Non ci sono più le mezze stagioni, Facebook ci rovinerà, si stava meglio quando si stava in 2D…

Ago 6, 2011 by

Non ci sono più le mezze stagioni, Facebook ci rovinerà, si stava meglio quando si stava in 2D…

Era da tempo che avevo una mezza idea di trattare l’argomento. C’è questa idea che circola per cui ormai siamo giunti al capolinea, stiamo rovinando il pianeta con l’inquinamento, internet ci frigge il cervello, i ragazzi sono spudorati come mai prima d’ora, i politici non sono mai stati così corrotti eccetera, eccetera, eccetera.

Be’ devo ringraziare il mio professore di filosofia che ha fornito la più forte argomentazione che io abbia mai sentito contro questi geni. Orazio già nel 1° secolo d.C. definì questo atteggiamento Laus temporis acti, Lode del tempo che fu. (Nell’Ars Poetica, 173)

Il vecchio infine, assediato da tutti i suoi malanni,
ha desideri ancora, ma per avarizia
e per timore d’intaccarlo
si astiene da ciò che ha ottenuto,
mette mano alle cose col gelo della paura,
rimanda, fa progetti nel tempo che non conclude,
è avido di futuro, scontroso, brontolone,
pieno di lodi per il tempo andato,
quand’era ragazzo, di mortificazioni
e censure per chi è piú giovane di lui.
Affacciandosi, gli anni portano vantaggi,
ma altrettanti ne tolgono passando.
Non si affidi a un giovane la parte di un vecchio
o a un fanciullo quella dell’uomo:
qualche carattere tipico dell’età
rimarrà sempre.

Dante nel 14° secolo scrive la Divina Commedia. Nel 16° canto del Paradiso fa raccontare a Cacciaguida, suo trisavolo, com’era la Firenze dei suoi tempi:

La piccola Firenze di quei tempi viene descritta come una cittadina “sobria e pudica”, così diversa da quella dell’età del Sommo Poeta: allora, ci dice Cacciaguida, le donne non andavano a spasso con vestiti costosi ed ingioiellate; la nascita di una figlia non era vista con paura per la futura ricca dote; le case erano modeste e il panorama di Firenze non era ancora fastoso; non erano presenti i vizi sessuali; i nobili andavano vestiti modestamente e non si vergognavano di esercitare professioni umili; le famiglie non correvano il pericolo dell’esilio o dei trasferimenti per motivi commerciali e che allora avrebbero fatto “notizia” i personaggi dissoluti, non quelli onesti come ai tempi del nipote.

Rousseau, filosofo del 18° secolo, nel Discorso sulle Scienze e le Arti (tecnologie) afferma che queste corrompono i costumi dell’uomo. Sono ornamenti superflui che servono ad abbellire la realtà delle cose.

Oggi nei nostri costumi regna una vile e ingannevole uniformità e tutti gli spiriti sembrano usciti dallo stesso stampo. Non si osa più mostrarsi come si è.

Esalta Sparta, che bandiva dalle sue mura arti e artisti, scienze e scienziati, mentre ripudia Atene, in cui a causa delle belle arti penetravano i vizi. Sostiene che le scienze siano nate da vizi (l’astronomia dalla superstizione, l’eloquenza dall’ambizione, la geometria dall’avarizia, la fisica dalla curiosità) e alimentate dall’ozio e dal lusso, pensa che il progresso favorisca la diseguaglianza sociale e la perdita delle virtù etiche e patriottiche:

Abbiamo fisici, geometri, astronomi, poeti, musicisti, pittori; ma non abbiamo più cittadini.

Contrappone alla società lo stato naturale dell’uomo, selvaggio, in cui eravamo felici. E conclude:

Dio onnipotente, liberaci dai lumi e dalle arti funeste dei nostri padri; rendici l’ignoranza, l’innocenza e la povertà, i soli beni che possono fare la nostra felicità e che siano preziosi al tuo cospetto.

