A cosa serve la filosofia?

Lug 27, 2012 by

A cosa serve la filosofia?

Qual è l’utilità della filosofia, il suo scopo pratico? Perché si dovrebbero studiare personaggi strambi che hanno detto tutto e il contrario di tutto? Al giorno d’oggi, a cosa serve la filosofia? Queste domande si sentono porre abbastanza spesso e l’equazione “filosofo = ciarlatano inconcludente” è accettata da buona parte (forse la maggior parte) della gente. Dal momento che la filosofia è la mia passione (nonché il percorso che intendo intraprendere all’università), e dal momento che ritengo sia estremamente utile e “pratica”, mi sento chiamato in causa e portato a rispondere. Ho deciso di stilare un elenco per punti, certamente incompleto e magari non particolarmente illuminante, conto di migliorarlo una volta iniziata l’università.

Innanzitutto c’è da capire cosa si intende per pratico, perché se dicendo che la filosofia è inutile si intende che non ti insegna a costruire aerei o a trovare bosoni di Higgs, allora questo è evidente a chiunque e non è un gran problema, visto che a quei problemi ci pensa qualcun altro.

La filosofia non si occupa di indagare questioni particolari che possono interessare solo qualche persona in qualche momento della vita (l’ingegnere che deve progettare l’aereo o i fisici al CERN), ma delle questioni universali che riguardano tutte le persone in tutti i tempi. Nel corso della risposta elencherò quelli che, per quanto riguarda la mia esperienza, sono stati risultati pratici notevoli derivanti dall’aver studiato filosofia.

[ndA: in seguito ad una osservazione preciso che non intendo dire che le scienze siano soltanto qualcosa di pratico: gli esempi riportati sopra  stavano ad indicare esempi di cose “pratiche” nel senso che portano a risultati tangibili; caso vuole che siano anche scientifici, e effettivamente avrei dovuto scegliere esempi differenti per evitare che scienza e pratica sembrassero andare necessariamente di pari passo. Aggiungo allora il fare un gelato e riparare un tavolo come esempi pratici e non direttamente scientifici.]

Primo: se siamo sprovvisti di cultura filosofica, storica, letteraria, rischiamo di assolutizzare il presente e di ritenere che tutte le scoperte e i luoghi comuni che si ritengono veri in questo tempo sono quelli “veri”, mentre il passato era un ammasso di sciocche superstizioni. Questo è falso: ci vuole una cultura sull’epistemologia (la branca della filosofia che si occupa di capire come funzionano le scienze) per capire che nessuna e ribadisco nessuna (neanche la matematica) scienza è “vera” in ogni tempo e in ogni luogo, ma che successive scoperte possono ribaltare tutte le attuali conoscenze e una certa scienza ha senso in un ben preciso campo d’applicazione (la geometria euclidea – la geometria che tutti conosciamo insomma -, perde di significato a piccolissime o grandissime scale e in tal caso bisogna affermare che, ad esempio, «due rette parallele si incontrano in un punto»). Se si vuole capire qualcosa della scienza bisogna saperne anche di questo, altrimenti appena salta fuori il sopracitato bosone si comincia a dire «ecco, la particella di Dio», come se dare massa alle altre particelle potesse avere una qualche implicazione metafisica o religiosa o “spiegasse” qualcosa che prima era riservato a Dio. La filosofia ti fa rendere conto che ci sono migliaia di convinzioni che sembrano estremamente ovvie che, ad una analisi superficiale, si rivelano difficilissime da giustificare. Cos’è il tempo, cos’è la coscienza, da dove diavolo traiamo il senso di cosa è giusto, cos’è la libertà, cos’è una “matita” e se togliamo un atomo alla volta quand’è che smette di essere matita e diventa qualcos’altro? E quindi, allo stesso modo, cosa sono io e quanto si può dire che rimango lo stesso se cambia ciò di cui sono fatto materialmente e anche le mie idee, i miei ricordi mentalmente? Capiamo quindi che ci sono tantissime cose che semplicemente non sappiamo e che dovremmo dare meno per scontate, e quindi possiamo anche apprezzare e rispettare maggiormente gli altri nelle discussioni.

