Il senso della vendetta

Apr 22, 2011 by

Il senso della vendetta

Questo racconto è tratto e rielaborato dal primo episodio del manga Ikigami, di Motorō Mase (間瀬元朗 Mase Motorō), edito in Italia da Panini Comics – Planet Manga. Per permettere che il racconto sia godibile singolarmente tutta la parte sugli Ikigami è stata drasticamente tagliata, e verranno spiegati qui.

Il racconto è ambientato in un Giappone ipotetico in cui vige la Legge della Prosperità Nazionale. Durante il vaccino che si fa a 6 anni, ad un bambino su 1000, scelto casualmente, viene inoculata una nanocapsula che si stabilizza nell’arteria polmonare ed esploderà in un giorno ben preciso tra i 18 e i 24 anni di vita. La vittima lo verrà a sapere solo 24 ore prima, con un “avviso di decesso” (l’Ikigami, per l’appunto).

L’avviso di decesso, una tessera, dà la possibilità di comprare gratuitamente in quasi tutti i negozi; inoltre ai familiari della vittima viene assegnata la Pensione di Prosperità Nazionale, una quantità di denaro piuttosto cospicua. La Pensione non viene assegnata se la vittima compie crimini nelle ultime 24 ore di vita. In tal caso i familiari devono anche risarcire i danneggiati, vengono marchiati come “demoralizzatori” e spesso devono cambiare casa e/o rendersi irreperibili.

La Legge si basa sull’assunto che i giovani, coscienti della possibilità di morire da un momento all’altro, vivano al meglio la loro vita e siano più produttivi a livello sociale.

Ogni numero del manga tratta le ultime 24 ore di vita di due personaggi, molto approfonditi psicologicamente. Inoltre man mano che la storia prosegue si delinea la trama principale: Fujimoto, uno dei tanti addetti alla consegna degli Ikigami, si chiede se la legge sia giusta e se porti effettivamente un beneficio alla società. Si unirà poi a dei ribelli (chi si oppone viene ucciso e marchiato come “demoralizzatore”) e ci saranno colpi di scena notevoli.

Quel ragazzino. Perché così nervoso? Si aggira tra gli scaffali, si guarda intorno con circospezione. Ecco! Sta rubando, ha messo qualcosa sotto la giacca. Scappa, sbrigati!

«Kamoi, quel ragazzino ha rubato qualcosa! La tua cassa è chiusa, va’ a prenderlo tu!» mi grida la collega. Certo. Giusto. Devo fermarlo, prima che fugga, così il direttore gli farà una ramanzina. Mi spiace, ragazzino… non posso evitarlo. Mi avvicino.

«Non si ruba, lo sai. Ti porto dal direttore. » Il ragazzino sussulta, si gira. È paonazzo e singhiozza. Abbassa lo sguardo, scorgo una lacrima che scende sul viso. Apre la bocca, fa per dir qualcosa, ma la prima sillaba è rotta dal pianto. Si ferma. Arriva il Direttore, guarda il ragazzo, poi me. Aspetta che io parli.

«Oh sì, scusi, signor Direttore. Questo… questo ragazzo è stato sorpreso a rubacchiare… roba di poco conto. »

«Va bene. Tu vieni con me, marmocchio. Kamoi, puoi andare a casa. Buona serata.»

«A lei.» Mi incammino verso casa. Piove, sono senza ombrello. Penso. Quel ragazzo, il suo terrore, l’ansia palpabile. Conosco quell’espressione colma di senso di colpa e disperazione. Quello sguardo di chi non sa dove fuggire. Io so perché l’ha fatto: l’ha fatto perché l’hanno costretto… perché se non obbedisce la pagherà cara. Non poteva fare altro. Ed io neppure. Povero ragazzo.

Piove. La pioggia picchia sulla mia testa. Dannazione, mi prude terribilmente. Mi gratto con insistenza i capelli, corti e crespi. Pulsa, fa male. Tutta colpa loro. I miei ex-compagni di classe. I ricordi ricominciano a pervadere la mia mente, senza che me ne accorga.

