Sei sicuro di voler raccontare tutte queste cose?

Feb 9, 2011 by

Sei sicuro di voler raccontare tutte queste cose?

Il seguente è un estratto da “L’opera struggente di un formidabile genio“, di Dave Eggers. Vi consiglio il libro, è uno di quei giovani eclettici e cinici che ti raccontano stronzate ma in modo geniale, facendole passare per concetti intelligenti. Il libro è una storia autobiografica, e vera: a Dave sono morti entrambi i genitori di cancro a distanza di un mese l’uno dall’altro. Il giovane 22enne si è ritrovato a dover crescere il fratellino di 8 anni; l’opera non si limita a mostrare le difficoltà che uno stravolgimento simile comporta, ma è condita con le sue riflessioni e azioni ciniche, geniali o semplicemente insensate. Cercherà di sfruttare la sua storia strappalacrime per entrare in un reality show, da cui avere una base di popolarità per propagandare la sua nascente rivista. Ma ai provini gli dicono che non lo prendono, hanno già un altro bianco di estrazione medio-borghese con la storia strappalacrime da tirar fuori quando l’audience cala.

Nella prefazione del libro, lunghissima, Dave infila una scala della sessualità a 10 gradi e dove lo 0 è eterosessuale e il 10 è gay, e si piazza in terza posizione (nonostante nel libro parli solo di ragazze); stila una tabella in cui ti dice quanto ha guadagnato vendendo il libro, e che desidera dividere i guadagni regalando un assegno di 5$ ai primi 200 lettori che gli inviano una mail in cui dimostrino di avere compreso il libro, oppure allegando una foto in cui leggono il libro e fanno qualcosa di divertente, come accarezzare un panda rosso. Ma magari è troppo tardi, perché siamo nel futuro, lui è morto e stiamo leggendo il suo libro in tutte le scuole del mondo. Aggiunge che forse ci sono altre persone a cui sono morti i genitori e devono accudire il loro fratello minore, ma queste persone non hanno un contratto con una casa editrice. Conclude la prefazione con “Eccovi il disegnino di una graffatrice:”, allegando effettivamente il disegnino di una graffatrice (mai nominata prima).

Il seguente brano è tratto dal provino cui si sottopone Dave per tentare di entrare a The Real Word, il Reality. Faccio presente che i numeri di telefono citati appartengono realmente a quelle persone.

Ehm, sei sicuro di volermi raccontare tutte queste cose?

Perché, quali cose?

Dei tuoi genitori, la paranoia…

Be’, cos’è che ti sto raccontando, in fondo? Non ti sto dando proprio niente. Ti sto dando cose che Dio sa, che chiunque sa. I miei genitori sono famosi nella loro morte. E questo sarà il monumento costruito alla loro memoria. Io do a te tutte queste cose, ti racconto delle gambe di mio padre e delle parrucche di mia madre, e ti racconto i miei dubbi sull’opportunità di fare sesso davanti all’armadio a specchi dei miei genitori la notte del funerale di mio padre, ma dopo tutto, alla fine che cosa ti ho mai dato di così prezioso? Potresti pensare di sapere qualcosa di me, a quel punto, ma invece non sai ancora nulla. Io racconto, e un secondo dopo è tutto sparito. Non mi interessa – e come potrebbe? Ti racconto con quante ragazze sono andato a letto (trentadue), o di come i miei genitori hanno lasciato questo mondo, e alla fin fine che cosa ti ho dato? Niente. Posso dirti i nomi dei miei amici, i loro numeri di telefono…

Marny Requa: 415-431-2435

K.C. Fuller: 415-922-7893

Kirsten Stewart: 415-614-1976

 