Secondo: tantissimi filosofi hanno affermato tesi completamente diverse sugli stessi problemi. Questo a prima vista può sembrare un difetto, la prova che si tratta “solo” di ciarlatanerie. Ebbene studiando capisci che sí, molto (non tutto) nella filosofia è “ciarlataneria”, ma ciò ci fa rendere conto di qualcosa di grandioso: le maggiori idee non sono nate da uomini completamente isolati che hanno prodotto idee per conto loro, bensí nascono dal fatto di avere un enorme massa di idee e pensatori passati e presenti da consultare e soprattutto con cui discutere in modo critico. Il conflitto e la differenza di idee non è un segno di debolezza, ma qualcosa da cui le idee possono rinforzarsi, essere piú vive, eliminare le parti folli. Da questo impariamo che da soli possiamo fare ben poco mentre continuando a metterci in discussione e a parlare con altri possiamo sviluppare maggiormente il nostro essere. Ciò chiaramente non significa dire che “è tutto vero” o che “va tutto bene uguale”, anzi: non avrebbe senso alcun confronto se non ci fosse una “verità” ideale su cui confrontarsi. Significa solo avere presente davvero che nessuno ha la verità in tasca e che possiamo avvicinarci soltanto unendo le forze e scontrandoci con gli altri.

Terzo: proprio il fatto di studiare idee, discussioni e pensatori passati e presenti ti mette a disposizione moltissime riflessioni su problemi che tornano prepotentemente ogni giorno. Le teorie politiche sono state sviluppate da filosofi, e in generale hanno affrontato vari luoghi comuni e idee errate dei loro tempi che tendono a ritornare in (quasi) ogni tempo. Ebbene la filosofia fornisce delle risposte, dei modelli di ragionamento, la capacità di individuare errori che ti permette di risolvere meglio alcune questioni. Si impara quindi a non farsi imbambolare da discorsi dei politici perché si sa già l’idea di fondo che stanno trasmettendo, o a non cedere a luoghi comuni perché si sa dove sbagliano. Esempio concreto: se in una discussione qualcuno mi dice che l’omosessualità è qualcosa di contro-natura so bene i parecchi errori di fondo che la persona commette e posso affrontare la discussione in modo ragionevole. Ho scritto di questo argomento e molti gay e lesbiche adesso sanno che la questione è mal posta e cosa rispondere in certi casi, ed è una piccola goccia dell’oceano che li fa sentire meglio. Questo io lo chiamo risultato pratico!

Quarto: come detto prima, le teorie politiche sono state prodotte da filosofi. La filosofia non è solo speculazione metafisica estraniata dal mondo: gli illuministi ai loro tempi hanno pensato, scritto, discusso e diffuso idee innovative su come riformare i sistemi politici, della giustizia, sui rapporti con la religione, sull’utilizzo della propria ragione anziché sull’affidarsi all’autorità. Hanno cambiato il corso della storia, e in meglio, molto in meglio. Ci sono molti stili di fare filosofia: ed esiste anche questo, e ha un impatto molto forte sulla storia e quindi sulle vite di tutti noi.

Quinto: alcuni dicono che la filosofia dà le risposte. Per quanto in alcuni casi possa essere vero, io penso che sia piú esatto dire che la filosofia ti dà le domande. Studiando, e magari anche semplicemente con le esperienze di vita, si matura la consapevolezza che il nostro personale modo di vedere le cose è estremamente diverso da quello di chiunque altro; a causa della nostra personalità, di ciò che conosciamo etc. Per fare un esempio banale, se prendi uno psicologo e un letterato e li metti di fronte alla stessa persona che parla dei libri che ha letto, alla fine della discussione lo psicologo si sarà fatto un’idea sulla personalità e su alcuni aspetti di questo tizio, mentre il letterato non li avrà notati (non in modo cosí chiaro e profondo, almeno). Lo psicologo però non avrà un quadro dei gusti letterari, del periodo, di ciò che piace e non piace a questo tizio quanto il letterato, che invece grazie alle sue conoscenze è stato in grado di carpire molte piú informazioni di quelle che venivano esplicitamente dette. Questo per dire che in base a ciò che conosciamo ci sono aspetti della realtà che riusciamo ad “acchiappare”, a fare nostri e valutare, mentre altri per forza di cose ci sfuggono, scivolano via, vanno persi per sempre. Studiando filosofia ti accorgi di appropriarti di cosí tanti concetti e idee e riflessioni che nelle conversazioni con le persone riesci a capire le loro idee di fondo e a rendere significativa la conversazione in modo estremamente migliore di quanto non fosse prima. Inoltre in tutte le attività e i problemi quotidiani si è in grado di notare aspetti che prima neanche esistevano, che non si vedevano proprio!