Fuori dal supermercato, avevo appena rubato per loro. Uno corse verso di me, mi scaraventò a terra. «Idiota, scommetto che gli hai detto tutto di noi!» Mi sferrò un calcio all’inguine, un altro arriva da dietro. «Puoi giurarci che l’ha fatto!» «No, io non ho detto niente, credetemi!» gridai disperato, interrotto da un pestone al capo, e sul braccio. Protessi il volto con le braccia. «Ma sta’ zitto, non dovevi farti beccare e basta! Tremavi dalla paura, vero?» «Uhm, non mi sembri molto pentito per il tuo errore, sai? Allora ecco cosa facciamo: ti leviamo le mutande e facciamo vedere tutto alle ragazze.» Risatine generali. Una ragazza disse: «Oh, molto volentieri!» Urlai disperato: “N-no, vi prego, lasciatemi!» mentre in due mi tenevano ferme le braccia e altri mi calavano i pantaloni. «Fermi!» Tutto inutile, anzi controproducente. Una ragazza mi cantilenò: «”Oh no, vi prego, lasciatemi!” ‘Sto cacchio.» Mi tolsero le mutande.

Le ragazze urlarono disgustate. «Bleah, che schifo!» «Si muove!» Chiusi gli occhi e mi morsi le labbra. Non potevo fare niente, se non aspettare che questo inferno terminasse. «Però è buffo, gli faccio una foto!» esclamò una ragazza col cellulare in mano. Si sentì il click. Aveva immortalato la mia umiliazione, ed io grondante lacrime come un idiota. Riaprii gli occhi: mi aveva davvero fotografato.

Si avvicinò il capo: il più alto di loro. Io, bloccato da altri due a terra ero una nullità. Si avvicina e si abbassa. Mi fissa, col suo sguardo perfido. Sorride beffardo, toglie la sigaretta dalla bocca e mi espira tutto il fumo in faccia, odore di catrame, alcool e sottomissione. «Kamoi» si fa serio, fatico a sostenere il suo sguardo. «Ricordati che se la polizia o i prof ci mandano a chiamare, io ti uccido. E non sto scherzando.»

«No, Shimoyama, io non ho mai parlato!» «Oh, continui a rispondere?» Un ghigno malefico si delineò sul suo volto. Sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. «Allora vuoi proprio fare il posacenere!» Tutti sogghignarono. Mi divincolai, strattonai e liberai le braccia, cercando strisciante di fuggire verso la libertà. Svariate braccia mi fermarono, sbattendomi il viso contro l’asfalto senza alcun riguardo. «N-nooo!» gridai. «Non scappare!» «Di’ la verità, che ti piace…» «Lo sai che non si buttano i mozziconi per terra, vero?» «È una delle regole del fumatore ben educato!» Quattro o cinque sigarette si spensero sui miei capelli, carbonizzati. Il dolore lancinante, le risate, io gattoni senza possibilità di muovermi, la foto… spremevano e giravano con forza i mozziconi, fino a che il fumo smise di salire.

Sono passati 4 anni da allora, eppure ogni volta che i segni delle bruciatura mi fanno male quei ricordi tornano a ossessionarmi. Quando mi ruppero i denti davanti… quando persi la vista all’occhio destro… quando mi chiusero mezza giornata in un armadietto, quando mi costrinsero a bere l’acqua del cesso, quando mi spinsero a rubare, quando decisi di lasciare la scuola, rinunciando ai miei ottimi voti e a diventare avvocato o giudice… quando presi ad odiare il genere umano. Ho inutilmente cercato di dimenticare tutto questo… quando ci riuscirò, quando? Quando riuscirò a sottrarmi a quest’inferno?

Senza rendermene conto, sono giunto a casa. Entro, salgo le scale e mi fiondo sul letto immergendo la testa nel cuscino. Il flusso di pensieri continua a scorrere, interrotto dalla porta che si apre, lentamente. È mamma. «Che c’è?» «…kigami…» sibila. «Eh?» Gli occhi spalancati, parla a fatica: «Hanno portato… un Ikigami… per te…» «Di che stai parlando…?» Non, no non può essere, non ha senso! Mi mostra l’avviso di decesso, senza cambiare espressione. Si avvicina e me lo porge, poi richiude la porta dietro di sé. C’è la mia foto, e riporta il giorno di domani, alle 9 di sera. Uh… ikigami… a me? Dev’esserci un errore…Mi alzo di scatto, apro la porta e scendo le scale. «Mamma!» Mi affaccio alla sala. «Ma…» sta parlando al telefono. «Se non ci sono più treni prendi un taxi, no? Comunque sia, torna subito a casa!» Attimi di silenzio. Mi guarda, abbacchiata. Le trema il labbro, le lacrimano gli occhi. Di colpo si altera, e grida al telefono: «Ma ti rendi conto di quello che dici? Il nostro Yosuke sta per morire!» Trasalisco. Salgo le scale, piano piano, e torno in camera.

