “minori”. Per quanto riguarda la pratica, invece, nessuno può insegnare l’Individuazione.

Questo perché tocca alle singole persone fare esperienza delle figure del proprio inconscio, di analizzarle e osservarle nella propria immaginazione e nei propri sogni, saper recepire il loro messaggio e il significato che vogliono trasmettere. Ignorare o disprezzare una parte di sé, quasi sempre, porta ad una difficoltà nell’evoluzione personale e nella presa di coscienza, e nei casi più gravi anche a dei disturbi psicologici. La psicoterapia (e in particolare quella junghiana) ci aiutano ad individuare e comprendere le figure dell’inconscio qualora non fossimo in grado di percepirle da soli, ma sta sempre a noi saperle accettare e assorbire nella nostra esistenza.

L’Io, anche se sembra avere un ruolo marginale nell’Individuazione, in realtà è molto importante poiché fornisce il nostro punto di appoggio e la nostra capacità di analisi e discernimento, oltre a consentirci di rimanere integri e coi piedi ben per terra, mentre ci si sta nutrendo della linfa vitale fornita dall’inconscio. Chiunque abbia intenzione di partire alla scoperta di se stesso, sappia che non si tratta di un viaggio facile, e sempre ricchissimo di sorprese, novità e sfide da affrontare, anche pericolosissime, dove spesso la posta in gioco è altissima.

La cosa più difficile per un uomo è, probabilmente, capire se stesso. Sappiamo ancora molto poco sulla psiche, e ben poco la psiche ci aiuta nel farsi capire. Jung fornisce una traccia, una via, e la sua scuola psicoanalitica e gran parte della psicologia si è evoluta su questa scia senza perdere di vista il significato originale delle sue parole, pur fortunatamente non rimanendo incatenata al suo verbo.

La cosa importante è, in ogni caso, cercare di tenere sempre aperto l’inner eye, il terzo occhio che si staglia sull’interiorità, di saper osservare con interesse e un po’ di dedizione il proprio contenuto psichico, dargli importanza e valore, e portarlo nella propria vita senza  mai dimenticarlo, né fossilizzarsi su di esso: siamo esseri umani che vivono con esseri umani, dopotutto.

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9 Comments

  1. TuttaColpaDelCielo

    Riuscire a capire Jung non è da tutti.
    Riuscire a spiegarlo – per quanto in maniera basilare -, poi, è ancor più raro.
    Complimenti (:

  2. io oi

    Negli incubi di un tipo IS*J , potrebbe manifestarsi l’Ombra rappresentando il “cambiamento” (NE) .. ?

  3. Fra
    Nemo

    io oi, dipende da cosa intendi per incubo e cosa intendi per cambiamento. Non necessariamente l’Ombra si manifesta sotto forma di incubo, poi.
    Rispondendo in maniera generale, sì, potrebbe essere guidata dalle necessità inconsce della Ne a lungo ignorate. Tuttavia, questa è una spiegazione molto superficiale, poiché andrebbe valutato il tipo di necessità che l’inconscio vuole far emergere o far notare alla coscienza, e non necessariamente è qualcosa che riguarda la funzione repressa (anche se spesso lo è). L’interpretazione dei sogni junghiana, tuttavia, è estremamente più complessa e costellata di simboli, e questa è solo una linea generica =)

  4. Brotherhood

    Mi unisco ai complimenti di cui sopra. Davvero pregevole. Ho un paio di precisazioni da proporre:
    1. nn so per l’illuminazione buddista, ma per il cristianesimo nn necessariamente chi vede la madonna è un “integrato”; più facile che sia un soggetto psichicamente labile (patologie da scissione?);
    2. ogni teoria psicanalitica è valida se tiene dal punto di vista pratico-operativo. Non si farà mai abbastanza attenzione a questo aspetto, soprattutto oggi. Chi intraprende quel bellissimo e affascinante viaggio alla scoperta di se’ nn potrà mai prescindere dal suo “accompagnatore”. Da cui la cura somma e l’attenzione massima nello sceglierlo. Non per nulla Dante si affidò a Virgilio e non a ser Brunetto…

