MBTI e Tipi psicologici: un po’ di teoria e storia

Apr 5, 2012 by

MBTI e Tipi psicologici: un po’ di teoria e storia

Il modello MBTI che viene proposto in questo blog (trovate la pagina principale con il collegamento ai 16 tipi e tutto il resto cliccando qui) è una prosecuzione del lavoro di Jung durato venti lunghi anni e che ha portato alla formulazione degli otto Tipi psicologici dell’omonimo libro (1921). Jung si mosse dalla osservazione che ogni teoria psicologica seguita dagli psicoanalisti di allora (seguaci di Freud, di Adler, …) fosse unilaterale e desse per presupposto che le persone sentissero e pensassero alla stessa maniera, che poi era quella dello psicanalista.

In tutte le altre scienze, è legittimo applicare una ipotesi ad un argomento impersonale. Nella psicologia si ha a che fare invece con le relazioni vive di due individui, nessuno dei quali può essere spersonalizzato; possono mettersi d’accordo per affrontare una certa questione nel modo piú oggettivo possibile, ma nel momento in cui iniziano a discutere le loro personalità sono interamente impegnate nel confronto.

Si può trarre qualche considerazione generale su questo fatto? Jung lo fece: consapevole che nessuna teoria psicologica riesca ad abbracciare tutta la complessità della psiche umana, sapeva anche che la semplice descrizione di casi singoli e separati senza cercare di scorgere gli elementi comuni e le differenze non avrebbe portato alcun beneficio.

Scelse come prima distinzione relativamente semplice di considerare le personalità “estroverse” e quelle “introverse”; i termini sono stati coniati e introdotti da lui, ed è il concetto di Tipi psicologici che ha avuto la maggiore risonanza nella società.

Per capire in che senso le teorie psicologiche precedenti erano, a detta di Jung, unilaterali, si pensi che Freud, un estroverso, giudicò le persone introverse come “morbosamente interessate a se stesse”, senza considerare l’importanza che possono rivestire l’introspezione e la conoscenza di sé.

Se nella terapia l’analista e il paziente sono uno estroverso e l’altro introverso, i loro diversi e contraddittori atteggiamenti possono contrastarsi reciprocamente, soprattutto se ognuno è inconsapevole del suo tipo di personalità o se è convinto di essere dalla parte esclusiva della ragione. Questo vale anche nelle relazioni di tutti i giorni, ed è qui che credo stia l’utilità della teoria.

Jung non si fermò a distinguere tra le persone introverse e quelle estroverse; cercò altre peculiarità fondamentali studiando per venti anni non solo i suoi pazienti, ma anche le grandi personalità della storia, della filosofia, della psicologia, della poesia, dell’arte.

Lo colpí profondamente il fatto, riscontrabile da ognuno di voi pensando alle persone che conosce e a sé stesso, che

un numero sorprendentemente elevato di individui non facciano uso della mente se possono farne a meno e che un numero equivalente di essi usino la mente in modo sorprendentemente stupido. Io fui altresí sorpreso dal fatto che molte persone intelligenti e aperte vivessero, almeno nella misura in cui era possibile rilevarlo, come se non avessero mai appreso l’uso dei loro organi sensoriali: non vedevano le cose piú evidenti, non udivano le parole che risuonavano loro negli orecchi, non percepivano ciò che toccavano o gustavano. Alcuni di loro vivevano senza essere consapevoli della condizione del loro corpo.

C’erano poi altri che davano l’impressione di vivere in una curiosissima condizione di coscienza, come se lo stato in cui si trovavano attualmente dovesse essere definitivo, senza alcuna possibilità di cambiamento, o come se il mondo e la psiche fossero statici e immutabili per sempre. Essi sembravano privi di ogni immaginazione e sensibili, in maniera totale ed esclusiva, alla percezione dei loro sensi. Nel loro mondo non esistevano fattori casuali o possibilità e nel loro “oggi” non era presupposto alcun effettivo “domani”. Per essi il futuro era una semplice ripetizione del passato.

Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli

Le dominanti

Venne formulando una teoria che si serviva del concetto di “dominante” sviluppato dal fisiologo Aleksej Alekseevič Uchtomskij (1875-1942), da Johannes Reinke e da Richard Avenarius. Quest’ultimo cerca di spiegarsi la costante tendenza alla deproblematizzazione delle persone; il bisogno di acquietamento, soddisfazione e liberazione che proviamo quando ci troviamo di fronte ad un fattore nuovo che rende problematico il nostro solito modo di vedere e agire.