Sto per morire… che significa, morire? Che tutto scomparirà? I miei sogni… i miei desideri, il futuro e il passato… tutto questo svanirà nel nulla? Allora anche quell’abominevole passato? Mi prude la testa. Gratto, fa male, fa male cazzo. Mi chiamavano strofinaccio… spazzatura, insetto, bigolo, cesso, punch ball. Avevano schiacciato la mia personalità, la mia stessa esistenza. Mi avevano praticamente reso un invalido. Ma ormai stavo per uscire da quei ricordi d’inferno… stavo appena cominciando a ritrovare me stesso… e invece, adesso! Significa che non ho ancora sofferto abbastanza? Perché io, perché? Sferro un pugno contro il muro. Eppure, ce n’è di gente che meriterebbe di morire… eh eh… eh eh eh eh…

Mamma torna in camera, attirata dal mio riso isterico e sguaiato. «Mamma, sono proprio uno stupido, eh? Fino ad oggi ho sempre sopportato con tutte le mie forze. E proprio quando stavo iniziando a pensare al futuro, ecco la morte…» Mamma si getta su di me, in lacrime. Mi stringe al suo petto, grida: «Vorrei tanto poter prendere il tuo posto! E invece non posso fare proprio niente, scusami!» La allontano. «Mamma, quello che deve scusarsi sono io. Perché vi renderò molto infelici… Mi dispiace, ma non posso più trattenermi.» Il mio rancore sta per esplodere.

Prendo la guida telefonica, cerco un certo numero, e chiamo. «Pronto? Mi perdoni se telefono a quest’ora… sono un vecchio compagno di scuola di Kaori. Mi chiamo Kamoi… Sì, il fatto è che sto organizzando una rimpatriata tra compagni di classe, e avevo bisogno di chiedere dei consigli a Kaori… ah, è al lavoro, dice? Mi sa dire a che ora rientra? Perfetto, grazie mille!» Bene. È fatta. Prendo un coltello da cucina e mi avvio. È a pochi isolati da qui. Cammino nell’oscurità, ed eccomi davanti al ristorante. E infatti, è lei! È uscita da poco, sta tornando a casa… passeggia da sola. Mi sta dando le spalle, la seguo per un po’, finché giungiamo ad una strada isolata. «Kaori.» È accigliata. Si volta. «Scusa, ci conosciamo?» «Sono io! Ero in classe con te in prima superiore! Sono Yosuke Kamoi!» Porta l’indice alla bocca, solleva lo sguardo pensieroso, e dopo pochi secondi risponde noncurante: «Ah sì, c’era un Kamoi… Be’, come stai? Che hai fatto dopo il diploma?» «Io non mi sono diplomato!» «Ah sì? Hai abbandonato scuola?» Ma questa non si ricorda nulla? Lei aspetta, sbuffa e fa: «Senti, che cosa vuoi?» La foto che mi ha scattato, non la ricorda? Come… cosa…? «Niente? Chi ti capisce è bravo.» si rigira e riprende il passo.

Estraggo il coltello, mi avvicino e glielo punto alla gola. «Non sono venuto qui per “niente”.» Ora sono io il più forte. Ora è lei che non può fare nulla, ho io il coltello dalla parte del manico, letteralmente. La scaravento a terra, lei strilla. «Nessuno ti può sentire, qui!» Le abbasso la gonna, mi slaccio i pantaloni. Ora è in mio potere, deve sottomettersi. La penetro, il terrore è dipinto sul suo volto, grida disperata. «Ti rendi conto? Ti rendi minimamente conto di quello che ho passato per colpa di quella foto che hai mandato in giro?» Enfatizzo le parole con le botte, violente, ho gli occhi spalancati, sono rosso, sono io a comandare, lei può soltanto gridare. «Sono diventato la barzelletta della scuola! Sono stato pestato da ragazzi che non avevo mai neanche visto! Per colpa tua non sono uscito più di casa, la gente mi sembrava tutta ostile!» Lei urla: «No! Io… non me lo ricordo!» «Non dire cazzate! Per colpa vostra, in questi dieci mesi ho rischiato di morire non so quante volte! E per i successivi quattro anni non sono riuscito a togliermi quell’immagine stampata dal mio cervello! Non te lo permetto… no, non ti permetto di dimenticare tutta quella sofferenza!» Prendo il cellulare, lo sguardo delirante.

«E adesso ti farò un video mentre ti violento… e lo manderò in giro per e-mail!» Cerca di divincolarsi, mi supplica, ma invano. «Per tutta la vita non riuscirai mai più a dimenticarmi… non ti dimenticherai mai che sono esistito!» «Nooooooo!»