Sesto: la crescita personale. Ho personalmente imparato ad abbandonare la visione ingenua per cui tutti possono potenzialmente fare tutto e a capire che abbiamo pregi e difetti, giusto per dirne una. Mi è piaciuta molto la filosofia/psicologia di Jung sui tipi psicologici che ha una immediata applicazione pratica. Tramite le attitudini e ciò che ti riesce meglio questa tecnica individua con facilità i tuoi punti deboli, quelli messi in ombra e che devono essere sviluppati, pur con estrema difficoltà. Ed è molto interessante che tramite un sistema di categorie (ci sono 16 tipi psicologici stando all’approfondimento di Myers-Briggs) si può capire anche il tipo a cui appartengono le persone che conosci, avendo chiaro in mente quali sono i punti di forza e i punti deboli, come rapportarsi meglio e via discorrendo. Questo è solo un esempio, molto personale perché io ho trovato del buono in questa teoria. Ma in generale i filosofi hanno scritto e ispirato la crescita personale di moltissimi lettori con apertura mentale e la disposizione a cambiare stile e modo di vedere la realtà.

Inoltre, vorrei aggiungere che le varie scienze sono nate dalla sottostante speculazione, riflessione e ricerca filosofica (dalla fisica alla biologia all’astronomia alla psicologia alla matematica ecc ecc). Ultimissimo appunto: filosofia non significa parlare per aforismi o dire «Schopenhauer ha detto che», non sono tizi che parlano a caso e tu scegli quello che ti piace. Ci sono argomenti, critiche, ragionamenti, e tutto questo nutre la mente e lo spirito.

Ecco perché ritengo estremamente utile e pratica la filosofia!

Commenti

commenti

10 Comments

  1. F

    Ciao.
    Io sono laureato in una materia scientifica pura, mi piace la Filosofia e me ne interesso un po’. Avevo qualche idea sul perché serve, ma ora che ho letto le tue motivazioni ho capito qualcosa in più. Complimenti per il bell’articolo! In bocca al lupo per l’università!

    Ciao 😉

  2. Alex

    Crepi il lupo e grazie del commento, mi fa piacere che l’articolo sia stato interessante! Vieni dal forum dei maghi? xD

  3. F

    Prego
    No, non conosco tale forum. Perché, sembro un mago? 🙂

    Puoi dirmi dove hai scritto come confuti l’idea che l’omosessualità sarebbe contro natura? Mi interessa leggere il tuo approccio filosofico!

    Grazie

  4. Alex

    Ah no, niente, storia lunga (stringando, ho trovato un forum dove la gente crede alla magia e mi sono finto mago in missione dicendo che dovevo reclutare 9 di loro per vedere quanti ci cascavano e… alcuni ci hanno creduto. E poi un utente mi ha beccato e ha linkato questo blog cosí ho ricevuto un casino di visite da loro; dal momento che non ricevo spesso commenti pensavo potesse essere collegato al boom di visite e che quindi venissi da lí, invece è solo una casualità 😉 ).

    Qui c’è l’articolo: http://www.lastessamedaglia.com/2011/02/contro-natura/ È un po’ lunghetto, e consiglio anche la lettura di due racconti sempre miei:

    http://www.lastessamedaglia.com/2011/12/il-marziano-e-la-natura/

    http://www.lastessamedaglia.com/2010/05/nihil-sub-sole-novum/

  5. F

    Ho letto la storia dei maghi prima che vedessi il tuo commento di risposta. Mi sto leggenddo per bene il tuo blog!

    Ribadisco la mia perplessità sull’esistenza di un tale forum di “maghi”(assurdo, tipo una setta). Ora leggo gli altri due racconti 🙂