  5. Fra
    Nemo

    Grazie mille, Brotherhood =). Rispondo alle tue osservazioni:
    1) Hai ragione, non necessariamente chi fa, ad esempio, esperienza della Madonna integra quell’esperienza del Sé e ne fa parte integrante della sua totalità (ma anche l’illuminazione buddhista può essere “distruttiva”, proprio a causa dell’ambivalenza del Sé). Quello che è importante notare è che il Sé si è effettivamente manifestato tramite quell’esperienza (“la visione della Madonna” o l’Illuminazione), che però la coscienza può essere o meno riuscita ad analizzare o a comprendere a pieno; se, poi, l’esperienza fatta con il Sé è particolarmente intensa e la coscienza non riesce a imporsi su di essa, si verifica un predominio dell’inconscio quella che hai definito come “patologia da scissione”, chiamabile anche schizofrenia o in tanti altri modi. Questo, almeno, secondo il pensiero junghiano 🙂
    2) La pratica d’Individuazione è costellata di guide e di aiutanti interiori, oltre che del sostegno esterno dell’eventuale psicoanalista se l’individuo ne necessita, anche e soprattutto a seconda di ciò che sono le qualità e le abilità personali di ognuno. Non si fa individuazione allo stesso modo (altrimenti sai che palle…).
    La figura dell’accompagnatore in generale, per Jung, è a sua volta un archetipo, chiamato dai greci (e in particolare da Socrate) “daimon”; esso, però, si manifesta in tanti modi e in tante occasioni diverse, anche a seconda di cosa in quel momento si presenta alla coscienza dell’individuo. Ci sarà un accompagnatore per l’Ombra (come Virgilio, interpretato dai dantisti come la “Ragione” e la “Saggezza”), uno per l’Anima o l’Animus (Beatrice) e uno per il Vecchio Saggio (San Bernardo); sono ovviamente delle generalizzazioni. Purtroppo è difficile stendere un quadro generale degli accompagnatori individuali, proprio perché ognuno si fa guidare in modi diversi in circostanze diverse. Potrebbe anche non esserci un accompagnatore, ma solo un “impulso” di quell’archetipo, o un’immagine, o altro. “Le vie dell’inconscio sono infinite” XD. Sta all’acume di ognuno (e ancora di più dello psicoanalista) capire cosa il proprio inconscio vuole comunicare alla coscienza, e fare comunicare entrambi =)

    Mi scuso se non si capirà qualcosa, ma sono abbastanza distrutto e ho un febbrone pesante D:

  6. Antonio Masi

    Complimenti, ti stimo e ti ringrazio per aver condiviso questo sapere con me.

  7. Valerio

    Ciao Francesco, complimenti per l’articolo ! Sono uno studente di psicologia e sto preparando l’esame di psicologia della personalità, nel quale – tra gli argomenti – appare anche Jung. Se ti va possiamo sentirci per approfondire alcuni aspetti circa l’individuazione e l’archetipo del Sè.
    Valerio

  8. Fra
    Fra

    Ciao Valerio!
    Sono anch’io studente di psicologia, guardacaso! Se vuoi contattarmi, scrivi pure alla mail del blog (la trovi nella sezione “Contattaci” in cima alla pagina) e ci scambiamo i contatti 🙂

  9. A

    Il genio di Jung mi ha illuminato davvero su molte cose, e profondamente. A parte l’intuzione incredibile dietro la sua teoria del “tipi psicologici” (che senza remore considero di gran lunga il più al contempo generico eppure preciso di dar una spiegazione di alcune caratteristiche umane), al secondo posto metterei proprio quella del processo di individuazione. Per chi è sufficientemente “lungimirante”, per dirla un po’ simpaticamente, è un qualcosa di imprescindibile se si vuole avere una migliore consapevolessa di sè. Combinare questi due punti è una base di partenza ottima. (Di partenza, sia chiaro). Per quanto mi riguarda, pur essendo giovine ho capito di esser giunto da tempo o vicino e rocambolescamente al vecchio saggio – anzi, forse l’esser giunto troppo presto ha dato al contempo forti lati d’ombra. I miei lati ombrosi non li ho quasi mai lasciati seppelliti, la controparte femminile non ho mai avuto paura a mostrarla, ma questo “giovane saggio” (o saggio ancora imberbe) ha ancora molta strada davanti. Che del resto sarebbe senza dubbio molta di più (e senza meta) senza aver conosciuto Jung.

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