Quella ragazza sarà tormentata per sempre dal mio stesso trauma… mi piace, è una sensazione fantastica! E deve solo ringraziarmi che non l’ho uccisa. Merda! Certo che mi rode, non ricordava nulla. Mi consolerò diffondendo il video. Prendo il cellulare. Il problema è che… non ho nessuno a cui mandarla. Stringo il cellulare, si rompe. Non devo farmi prendere dallo sconforto. Dunque, la mia prossima preda è… Shimoyama! Gliela farò pagare, per la storia del posacenere. Mi gratto la testa, il dolore è insopportabile. Entro in una cabina telefonica, sfoglio la guida e compongo il numero… «Shimoyama! Ho una cosa che hai perso, fatti trovare tra 10 minuti al parcheggio di Hizumi.» Riattacco.

10 minuti dopo, siamo entrambi lì. Uno di fronte all’altro, pochi metri di distanza. Mi guarda, lo scruto. È stupito. Abbiamo le mani in tasca, sembra una scena di un film western. Ora dovremmo tirare fuori entrambi le pistole. Porto la mano al coltello, comincio a sfilarlo. «Allora…» estraggo il coltello «…ti ricordi di me?» Tace. «Cos’è, non ti ricordi di me?» Il coltello brilla alla luce del lampione. Sfoggia un sorriso forzato appena accennato, la paura lo attanaglia. «Oh, sì che mi ricordo… sei Kamoi. Co- come te la passi, eh?» Gli punto il coltello contro, sempre a distanza. «Se davvero ti ricordi, ora mi chiederai scusa per tutto quello che hai fatto!» Porta subito le mani davanti, si china, trema: «Ok, calmati… sono stato cattivo, scusa!» Retrocede di un passo.

«Sai, mi sono fatto un bell’esame di coscienza e ora rigo dritto! Voglio diventare un parrucchiere, perciò ora faccio l’apprendista… però sono maldestro, non so usare bene le forbici… ogni giorno faccio ore di esercizio!» Lo guardo, accigliato. «Ah se vuoi un giorno di questi potrei esercitarmi su di te, eh? Oltre al taglio gratis ti pagherei pure per il disturbo!» Continuando a tenere il pugnale puntato, porto l’altra mano alla testa, gratto un po’ e tiro: una ciocca di capelli larga quanto un cd mi rimane in mano. Shimoyama è esterrefatto. La mostro con sguardo truce. «Il posacenere… te lo ricordi, vero?» «Ah… sì…» Mi avvicino. «Lo sai perché la mia testa è ridotta così, vero? Perché voi bastardi ogni giorno ci spegnevate le vostre sigarette! E tu vorresti tagliarmi i capelli, eh? Che cosa cacchio mi taglieresti?» Non sa che dire, fa delle smorfie. Continuo ad avvicinarmi, passo dopo passo. «Oh, ma se fosse solo la testa! Ho quattro protesi al posto dei denti davanti! Dall’occhio destro non ci vedo quasi più! Su tutto il corpo ho ancora segni delle bruciature e dei punti di sutura! Aggiungici pure che le ferite psicologiche non sono mai guarite! Quelle ferite che voi, maledetti, mi avete inferto giorno dopo giorno per il vostro divertimento! L’umiliazione… e la disperazione…» porto avanti il coltello, glielo punto alla gola «…ora le farò provare anche a te!» Suda freddo, è immobile e con gli occhi spalancati. Non osa fiatare.

«Inginocchiati!» Si inginocchia. Estraggo l’accendino. «Stai per assistere alla rinascita del posacenere…» Lo accendo. Si alza con uno scattò e mi butta a terra con una testata. Cazzo! Tento di ferirlo col pugnale, ma mi blocca il braccio.

«Per un insetto come te, quella è la capigliatura più adatta!» Non posso muovermi. Sono tornato a dovermi sottomettere. Mi sferra un pugno in pieno volto. «Sono passati quattro anni!» Un altro pugno, sulla guancia. «Vieni a farmi la predica dopo quattro anni?» Un altro pugno. Credo di sanguinare. Non posso reagire. «Se tutti ti prendevano a botte» questo particolarmente forte mi colpisce il naso «è perché te le attiravi! Perché sei stupido!» L’ennesimo pugno mi rompe qualche dente, come ai vecchi tempi, e gli occhiali cadono a terra. Sono un livido unico. «Io adesso ho una nuova vita! Come ti permetti di venire ad intrometterti? Pensi che abbia tempo da perdere con la tua vendetta da mezza sega?»

“Io adesso ho una nuova vita”, dice. Io, invece… una nuova vita non l’avrò mai più! Libero il braccio dalla sua morsa, e mentre ha il pugno alzato, e serrato, pronto ad affondare un altro colpo, gli conficco il pugnale, che penetra in due dita e forse anche nel palmo. Trasalisce, si morde il labbro. «Scommetto che ora» questa volta sono io a sogghignare «non potrai più usare le forbici!» Si prende la mano ed urla come mai ho sentito urlare prima qualcuno… a parte me. Rido sguaiatamente, come mai ho sentito ridere prima qualcuno.