Carlyle, storico e saggista scozzese del 19° secolo scrive Segni dei tempi, di cui riporto alcuni passaggi:

I nostri vecchi metodi di attività son tutti screditati e ripudiati. Da ogni parte l’artigiano vivente è cacciato dalla sua officina per lasciare il posto ad un altro più rapido ed inanimato.

Non è soltanto l’esteriore e il fisico che sono retti dal meccanismo, ma anche l’interiore e lo spirituale. Anche qui nulla segue il suo corso spontaneo, nulla è lasciato in balìa degli antichi metodi naturali. Tutto ha i suoi strumenti abilmente immaginati, i suoi apparecchi prestabiliti; nulla è fatto dalla mano, tutto dalla macchina. […]

L’Istruzione, questa comunione misteriosa della Saggezza e dell’Ignoranza, non è più un’operazione sperimentale indefinibile, che esige uno studio delle attitudini individuali, e una variazione perpetua dei mezzi e dei metodi, per raggiungere questo scopo; ma un affare sicuro, universale, tutto unito, che deve essere condotto in grande da un meccanismo proprio, con qualunque intelligenza.

Non è più la condizione morale, religiosa, spirituale del popolo che ci interessa ma la condizione fisica, pratica, economica, in quanto è regolata dalle pubbliche leggi.

Insomma a quanto pare è un atteggiamento universale dell’uomo. Se tutti questi grandi uomini avessero avuto ragione, oggi saremmo probabilmente estinti. Invece la qualità della vita è alta come mai prima d’ora, la sanità e l’istruzione per quanto abbiano problemi sono pubbliche e con un certo livello di qualità, la tecnologia ci semplifica e migliora la vita quotidiana, possiamo comunicare e muoverci e la velocità di diffusione delle idee aumenta esponenzialmente.

L’interpretazione del professore sull’atteggiamento nostalgico è (immagino si rifaccia alla psicologia) che la forza principale che lo causa (ovviamente non l’unica) stia nel considerare se stessi dei falliti. Non volendolo ammettere, c’è un processo inconscio per cui si pensa “Ah! Non sono io il fallito, è tutto attorno a me che è marcio, non come quando ero giovane, non come una volta“, con una fortissima idealizzazione del passato in cui tutto diventa vago e mieloso, dimenticando i lati negativi e senza riferirsi mai a cose ben specifiche.

Si proietta insomma il problema fuori da sé.

Un amico ha riportato per iscritto un articolo di giornale, una intervista allo psicologo di Harvard Steven Pinker che mi permetto di incollare a mia volta qui:

Clicca per leggere

Guerra in Afghanistan, stragi in Siria, scontri religiosi in Egitto e Nigeria. E poi stupri, assassini, violenze che riempiono tv e giornali. Ma che mondo è questo? Non era meglio in passato? L’abbiamo chiesto a Steven Pinker, psicologo sperimentale di Harvard, uno degli intellettuali più noti e originali del mondo, e la risposta è sorprendente: «Il migliore, e meno apprezzato, aspetto del nostro tempo, è che viviamo nel più pacifico, tollerante e altruista periodo che la storia abbia mai conosciuto». Per dimostrarlo Pinker ha scritto un tomo di più di ottocento pagine, The Better Angels of Our Nature (Penguin, 40 dollari) che ha acceso un dibattito nel mondo anglosassone.

[…]

Professor Pinker, ma come può sostenere che il Novecento, quello delle due guerre mondiali, dell’Olocausto, dei gulag e delle pulizie etniche, non sia stato il più sanguinoso della storia?