    Ciao

  6. CriiiMeow

    Ciao! ;D Ho appena scoperto il tuo blog e mi sa proprio che diventerò una tua fan XD
    Ascolta ti vorrei chiedere il tuo parere; Io ho 18 anni e voglio diventare regista, ma non so più dove sbattere la testa, voglio delle certezze!
    Parlando con più persone e leggendo testimonianze sul web ho appurato che il DAMS è l’ inutilità fatta a “università” e che prima di un corso di regia devo intraprendere uno studio umanistico.
    Mi è stato vivamente consigliato da una signora rimasta follemente delusa dal DAMS, di dedicarmi a studi filosofici: ti aprono la mente su tutti gli ambiti (dallo scientifico al letterario), ti danno gli strumenti per riuscire a interpretare il passato, presente e vedere un po’ più in là rispetto alla massa. Ti insegnano a ragionare.
    Parlando, invece, con una signora laureata in filosofia, m’ ha vivamente consigliato di non fare un’ intera università di filosofia, perché perderei tempo; perché quando andrò a far la regista mi sembrerà tutto arabo.
    Allora mi ha suggerito di andare ad un’ università di lettere e dare molti esami di filosofia.
    Secondo lei, infatti, la filosofia è una materia che sì, ti permette di coltivare un tuo personale ragionamento, ma allo stesso tempo è del tutto inutile se non la si affianca allo studio di una “vera” materia.
    Io dal canto mio sono profondamente combattuta. Mi ha accennato, sebbene superficialmente, cosa si studia negli anni della specializzazione. Quando ho sentito che viene applicata al campo scientifico, mi sono illuminata.
    Perché io quando invento dei racconti, tendo sempre al genere fantascientifico, ma non una fantascienza campata per aria, ma ricerco sempre, forse anche troppo maniacalmente, una base scientifica; DEVE QUADRARE TUTTO. E allora mi sembra che lo studio della filosofia sarebbe perfetto perché mi dà il potenziale per comprendere anche i meccanismi della scienza, o di tutto ciò a cui voglio avvicinarmi.
    Invece un’ università di lettere cosa fa? Mi emargina, il mio mondo inizierebbe e finirebbe con la letteratura e semmai anche con la storia.. Dubito fortemente che a lettere ci sia filosofia legata alla scienza^^”
    Ma allo stesso tempo, delle basi letterarie mi servirebbero; primo per la conoscenza di tecniche letterarie, della grammatica… Competenze che non sembrerebbero fornite dalle università di filosofia.

    LA DOMANDA DUNQUE E’: Tu sapendo che voglio far la regista per la mia formazione culturale, personale, critica.. che mi consiglieresti??

    Dio se rispondi te ne sarò grata per sempre.

    SALUTI CRISTINA

  7. Ciao! Io studio economia e mi trovi perfettamente d’accordo con te, mi è molto piacuto il tuo post e sono contento che sia riuscito a spiegare un minimo a cosa serve la filosofia.

  8. Tiziano

    Ti amo. Finalmente delle parole sensate sull’argomento. Davvero, ti amo.

  9. Concordo con i punti tre e sei. Dubbi sui punti uno e quattro.Comunque una analisi ben strutturata e proponibile anche a chi non ha mai letto una sola pagina di un testo filosofico.

  10. A

    il mio commento sarà solo nelle parole di Russell, tratte dal suo libro famoso dei problemi della filosofia.