Mi allontano, prendo la mia strada. Pensavo che se mi fossi vendicato avrei lenito le ferite del mio cuore. E invece scopro che sono stato dimenticato. Questo non solo non guarisce le ferite, ma le rende più profonde! Pensavo che se mi fossi vendicato avrei dimenticato il passato e avrei potuto iniziare una nuova vita… e invece non c’è nessuna nuova vita ad attendermi. Oggi è il mio ultimo giorno. Stringo i pugni. Una vendetta così, non ha proprio alcun senso. Singhiozzo, mi strofino gli occhi. In fondo, non avevo altra scelta. Era l’unica cosa che potessi fare. Non ha più senso continuare a vendicarmi… e ormai non posso più nemmeno tornare a casa. Finirò per morire da qualche parte, solo come un cane… uh! Che succede lì? Dei ragazzini stanno prendendo a calci qualcuno!

Ma quello… io l’ho già visto! Il ragazzo che ieri ha rubato in negozio! «Se hai finito i tuoi soldi puoi sempre usare il bancomat di tua madre, no?» «La prossima settimana ne vogliamo ventimila! Fa’ in modo di averli!» «Andiamo.» I ragazzi si dileguano. Lui rimane solo, sporco, livido, la faccia coperta dalle mani. Mi avvicino, lo guardo. Si alza spaventato e fugge. «Aspetta!» gli grido. «Fino a quando hai intenzione di continuare a prenderle?» Rallenta il passo, si ferma, si volta. «Io lo so cosa pensi. Qualcosa tipo: “Oh, adesso sopporto, ma un giorno gliela farò pagare!” Non è così?» Mi guarda, non dice nulla. «Be’, sappi che non hai nessuna garanzia che quando quel giorno verrà tu sarai ancora vivo!»

Sussulta. «O magari lo sarai, e avrai raccolto le forze per mettere in atto la tua vendetta, ma allora quelli ti avranno già dimenticato da un pezzo. E vendicarsi su qualcuno che non ti ricorda rende la vendetta insapore.» Abbassa lo sguardo, gli trema la bocca. «Perciò, se vuoi davvero cambiare le cose… devi farlo adesso! Se vuoi esplodere, fallo subito! Se vuoi combattere, combatti adesso!»

Il cadavere di Yosuke Kamoi venne ritrovato qualche giorno dopo in un parco poco distante dal suo quartiere. L?autopsia confermò come causa della morte l’arresto cardiaco dovuto all’esplosione della capsula. Il giorno successivo i giornali, secondo l’uso, pubblicarono la sua foto e una breve biografia nella sezione dei defunti per la prosperità nazionale. La sua morte venne così rese nota a tutto il paese. Però qualche giorno dopo si scoprì che aveva aggredito due suoi ex compagni di scuola a causa di un rancore che covava da tempo. A causa di questo i suoi familiari persero il diritto a ricevere la pensione di prosperità nazionale e fu istituito un processo per stabilire l’ammontare del risarcimento che avrebbero dovuto pagare alle vittime.

Qualche giorno dopo un quotidiano pubblicò una lettera anonima di uno studente delle medie. In essa il ragazzo ringraziava ripetutamente e devotamente Yosuke Kamoi.

Alex

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3 Comments

  1. Giulia

    Questo manga mi attira abbastanza, mi sa che lo andrò a cercare in fumetteria 🙂

  2. Funga

    Bellissimo!! 😀 😀 😀

  3. aa00

    Interessante spunto di riflessione sul macrotema della vendetta (ma anche sulla responsabilità individuale, collettiva, ecc). Peccato sia il tema più gettonato nel mondo orientale. Basti pensare a tutto un filone di film, fumetti e animazioni che dagli anni 70 non ha fatto altro che riempirci di artisti marziali incazzati in cerca del riscatto personale e della vendetta (Bruce Lee e Sonny Chiba ma anche Tarantino nel suo Kill Bill, tanto per citare qualche prodotto cinematografico). Tuttavia la forza di Ikigami sembra stare, oltre che nella profonda psicologia che, per ora (sono fermo al terzo episodio), non sembra sfociare nel ridicolo, anche nell’intreccio e nella caratterizzazione dei personaggi anche se talvolta sfocia nello stereotipo. Comunque molto bello il riadattamento sotto forma di racconto.
    Manga promettente.

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