«Lo è stato in termini assoluti, ma non in relazione alla popolazione che viveva sul Pianeta. Nel Novecento sono morte direttamente o indirettamente in guerre e violenze di Stato circa 180 milioni di persone. Ma la sola invasione mongola dell’Eurasia del Duecento ha provocato 40 milioni di morti, su una popolazione mondiale che era un settimo di quella del 1950, quindi l’equivalente di 280 milioni di morti del nostro secolo. In quest’ottica, i 55 milioni di morti dell’ultimo conflitto mondiale ne fanno solo il nono più sanguinoso massacro della storia, ben dietro, per esempio, allo sterminio degli indigeni americani (93 milioni di “morti equivalenti”) o alla tratta degli schiavi in America (83 milioni). Dal 1945, inoltre, sono cessate le guerre fra grandi potenze, e dopo il 1989, è crollato anche il numero di guerre minori ed  aumentato il numero di democrazie, da 20 nel 1950 a quasi 100 oggi».

Ma prima di inventare Stati, eserciti e condottieri, gli uomini non si uccidevano di meno?

«Al contrario, lo studio degli scheletri preistorici e delle cause di morte nelle tribù di cacciatori-raccoglitori, rivela che nelle società prestatali, in media, il 15% delle persone moriva di morte violenta. Per confronto, in uno degli Stati più violenti della storia, quello azteco, solo il 5% della popolazione moriva per mano di altri uomini. Nella violentissima Europa del Trecento, e nella prima metà del Novecento, il tasso è del 3%. Nel secolo attuale siamo sotto l’1%».

Com’è successo?

«È stata la creazione di autorità centrali, seguita dall’invenzione dell’agricoltura, che ha posto fine all’anarchia in cui ogni tribù poteva regolare come voleva i conti aperti con le altre, in un circolo vizioso di faide. In seguito, l’instaurarsi di economie basate sul commercio, invece che sul possesso della terra, ha portato ad un ulteriore calo di violenza, perché lo scambio di beni fa sì che gli altri valgano di più da vivi che da morti».

Eppure la sensazione è che oggi si compiano più assassini, stupri, aggressioni di un tempo…

«No, anche per la violenza individuale il calo è stato spettacolare. Attraverso le cronache, gli storici hanno calcolato che, per esempio, nell’Italia del Trecento c’erano quasi 100 omicidi ogni 100.000 abitanti all’anno [insomma, 1 ogni 100 ogni anno, in pratica in un quartiere come quello dove vivo io ci sarebbero almeno 3 persone che vengono uccise ogni anno! N.d.R.]. Oggi sono circa 1 su 100.000. Un calo analogo si è avuto in tutto l’Occidente. Questa riduzione è dovuta al consolidarsi degli Stati nazionali, che hanno tolto ai cittadini il diritto di farsi giustizia da soli. Si può dire che, alla “cultura dell’onore”, in cui ognuno poteva cercare una vendetta privata per gli insulti veri o presunti, si è sostituita una “cultura della dignità”, in cui si è orgogliosi della propria capacità di resistere agli impulsi violenti, delegando la giustizia allo Stato. Certo, anche oggi, dove lo Stato è assente o poco considerato, la violenza privata persiste, come nelle zone di mafia o negli slum delle metropoli».

Ma, a giudicare da film e videogame, il fascino della violenza non è diminuito.

«Sì, però nel mondo reale ormai la maggioranza della popolazione ne è disgustata. E questo è il più straordinario dei progressi. Basti pensare agli spaventosi modi di tortura ed esecuzione del mondo medievale, a cui assistevano folle festanti. Uno dei più diffusi era la ruota: si spezzavano braccia e gambe al condannato, lo si incastrava in una ruota di carro e poi lo si issava su un palo, perché venisse mangiato vivo dai corvi. Allora era uno show popolare, oggi lo considereremmo il frutto di menti malate».

Come siamo diventati più sensibili?