In queste situazioni c’è uno sforzo di soppressione dell’inquietudine, che può avvenire in vari modi: cercando di ricondurre l’ignoto ad un qualcosa di noto e analogo; sfruttando l’assuefazione per fare in modo che ciò che all’inizio sembrava diverso o divergente divenga familiare e quindi accettato senza disagio; orientando altrove l’interesse e condannando alla marginalità tutto ciò che è fonte di dubbio e contraddizione, in modo da smorzare l’inquietudine.

Le dominanti sono gli orientamenti che elevano punti di vista e concetti abituali a livello di capisaldi della conoscenza, in cui troviamo familiarità e siamo a nostro agio. Sono la risposta allo smarrimento, dei valori noti, sicuri e veri che eliminano l’inquietudine data da ciò che è diverso e contradditorio.

Uchtomskij dà una definizione di dominante a livello fisiologico che, se traslata a livello psichico, è in linea con il pensiero Junghiano: il centro nervoso dominante per il fisiologo russo possiede una elevata eccitabilità, e la capacità di mantenere questo stato anche quando lo stimolo iniziale non c’è piú. La dominante si serve dell’eccitazione degli altri centri nervosi per se stessa e per inibire gli altri centri, garantendosi la coordinazione degli sforzi in un’unica direzione e l’eliminazione degli elementi di disturbo.

A livello psichico, ogni persona ha la capacità di dirigere l’attenzione su determinati oggetti sentendosi a suo agio e potendo proseguire con una determinata attività, riflessione, stato emotivo per lunghissimo tempo; c’è però un pericolo, rilevato da Uchtomskij, ovvero che

ciascuno di noi può constatare, attraverso l’introspezione, che quando essa [la dominante] è presente, si accentua in modo rilevante la capacità di cogliere e osservare determinati aspetti della realtà e, nel contempo, cresce l’insensibilità per altre caratteristiche dell’ambiente. In questo senso la dominante può essere considerata non solo il presupposto fisiologico del comportamento, ma anche il presupposto fisiologico dell’osservazione.

Le funzioni

E qui Jung si inserisce con il suo lavoro notando che veramente le persone in base alle loro dominanti hanno modi completamente diversi di percepire e considerare la realtà, in cui alcuni aspetti sono evidenti a certe persone e totalmente estranei ad altri nonostante siano messi nella stessa situazione. Le ricerche empiriche di Jung lo portano a generalizzare le dominanti possibili in quattro funzioni: la sensazione, il pensiero, il sentimento e l’intuizione.

Il loro ruolo è descritto nel dettaglio in questo post; nel frattempo per coglierne velocemente gli aspetti essenziali, si dirà che la sensazione ci dice che qualcosa c’è, esiste, è reale (indipendentemente da cosa sia); il pensiero ci dice che cosa è una cosa (ragiona in termini di vero/falso, efficiente/inefficiente), il sentimento ci dice che valore ha questa cosa (ragiona in termini di giusto/sbagliato, mi piace/non mi piace), mentre l’intuizione è una percezione collegata con l’inconscio piú delle altre e ci suggerisce la provenienza e il fine di qualcosa, come sia collegata al resto.

La sensazione e l’intuizione sono funzioni percettive, perché riguardano l’accogliere informazioni, il percepirle; il pensiero e il sentimento sono funzioni giudicanti perché comportano un giudizio (di significato o di valore).

Ognuna di queste esiste nella sua versione introversa e in quella estroversa, cosí che esistono in totale otto funzioni (sentimento introverso, intuizione estroversa eccetera) e ogni persona ne ha una come dominante.

L’utilità dei tipi psicologici: la conoscenza degli altri…

Va da sé che queste “funzioni” sono concetti relativi e non dogmatici che, a detta di Jung e di chi scrive, si rivelano dei criteri molto validi. Sono utili per spiegare il comportamento delle persone, o per comprendere i nostri pregiudizi personali. Sono come dei “contenitori” astratti che di per sé non significano niente ma che aiutano ad accogliere l’individualità unica e irripetibile degli altri piú facilmente che non considerando soltanto il proprio modo di vedere e pensare.