    “Di fatto, il valore della filosofia va in larga misura cercato proprio nella sua incertezza. L’uomo che
    non ha neanche un’infarinatura di filosofia passa attraverso la vita chiuso nei pregiudizi dettati dal senso
    comune, dalle opinioni più comuni del suo tempo e del suo paese, e dalle convinzioni cresciute nella sua
    mente senza la cooperazione né il consenso della volontà e della ragione. Per un tale uomo il mondo tende a
    divenire definito, finito, ovvio; gli oggetti della vita quotidiana non pongono problemi, e le possibilità insolite
    vengono respinte con disprezzo. Non appena ci accostiamo alla filosofia scopriamo invece, come abbiamo
    visto nei primi capitoli di questo libro, che anche le cose più quotidiane conducono a problemi ai quali
    possiamo dare solo risposte molto incomplete. La filosofia, pur essendo incapace di dirci con certezza quale sia
    la vera risposta ai problemi che essa stessa pone, sa suggerire molte possibilità che allargano l’orizzonte dei
    nostri pensieri liberandoli dalla tirannia della consuetudine. Diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi
    delle cose come sono, essa aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere; scuote il
    dogmatismo alquanto arrogante di coloro che non sono mai entrati nella regione del dubbio liberatore, e tiene
    desta la nostra meraviglia mostrandoci cose familiari sotto un aspetto inconsueto.
    A parte questa utilità di mostrarci possibilità inattese, il valore della filosofia — forse il suo valore più grande
    — viene dalla grandezza degli oggetti che essa contempla e dalla liberazione dagli scopi personali e meschini
    che ci viene da questa contemplazione. La vita dell’uomo guidato dal puro istinto è tutta chiusa nel cerchio dei
    suoi interessi privati: vi possono essere inclusi la famiglia e gli amici, ma il mondo esterno interessa solo in
    quanto possa favorire od ostacolare ciò che rientra nel cerchio dei desideri istintivi. In una vita così c’è qualcosa
    di febbrile e di costretto, al cui confronto la vita filosofica è calma e libera. Il mondo degli interessi istintivi è un
    piccolo mondo, e sorge in mezzo a un mondo grande e possente che presto o tardi lo ridurrà in rovine. Se non
    sappiamo allargare i nostri interessi cosi da abbracciare tutto il mondo esterno, rimaniamo come una
    guarnigione in una fortezza assediata, sapendo che il nemico ci impedisce la fuga e che alla fine la resa sarà
    inevitabile. In una tale vita non vi è pace, ma lotta incessante fra l’insistenza del desiderio e la debolezza del
    volere. In un modo o nell’altro, se vogliamo che la nostra vita sia grande e libera, dobbiamo sfuggire a questa
    prigione e a questa lotta.
    Uno dei modi per sfuggire è quello della contemplazione filosofica. La contemplazione filosofica,
    abbracciando ogni cosa in un’unica visione, non divide il mondo in due campi ostili — amici e nemici,
    favorevole e avverso, buono e cattivo — ma lo vede imparzialmente nel suo complesso. Quando è pura, la
    contemplazione filosofica non mira a provare che il resto dell’universo è affine all’uomo. Ogni acquisto di
    conoscenza è un allargamento dell’Io, ma questo allargamento si raggiunge meglio quando non lo si cerchi
    espressamente. Lo si ottiene quando opera solo il desiderio di conoscenza, con uno studio che non desidera in
    anticipo che i suoi oggetti abbiano questo o quel carattere, ma adatta l’Io ai caratteri che trova nei suoi oggetti.
    Questo allargamento dell’Io non lo si ottiene quando, prendendo l’Io così com’è, cerchiamo di dimostrare che il
    mondo è tanto simile a quest’Io che è possibile conoscerlo senza ammettere ciò che all’Io sembra estraneo. Il
    desiderio di una simile dimostrazione è una forma di rivendicazione, e, come ogni rivendicazione, è un ostacolo
    a quell’accrescimento dell’Io che appunto è desiderato, e di cui l’Io sa di essere capace. La rivendicazione, nella
    speculazione filosofica come altrove, vede il mondo come un mezzo per raggiungere i propri fini privati; così
    attribuisce al mondo minor valore che all’Io, e l’Io pone limiti alla grandezza dei suoi beni. Nella
    contemplazione, al contrario, partiamo dal non-Io, e la sua grandezza allarga anche i confini dell’Io; grazie
    all’infinità dell’universo, la mente che lo contempla partecipa di quell’infinità.
    Per questa ragione, la grandezza dell’animo non è favorita da quelle filosofie che assimilano l’universo
    all’uomo. La conoscenza è un modo di unione dell’Io col non-Io; come tutte le unioni, è indebolita dal
    predominio di uno dei due termini, e quindi da qualsiasi tentativo di forzare l’universo a conformarsi con ciò che
    noi troviamo in noi stessi. Vi è una diffusa tendenza fra i filosofi ad affermare che l’Uomo è la misura di tutte le
    cose, che la verità è fatta dall’uomo, che spazio e tempo e il mondo degli universali sono proprietà della mente, e
    che, ammesso che vi sia qualcosa non creato dalla mente, è inconoscibile e di nessuna importanza per noi.
    Questa opinione, se le discussioni condotte fin qui sono corrette, è errata; e per di più, ha l’effetto di spogliare la
    contemplazione filosofica di tutto ciò che le dà valore, perché la incatena all’Io. Ciò che essa chiama conoscenza
    non è l’unione con il non-Io, ma un insieme di pregiudizi, abitudini e desideri che stendono un velo
    impenetrabile fra noi e il mondo al di là. L’uomo che si compiace di una tale teoria della conoscenza è simile
    all’uomo che non esce mai dalla cerchia familiare per paura di scoprire che la sua parola non è legge.
    La vera contemplazione filosofica, invece, trova la propria soddisfazione in ogni allargamento del non-io, in
    tutto ciò che ingrandisce gli oggetti contemplati e per conseguenza il soggetto che li contempla. Nella
    contemplazione tutto ciò che è personale o privato, tutto ciò che dipende dall’abitudine, dall’interesse personale o
    dal desiderio, snatura l’oggetto, e quindi indebolisce l’unione cercata dall’intelletto. Creando così una barriera fra
    soggetto e oggetto, tali cose personali e private diventano una prigione per l’intelletto. L’intelletto libero vuole
    vedere come potrebbe vedere Dio, senza un hic e un nunc, senza speranze né timori, senza le pastoie delle
    credenze convenzionali e dei pregiudizi tramandati, calmo, spassionato, col solo ed esclusivo desiderio di conoscenza
    — una conoscenza tanto impersonale, tanto puramente contemplativa quale è possibile ad un uomo di
    raggiungere. Quindi, anche, l’intelletto libero attribuirà maggior valore alla conoscenza astratta e universale, in
    cui non entrano gli accidenti della storia privata, che non alla conoscenza data dai sensi, e dipendente, come una
    tale conoscenza dev’essere, da un punto di vista personale e esclusivo e da un corpo i cui organi sensoriali
    snaturano tanto quanto rivelano.
    La mente che si è abituata alla libertà e imparzialità della contemplazione filosofica conserverà qualcosa di
    questa libertà e imparzialità nel mondo dell’azione e del sentimento. Vedrà i propri scopi e desideri come parti
    del tutto, e li perseguirà senza accanimento, vedendoli come frammenti infinitesimali in un mondo di cui tutto il
    resto non è toccato dall’azione di nessun uomo. L’imparzialità che nella contemplazione si manifesta come puro
    desiderio di verità, è quella stessa qualità della mente che nell’azione si manifesta come giustizia, e nel sentimento
    come quell’amore universale che si rivolge a tutti e non solo a coloro che si giudicano utili o ammirevoli.
    Così la contemplazione ingrandisce non soltanto gli oggetti dei nostri pensieri, ma anche gli oggetti delle nostre
    azioni e dei nostri affetti: fa di noi altrettanti cittadini dell’universo, e non solo di un’unica città cinta di mura e in
    guerra con tutto il resto del mondo. In quest’essere cittadino dell’universo consiste la vera libertà dell’uomo, e la
    sua liberazione dalla schiavitù delle meschine speranze e timori”.
    (B. Russell, I problemi della filosofia, ed. Feltrinelli pp.185-190; corsivo mio)