«Ci sono stati molti complessi processi, che si sono rafforzati a vicenda. Due dei fattori più importanti sono stati, dopo la fine del Medioevo, il maggior valore dato alla vita terrena rispetto a quella dell’aldilà, e l’aumento dell’autocontrollo, imposto dalle sempre più forti autorità nazionali. Un curioso indizio di quest’ultimo è la diffusione, dal Cinquecento in poi, dei manuali di galateo, che insegnavano a contenersi e rispettare gli altri. A partire dal Settecento un ruolo fondamentale lo ha poi esercitato la filosofia illuminista che, tramite il concetto di Diritti dell’Uomo, ha liberato i migliori angeli della nostra natura, come Empatia e Ragione. L’applicazione dei suoi principi non è stata né facile né rapida; poi il ripudio di quelle idee da parte dei regimi autoritari del Novecento ci ha condotto a spaventosi massacri. Solo nel 1946, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dell’Onu, i principi illuministi sono diventati legge internazionale, sancendo la fine, almeno teorica, delle persecuzioni basate sul genere, razza, politica e religione».

Quindi la civilizzazione è stata un processo imposto dall’alto?

«Non solo. La diffusione dell’educazione, dei libri e del teatro ha consentito a molti di imparare a mettersi nei panni dei perseguitati, creando spinte dal basso verso una minore violenza. Per esempio, è stato il successo del libro La capanna dello zio Tom a dare un fondamentale impulso all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Ancora meno imposta dall’alto è stata la rivoluzione dei diritti degli anni Sessanta-Settanta, che ha portato nella cultura popolare i diritti delle minoranze etniche, delle donne, dei bambini, dei gay, dell’ambiente, con un conseguente calo di molte forme di violenza, da quella omofobica alla crudeltà contro gli animali».

E il ruolo delle donne?

«La “femminilizzazione”, cioè l’ingresso nella vita economica, culturale e politica delle donne, dopo millenni di silenzio, è stato fondamentale per la pacificazione delle società moderne. Sono infatti gli uomini, soprattutto i giovani non sposati, a commettere la stragrande maggioranza dei reati e a creare subculture violente. […] Con gli anni Settanta, in Occidente, è passata finalmente l’idea che le donne, non i loro padri o i loro mariti, sono titolari della propria vita e persona. Così, reati fino a quel momento sottaciuti, come lo stupro o la violenza domestica, sono diventati centrali nel dibattito pubblico, e il loro numero è crollato. Negli Stati Uniti gli stupri sono scesi dai 250 ogni 100.000 persone del 1973 ai 50 su 100.000 persone nel 2005. Un calo simile hanno avuto violenze e omicidi domestici. E si sono aperti nuovi fronti, come quello contro le punizioni corporali dei bambini, che un tempo erano diffuse ed accettate dentro e fuori casa, ed ora sono largamente bandite»

[…]

E sei lei fosse a capo del mondo, come impedirebbe [che si regredisca a situazioni passate]?

«Bandendo ogni adorazione del passato e demonizzazione del presente: se qualcuno afferma che sarebbe meglio tornare indietro dovrà dimostrare, dati alla mano, che un tempo si viveva meglio e che si era meno violenti di oggi».

Riporto anche uno scritto del professor Manni che rinviene anche nell’ignoranza storica una causa di questo atteggiamento:

Lode del tempo che fu

Infatti, in realtà, ieri la vita era più «grigia» di oggi, la grande maggioranza della gente era fatta da contadini che vivevano sempre nello stesso posto, facendo sempre le stesse cose e vedendo sempre le stesse persone.

La vita era anche più «nevrotica», solo che allora coloro che si ammalavano per traumi psicologici, anziché essere curati, venivano incanalati in tunnel distruttivi e, a seconda delle classi sociali, venivano chiamati aristocratici «viziosi» o almeno «originali», artisti «decadenti» e «maudit», «streghe», «indemoniati», criminali per «tare ereditarie», o «scemi del villaggio» dileggiati, sfruttati e abbandonanti in sostanziale solitudine.

La vita, inoltre, era più «stancante», nei campi si lavorava dal buio prima dell’alba al buio dopo il tramonto, senza macchine e spezzandosi la schiena, nelle fabbriche lavoravano anche i piccoli bambini, anche di notte, per 12-14-16 ore al giorno, con tassi di inquinamento dei luoghi di lavoro inimmaginabili oggi.