Se vogliamo comprendere ciò che realmente ci comunica un’altra persona, dobbiamo sacrificare le nostre predilezioni e sopprimere i nostri pregiudizi soggettivi: ciò è difficile e scomodo, implica un grande sforzo, ma è necessario. Purtroppo nel momento in cui interpretiamo le parole, i pensieri, le emozioni, le azioni altrui e ci imbattiamo in una lacuna di informazioni abbiamo la tendenza a colmarla proiettando ciò che noi penseremmo e noi sentiremmo, supponendo che sia uguale a ciò che pensa o sente quella persona.

La consapevolezza data dai tipi psicologici può quindi essere d’aiuto ad evitare di confermare continuamente le nostre proiezioni e le nostre teorie negli altri, ma imparando a valutarli come genuinamente differenti da noi.

Questa tendenza alla proiezione vale, per traslazione, anche con la teoria dei tipi psicologici: la loro utilità risiede nell’ampliare la nostra conoscenza e le nostre relazioni con le persone, non a ridurla. Fino a che il tipo ci serve a capire meglio che cosa vuole trasmettere qualcuno, svolge un ruolo positivo; nel momento in cui abbiamo già capito che cosa la persona sta pensando/provando, cercare di inquadrarla e ridurla ad un tipo sacrificando le differenze individuali è inutile e controproducente.

Per quanto le descrizioni dei tipi siano cosí dettagliate, le persone che appartengono allo stesso tipo sono estremamente diverse le une dalle altre: e ciononostante il tipo riesce a mettere a fuoco alcune caratteristiche fondamentali e generali che ci permettono di valutarle meglio.

Ad alcuni, dotati di grande empatia, lo strumento dei tipi psicologici per capire gli altri potrà essere superfluo; per altri invece può essere di grande aiuto.

… e la conoscenza di se stessi.

Ma c’è un altro motivo ancora, fondamentale, per cui i tipi psicologici sono molto utili, anche per le persone empatiche: la conoscenza di se stessi. È un discorso già accennato prima con le dominanti, riguardo il fatto che nel momento in cui abbiamo un atteggiamento dominante stiamo sacrificando qualcos’altro.

Se c’è qualcosa nel bambino che desideriamo cambiare, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi.

Carl Gustav Jung

Ebbene, la questione è molto piú tragica di come è stata presentata prima. Sempre Uchtomskij approfondisce:

Per il fatto stesso che io sono proteso ad agire in una determinata direzione e che il lavoro del mio apparato di riflessi è polarizzato in un determinato senso, in me risultano schiacciati e trasformati i riflessi rispetto a molti fenomeni in corso, cui avrei reagito in tutt’altro modo in altre circostanze piú equilibrate. […]

In ogni istante della nostra attività enormi settori di realtà viva e irripetibile ci passano accanto inosservati e senza lasciare traccia alcuna soltanto perché le nostre dominanti erano concentrate altrove. In questo senso esse si frappongono tra noi e la realtà. Il colorito generale che assumono per noi il mondo e le persone è determinato in grandissima misura da come sono le nostre dominanti e da come siamo noi stessi.

Uno scienziato che lavora tranquillamente nel suo laboratorio ed è dotato di grande stabilità e pacatezza, che è pienamente soddisfatto del suo stato di isolamento, tenderà a descrivere il mondo come un flusso quieto ed armonico e, ancor meglio, come un cristallo nella sua stabilità infinita, e considererà, presumibilmente, gli uomini un elemento di disturbo, la cui presenza compromette questa quiete cosí ardentemente desiderata. L’uomo d’affari, d’altro canto, vedrà nel mondo e nella storia soltanto un ambiente appositamente predisposto per le sue operazioni commerciali e finanziarie […]. La dominante è spesso unilaterale, e lo è in misura tanto maggiore, quanto piú essa viene espressa. […]