Ma cos’è che hai in mano? Nulla. Tutti mi hanno dato il permesso di farlo. E perché? Perché tu non hai nulla, al massimo qualche numero di telefono. Può sembrare qualcosa di prezioso al massimo per uno o due secondi. Tu puoi avere solo quello che io posso permettermi di dare. E tu sei il mendicante che implora una qualsiasi cosa, mentre io sono il passante frettoloso che butta un quarto di dollaro nel bicchiere di carta che protendi verso di me. Questo è quanto ti posso dare. E non mi annienta. Ti do virtualmente tutto quello che possiedo. Ti do le migliori cose di me, e anche se si tratta di cose che amo, ricordi di cui faccio tesoro, belli o brutti che siano, come le foto della mia famiglia appese al muro, posso mostrartele senza che esse per questo ne vengano sminuite. Posso permettermi di darti anche tutto quanto. Trasaliamo di fronte agli sciagurati che nei programmi pomeridiani rivelano i loro orrendi segreti di fronte a milioni di spettatori, eppure… che cosa abbiamo tolto loro, e loro che cosa ci hanno dato? Niente. Sappiamo che Janine ha scopato con il fidanzato di sua figlia ma… e allora? Moriremo un giorno e avremo protetto… che cosa? Avremo protetto dal mondo il fatto che facciamo questo o quello, che muoviamo le braccia in questo e quest’altro modo, e che la nostra bocca ha prodotto questi o quest’altri suoni? Ma per favore. Ci sembra che rivelare cose imbarazzanti o private, tipo, che ne so, le nostre abitudini masturbatorie (quanto a me, circa una volta al giorno, perlopiù sotto la doccia), significhi – proprio come i primitivi che temono che la macchina fotografica gli possa portare via l’anima – che abbiamo dato a qualcuno una cosa che noi identifichiamo come i nostri segreti, il nostro passato e le sue zone oscure, la nostra identità, nella convinzione che rivelare le nostre abitudini o le nostre perdite o le nostre imprese in qualche modo ci deprivi di qualcosa. Ma in realtà è proprio il contrario, di più è di più è di più, più si sanguina più si dà. Queste cose, i dettagli, le storie e quant’altro, sono come la pelle di cui i serpenti si spogliano, lasciandola a chiunque da guardare. Che cosa gliene frega al serpente di dov’è la sua pelle, di chi la vede? La lascia lì dove ha fatto la muta. Ore, giorni o mesi dopo, noi troviamo la pelle e scopriamo qualcosa del serpente, quant’era grosso, quanto era lungo approssimativamente, ma ben poco altro. Sappiamo dove si trova il serpente adesso? A cosa sta pensando? No. Per quel che ne sappiamo, il serpente adesso potrebbe girare in pelliccia, potrebbe vendere matite a Hanoi. Quella pelle non è più sua, la indossava perché ci era cresciuto dentro, ma poi si è seccata e gli si è staccata di dosso, e lui e chiunque altro adesso possono vederla.

E tu saresti il serpente?

Certo. Io sono il serpente. E dunque, il serpente dovrebbe portare la pelle con sé, tenersela sempre sotto braccio? Dovrebbe farlo?

No?

No, certo che no! Non ha braccia, un serpente! Come cazzo fa a portarsi in giro la pelle? Per favore. Ma proprio come il serpente, io non ho braccia – metaforicamente parlando, voglio dire – per portare con me tutto quanto. E poi non sono più cose mie. Nessuna è mia. Mio padre non è mio, non in quel senso, almeno. La sua morte e quello che ha fatto non è roba mia. Né lo sono il modo in cui sono stato educato, né la mia città, né le sue tragedie. Come potrebbero essere mie cose del genere? Ritenermi responsabile di mantenere il segreto su queste cose mi parrebbe ridicolo. Sono nato in una città e in una famiglia, e questa città e questa famiglia mi sono capitate. Non le possiedo. Sono di tutti. In condivisione. E mi piace, mi piace l’idea di averne fatto parte, morirei o ucciderei per proteggere coloro che ne fanno parte, ma non reclamo nessuna esclusività. Eccovi tutto. Prendetevelo. Fatene ciò che volete. Fatene buon uso. È come ottenere elettricità dai rifiuti. Fin troppo bello per essere vero, l’idea di poter creare qualcosa di buono da roba come questa.

Ma, e la tua privacy?

Roba da poco, eccessiva, avuta facilmente, persa, riguadagnata, comprata, venduta.

E che dire dello sfruttamento? Dell’esibizionismo?

Sei cattolica?

No.

E allora perché parli di esibizionismo? È un termine ridicolo. Qualcuno desidera celebrare la propria esistenza e tu lo tacci di esibizionismo. È meschino. Se non vuoi che nessuno sappia della tua esistenza, allora puoi anche farla finita. Stai occupando spazio, stai rubando aria.

E la dignità?

Un giorno morirai, e quando accadrà, sperimenterai una profonda mancanza di dignità. Morire non è mai dignitoso, è brutale e basta. Che cosa c’è di dignitoso nel morire? Non è mai dignitoso. E l’oscurità? È offensiva. La dignità è una forma di affettazione, graziosa ma eccentrica, come imparare il francese o collezionare sciarpe. Ed è qualcosa di volatile e incredibilmente mercuriale. Oltre che soggettivo. Ragion per cui vaffanculo.

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