La vita era più «pericolosa» e «violenta», perché su due bambini nati uno moriva, la medicina era impotente verso quasi tutte le malattie, la criminalità era così poco controllata che tra una città e l’altra non si poteva viaggiare di notte, carestie e guerre erano così frequenti che ogni generazione ne vedeva più di una, nei posti di lavoro, in famiglia, nelle osterie, in caserma i conflitti venivano «risolti» non con una discussione ma con le mani e con i bastoni, e anche con i coltelli.

La vita era più «superficiale», perché la mancanza di mobilità sociale e geografica delle persone e la diffusione prevalente dell’analfabetismo costringevano spesso a giudicare la realtà in base solamente all’abitudine, alla tradizione, alla superstizione.

La vita era meno «conviviale», perché, non essendoci mobilità, si conoscevano poche persone, perché c’era troppo lavoro materiale e troppo poco tempo libero, perché i bambini lavoravano da subito e non avevano l’adolescenza libera per il gioco, le discussioni e le amicizie coi coetanei, perché agli uomini veniva sconsigliato di essere affettuosi e spontanei e alle donne di essere intraprendenti e razionali.

La vita era meno «onesta», perché c’erano meno controlli e meno trasparenza, i nobili non venivano tassati e ricchi borghesi venivano sempre preferiti dallo stato per i posti belle varie burocrazie, un povero, allora, non aveva possibilità perché il sistema clientelare «degli amici degli amici» era quasi totalitario; le merci venivano vendute adulterate – in genere ai più poveri – senza controlli statali né possibilità di ricorrere e denunciare, e a prezzi – essendo poca la concorrenza e pochissima la pubblicità – estremamente variabili ed arbitrari.

La vita era anche meno «pura», perché l’incesto era molto diffuso nelle isolate famiglie contadine, perché bambini e bambine erano spesso molestati dagli adulti senza poter far sentire in alcun modo la loro voce di protesta, perché nei collegi e nei vari convitti la moralità era spesso degradata, perché esistevano postriboli addirittura gestiti dallo stato, perché uomini e donne vivevano sempre in sedi e attività separate e, dunque, non conoscendosi, si incontravano più come maschi e femmine che come amici.

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9 Comments

  1. Sante parole! 🙂
    La mia prof di latino (ormai sembrano passati secoli) diceva che i romani si lamentano sempre che “una volta c’erano i mos maiorum (costumi degli antichi) ma ora non più”.

    Ma ogni generazione, tornando a ritroso nel tempo, diceva questo.
    Ergo, lei si chiedeva: “ma allora quando mai ci sono stati questi fantomatici mos maiorum?”

  2. Alex

    🙂 Adoro questi professori che fanno ragionare

  3. Armando

    Beh che dire, se non altro ci sono diversi punti di vista.
    Non c’è dubbio che il famoso detto “meglio ricchi e pieni di salute che poveri e ammalati” si possa perfettamente adattare alla terra; nel senso che si potrebbe benissimo vivere senza tutte quelle industrie ma con tutte le tecnologie attuali così da limitare l’inquinamento <_<
    Però vabbé, utopia, siamo qui, siamo vivi, e viviamo meglio di tutti i nostri avi…questo è l'importante.

  4. Alex

    Madonna tu sei un INFP nato xD

  5. Armando

    U_U ti ricordo I=70% N=71% F=94% P=91% XDXD

  6. Alex

    Russeau è un noto INFP, immagino tu ti ritrovi un po’ con i suoi argomenti u.u

  7. Machilosa

    Nel 1905, Guido Gozzano esprime nella poesia “L’analfabeta” con efficacia e semplicità questa tendenza ad idealizzare il passato, immaginando un dialogo col vecchio giardiniere: «O figliuolo il meglio d’altri tempi | non era che la nostra giovinezza!»
    Bisogna aggiungere altro?

  8. Alex

    Geniale e conciso.

  9. F.

    Vedi anche qua: http://www.youtube.com/watch?v=k_yQ2XAfj1M
    Ormai ti sto diffondendo tra i miei amici, sto facendo loro leggere il tuo blog!

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