Un poeta rinchiuso in se stesso, uno scienziato o un pensatore che antepongano alla realtà il proprio mondo interiore, un soggetto incline a prestare attenzione solo a se stesso e a isolarsi sin dall’inizio dall’ambiente circostante, incapace di stabilire il minimo contatto con esso, saranno individui in qualche modo predeterminati e predestinati nella loro attività e creatività. Nelle biografie di persone con queste caratteristiche ci sono esempi ricorrenti di ripetizione ossessiva di un medesimo modus operandi, di uno stesso copione, a volte molto complesso, che essi recitano sempre allo stesso modo, in maniera tormentosa anche per loro stessi al solo fine di esaltare e di far trionfare la tendenza autistica di fondo che li caratterizza, nonostante che all’esterno l’ambiente storico in cui sono immersi sia inesauribile nella sua sovrabbondanza a proporre continue novità. In loro agisce in modo monocorde una dominante stazionaria, che funge da nido, attorno a cui si concentrano tutta la restante attività, il comportamento nel suo complesso e la creatività nella sua interezza. Allo stesso modo uno scienziato dalla mentalità scolastica, che non è capace in alcun modo di liberarsi dalle teorie che gli sono state a suo tempo inculcate, cercherà di applicare ovunque, a proposito e a sproposito, il suo punto di vista preferito e di far rientrare in esso, deformandoli, i fatti vivi nel loro significato concreto. Informazioni inedite e persone nuove non gli dicono mai nulla di nuovo. Egli è stordito e accecato dalla propria teoria. Con quale frequenza, tra i ricercatori di professione, ci si imbatte in caratteri di questo genere: povertà e unilateralità di pensiero, natura statica e fissa di esso!

Addentriamoci un attimo nella teoria di Jung per capire cosa significa questo. Nel momento in cui una persona ha una determinata funzione dominante, poniamo il pensiero introverso, la sua visione unilaterale gli fa negare una ben precisa gamma di aspetti della realtà: l’opposto, il sentimento estroverso.

L’opposto della sensazione è l’intuizione; l’opposto del sentimento è il pensiero; l’opposto dell’introversione è l’estroversione. Chi ha come dominante la sensazione estroversa starà reprimendo in lui la intuizione introversa.

Reprimere non significa che queste istanze scompaiano e senza danni; tutt’altro. Ogni persona ha tutte e quattro le funzioni: la sensazione, l’intuizione, il pensiero ed il sentimento. Due di queste saranno introverse (una delle percettive e una delle giudicanti) e le altre due saranno invece nella versione estroversa. E soprattutto, ogni persona avrà un ordine di preferenza di utilizzo di queste funzioni.

Alcuni avranno al primo posto il pensiero (funzione dominante), seguito dalla sensazione (funzione secondaria), poi dall’intuizione (funzione terziaria) e infine dal sentimento (funzione repressa). Altri ancora avranno prima l’intuizione (funzione dominante), poi il sentimento (funzione secondaria), poi il pensiero (funzione terziaria) e infine la sensazione (funzione repressa). Entrambi gli esempi potrebbero essere estroversi oppure introversi, a seconda dell’orientamento della funzione primaria.

Tutte le funzioni hanno eguale importanza nel bilancio della psiche, ma la nostra parte cosciente, l’Io, tenderebbe a identificarsi con la sua dominante e pretendere che questa esprima la totalità della sua persona, nonché il modo giusto e vero di considerare la realtà.

Possiamo immaginare le quattro funzioni come due personaggi immaginari nella nostra testa; ciascuno di questi ha due volti, di cui uno sulla nuca (come Raptor e Voldemort in Harry Potter e la Pietra filosofale, per intenderci). Uno di questi personaggi ha il volto Pensiero e il volto Sentimento; l’altro ha il volto Sensazione e il volto Intuizione. Le due funzioni percettive si escludono a vicenda: in un dato momento si può utilizzare la Sensazione oppure l’Intuizione. Allo stesso modo, anche il Pensiero e il Sentimento si oppongono reciprocamente (vedremo successivamente il motivo).

Come avete notato negli esempi che ho fatto prima, la prima persona aveva come funzione dominante il Pensiero e come repressa il Sentimento; mentre la seconda aveva l’Intuizione dominante e la Sensazione repressa: dominante e repressa sono sempre entrambe percettive o entrambe giudicanti, poiché si oppongono; e sono una introversa e una estroversa, poiché si oppongono.

Tornando alla metafora dei personaggi dai due volti, possiamo immaginare che la mente tenga sempre sotto controllo costante uno dei due personaggi, poniamo quello col Sentimento e il Pensiero. La persona ha come funzione dominante, poniamo, il Sentimento: e cosí controllerà costantemente il personaggio dal volto Sentimento. Nel frattempo l’altro personaggio, con il volto Intuizione e quello Sensazione (le funzioni secondaria e terziaria) è sufficientemente libero di agire utilizzando entrambe le sue parti. Ma dato che controlliamo costantemente il volto Sentimento, questa figura non potrà quasi mai utilizzare la funzione repressa, il Pensiero. Essa scivolerà nell’inconscio e sarà causa di una gran quantità di problematiche nella vita dell’individuo (che andremo ad elencare nei dettagli per ciascun tipo).