    Per me il merito maggiore di Russell in questo scritto sta nel dare valore universale al pensiero, e di conseguenza alla persona che gli sta dietro. Non so quanto valga in generale (sicuramente per pochi), ma come fine etico-ontologico è sicuramente lodevole, ed è di così ampio respiro che pare trascendere la normale concezione (filosofica!) della filosofia stessa. Ciò che si può dire riguardo alla “utilità” del pensiero filosofico è quanto dice Russell stesso soprattutto all’inizio di quest’ultimo paragrafo, e si può riassumere banalmente nella frase fatta “andare al di là del proprio naso”; ma quando oltre andare al di là dei nasi si va totalmente al di là di se stessi, cercando di porsi da una prospettiva universale e distruggendo così la barriera egoica, allora si tratta di tutt’altra storia, che in genere è stata più di competenza della mistica che della filosofia – se non quella antica e pre-scientifica. In questo caso non si può neanche più pensare di traverso alla verità di questa posizione, poiché nel momento stesso in cui la si cerca si sta negando la posizione stessa, come una persona che accetta di esser criticata solo se si è d’accordo con la critica. Non ci sono mezzi termini: o la si accetta o meno, perché anche le mezze misure e le indecisioni non hanno “utilità” – anche se si parla di utilità nella migliore accezione possibile. Io per primo, nel mio scetticismo latente perenne, per l’appunto non prendo posizione definitiva, ma mi limito a considerare questa prospettiva, che come ho anticipato fa parte più della storia del misticismo che della filosofia, o perlomeno dei tempi in cui la filosofia era un sapere non scientifico nel senso in cui intendiamo oggi la scienza. Il trascendere le barriere egoiche – fino a giungere a estremi, per esempio dell’advaita vedanta indiano, in cui si afferma che l’io è pura illusione – è sempre stata la meta ultima dei mistici, per ricongiungersi alla fonte della vita, chiamata nei diversi tempi e nelle diverse culture nei più svariati modi: nel Bene per Platone, nell’Uno per Plotino, nel Tao per i taoisti, nel Brahman per gli indiani, in Dio per i cristiani, nello Spirito Assoluto per gli hegeliani, ecc.; ma in tutti questi casi la meta è quella descritta da Russell: fare “di noi altrettanti cittadini dell’universo, e non solo di un’unica città cinta di mura e in guerra con tutto il resto del mondo”.

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