Il percorso di individuazione

Stiamo per completare questo discorso introduttivo alla teoria dei tipi psicologici. Abbiamo imparato che esistono quattro funzioni fondamentali: la sensazione e l’intuizione; il pensiero e il sentimento; che ogni individuo le possiede tutte e quattro ma ce n’è una dominante, due mediamente sviluppate e una repressa, l’opposta della dominante. Abbiamo imparato che l’Io non è il centro dell’intera psiche ma soltanto della nostra parte cosciente, che la dominante ci dà una falsa, illusoria percezione di completezza di noi stessi ma che in realtà ci preclude la vera pienezza.

Qui si inserisce quella che per Jung è la missione fondamentale della vita dell’uomo: il processo di individuazione. Tutti tendiamo ad identificarci con la nostra funzione dominante nelle prime fasi della vita; ciò è evidente nell’adolescenza, potete ricordarlo pensando a voi stessi e alle persone che avete conosciuto.

Farò alcuni esempi: io (e molti altri che conosco) con il pensiero introverso dominante, soprattutto all’inizio dell’adolescenza svalutavo i sentimenti. Ritenevo che fossero solamente il prodotto di reazioni chimiche nel cervello e che dovessero essere soppressi nel momento in cui si cerca di capire la verità, che era per me la cosa piú importante. Passavo molto tempo a studiare come smontare la fede cristiana delle altre persone per dirgli che credevano in stupidaggini, totalmente incurante del valore emotivo che può avere la fede nella vita delle persone: l’ho sempre guardata dal punto di vista di qualcosa che può essere vero oppure falso, senza considerare l’impatto che ha nella vita. Anche la difficoltà ad esternare le emozioni o ad essere coinvolto da qualcosa fa parte del pensiero introverso dominante, che reprime il sentimento estroverso.

Altri con la sensazione estroversa dominante passano l’adolescenza in preda agli stimoli fisici esterni, godendosi alcool, sesso, magari anche droghe; e chiunque non condivida questi loro appetiti e sia piú timido o riflessivo è uno “sfigato” che merita di essere preso in giro. Non si fermano mai un attimo a pensare o a cercare di vivere anche aspetti della vita, tanto sono coinvolti dal momento presente.

Chi ha l’intuizione introversa dominante (opposta alla sensazione estroversa) al contrario criticherà questi comportamenti materialisti ritenendoli estremamente superficiali e cercherà di vivere da un punto di vista distaccato, quasi superiore rispetto alla caotica realtà. Questa negazione della fisicità porta però a difficoltà a riuscire ad inserirsi nel mondo e a vivere le opportunità che si presentano, poiché si è persi nella propria pianificazione.

Chi ha il sentimento introverso dominante può sentire di essere l’unico o uno dei pochi ad avere dei sani princípi morali in un mondo preda della tecnica, l’efficienza, la standardizzazione, l’appiattimento delle persone; e ciò dissimula il profondo disagio che si ha nei confronti di un mondo in cui non ci si sente adatti.

Questi sono solamente esempi, ciascuno poi potrà esprimere il conflitto tra la propria funzione dominante e la repressa nei modi piú svariati a seconda delle circostanze culturali, familiari, personali.

Ciò che è comune a tutti è che le quattro funzioni si sviluppano nel corso della vita: all’inizio la potenza della dominante che vuole identificarsi con la totalità e la completezza è quasi senza limiti, e la propria funzione repressa viene brutalmente negata in sé stessi e spesso denigrata negli altri.

Ogni persona crescendo deve capire che in lui ci sono anche altre esigenze, che ciò che non riesce a comprendere con il suo atteggiamento consueto non è sbagliato o folle, che anche se ogni volta che tenta gli provoca un grandissimo disagio e si sente inadeguato dovrà impegnarsi e cercare di sviluppare ogni parte di lui, anche quelle che appaiono contraddittorie tra loro, se vuole essere un individuo piú completo e rispettoso di sé e degli altri: deve insomma individuarsi, diventare ciò che è in potenza in lui, senza cedere alle pressioni esclusive dell’Io e della dominante; senza cedere alle pressioni sociali diventando una maschera, un personaggio; senza cedere alle pressioni della funzione repressa, che tanto piú viene violentemente negata e tanto piú c’è il rischio di una nevrosi o una psicosi.

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